
Che poi vale per tutti quella faccenda di sentirsi al centro del mondo, ripensava Jean-Louis traccheggiando sul marciapiede di Rue Halevy. Anche qui, in mezzo ad una folla che quasi mi travolge, alla fine non ho che il mio punto di vista, il mio centro del mondo, pensava mentre Anne ancora una volta gli era scivolata via, guizzando come un’anguilla nell’ennesima porta dell’ennesima luccicante boutique. Non la vedeva più, la brulicante barricata gli consentiva appena di tenere la posizione e di indovinare là dietro una qualche vetrina illuminata, e lui aspettava.
Anne, dentro, sfiorava i tessuti e i colori, per appropriarsene almeno un po’, per portarsi via di nascosto almeno un po’ di quel luccichio. Guardava le cose e le persone, misurava gesti, rumori e tempi e di tutto, cose e persone, si faceva istantaneamente un’idea, e oltre quell’idea scorgeva le linee di storie che venivano da lontano e che portavano ancora più lontano.
Il cielo del pomeriggio, sopra le luci, era già nel suo profondo blu invernale, che invece di spegnerla accendeva finalmente la città, vibrandola di un tempo senza fretta.
Quando Jean-Louis, rivolto verso la strada, rapito nell’ipnotico sovrapporsi degli opposti flussi, sentì una mano afferrare la sua mano, non gli servì voltarsi per sapere che Anne era di nuovo lì, dalla sua parte della barricata, e potevano riprendere verso l’Operà. Insieme si fecero strada tra la gente, ora lui ad aprire un varco ora lei a scartare di lato per nuove traiettorie, ora lui a stringerla al suo fianco in attesa che l’omino verde sostituisse quello rosso ed ora lei a saltellargli al collo per attirare l’attenzione su qualcosa o qualcuno.
Imboccarono Rue de la Paix e serpeggiarono fino a Place Vendome, dove lei si soffermava ad indicare e lui a commentare e lei a canzonarlo e lui a fingere di offendersi e lei a distrarsi e lui a stuzzicarla. Schivarono le auto con chauffeur, i gioielli e gli addobbi e raggiunsero il mercato delle Tuileries, alla ricerca di una bancarella di soupe d’oignon che non fosse troppo irraggiungibile.

Un giro in giostra, eludendo discretamente le disordinate code di turisti, per alzare l’adrenalina ed il punto di vista.
Una deviazione sul Lungosenna, quasi correndo, a cogliere i riflessi della città capovolta e adocchiare laggiù l’inesorabile, rassicurante faro a traliccio.
Il rientro attraverso il Carrousel del Louvre, a sbirciare attraverso le grandi vetrate illuminate le gallerie, le opere ed i visitatori con i telefonini sguainati.
Una camminata giocosa per Rue de Rivoli, cambiando spesso lato, perché lei voleva vedere di là un certo scorcio e lui voleva controllare di qua una certa marca di scarpe e lei voleva sentire di là un certo musicista di strada e lui voleva tornare di qua semplicemente per portarla con sé.
Arrivarono così in Place du Chetelet.
Qui si fermarono e, senza lasciarsi né parlarsi, fecero un largo giro con gli occhi e coi pensieri prima di scendere nella stazione della RER, che li avrebbe portati via dal centro, scorrendo a singhiozzo sotto la città, tappa dopo tappa, annuncio dopo annuncio, fino al capolinea. E poi fuori lungo le vie spente, arruffate e famigliari della loro cittadina di periferia, fino al loro quartiere, fino alla casa di lei, davanti alla quale Anne lasciò la mano di Jean-Louis, per sventolarla un’ultima volta nella buonanotte in cui lui la vide ancora per un istante prima di girare l’angolo.
