La consonante tra “near miss” e “real miss”

Una “n”, con quella seconda gambetta flessa che si conficca nella riga, come trattenuta lì in tensione da un gancio ma elastica, all’erta, pronta a scattare su dritta e diventare una “l”.

Forse cambia meno di una consonante .

Ci pensavo in questi giorni, ad un anno dai tre centimetri che mi criccarono il malleolo. Camminavo in montagna, e potrei farla epica, ma la realtà è che stavo sul marciapiedi di un paesotto alpino, direzione poco eroica (una pasticceria), e che quel marciapiedi aveva una larghezza finita, e che oltre tale larghezza un dislivello di tre centimetri si affacciava su un prato verde.

Tanto bastò per trasformare un passo appena fuori baricentro in una distorsione da più di 40 giorni di prognosi.

Ma non era infortunio nel lavoro, quindi era essenzialmente stoltezza (mia).

Poi penso all’ampia fenomenologia di tre centimetri, due secondi, singole consonanti che separano i near miss dai real miss. Penso agli infortuni che da qualche anno si intensificano, per quanto vedo dal mio modesto ma curioso osservatorio, in due parentesi stagionali: intorno ad aprile e intorno ad ottobre. E visto che ora ci siamo dentro ad una di quelle parentesi, penso ai cinque casi che ho visto tra ieri e oggi, e ai venti delle ultime settimane, e non riesco a non chiedermi cosa o chi avrebbe potuto fare la differenza: chi o cosa avrebbe potuto mantenete la storia tre centimetri più in là, due secondi prima, con la gambetta della “n” giù flessa, ancorata al suo gancetto.

Lo dico sommessamente, senza velleità generaliste ma nemmeno timori da controtendenza: la differenza spesso può farla lei, proprio lei, la persona lì presente che un attimo prima dell’evento avrebbe potuto fare o non fare diversamente.

Non sarebbe giusto dire che è l’infortunato a scegliere di infortunarsi, ma mi sento di dire che quasi sempre l’infortunato può scegliere di non infortunarsi. Sono due concetti diversi, almeno apparentemente.

Così, tra consonanti e malleoli, qualche giorno fa mi è capitato di discutere con le forche di un muletto. Sopralluogo in stabilimento insieme al titolare, sosta in una zona in cui bisognava trovare soluzioni per la raccolta e il ricircolo delle acque di collaudo in pressione, tutto intorno un sipario di alte casse metalliche piene di bollitori semilavorati. D’un tratto il mio accompagnatore, con gesto famigliare, mi dice “ocio” indicando alle mie spalle, proprio mentre da sotto una cassa spuntano furtive le due estremità delle forche malandrine: io non vedo il carrellista e lui non vede me, io solitamente non sono lì e lui solitamente lì sposta casse, io non ci ho pensato e lui non ci ha pensato, fatto sta che per pochi centimetri la “n” non è diventata “l”.

Mi chiedo ancora (da qualche lustro a dire il vero): se fosse andata male, davvero mi sentirei di invocare recrudescenze normative, inasprimenti di sanzioni, irrigidimenti degli organi di vigilanza, patenti a punti e lotterie dei rigori?

Pubblicato da Alberto Vicentin

Dal 1972 (cioè dall'inizio) residente a Brendola, nella provincia vicentina. Ingegnere chimico, consulente ambientale, giornalista pubblicista e... mi piace scrivere (www.spuntidivista.blog)

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