
Partiamo dalla fine, da quella parola adesiva che ti prende e ti intrufola nei meandri del discorso, con un gancio secco, detonante (BÙ), e poi un subdolo, sibilante accompagno (SSIEEERO) che può arrivare ovunque, nelle lascive deviazioni della verità così come nelle solide necessità della finzione.
E già questo basterebbe per seppellire decadi di strumenti comandati su riservatezza, segreto industriale, privacy, gdpr, brevetti e proprietà intellettuale.
Ma ecco che viene in mente la faccenda dell’elefante, che è una faccenda di potere della comunicazione e di strumenti di manipolazione, di marketing si potrebbe dire oggi e di arte del linguaggio si può dire da sempre.
“Non pensare all’elefante” è un messaggio che materializza inesorabili e ingombranti elefanti, così come “non guardare qui” esercita un’attrazione irresistibile su qualunque qui.
Sia mai che quel pannello parlante che si frappone in reparto produttivo tra il curioso di passaggio ed il misterioso QUI di fabbrica non sia al tempo stesso una protezione e un’esposizione, un modo per nascondere e per mostrare?
Un conto alla rovescia, un rullo di tamburi, il sipario del palcoscenico?
Fatto sta che se la schermatura fosse stata muta o, al più, marcata con ortodossa segnaletica di avvertimento e divieto, probabilmente non l’avrei fotografata e certamente non sarei qui a scriverne.
(Che poi in inglese ed in tedesco l’effetto, almeno quello dell’ultima parola, non sia esattamente lo stesso, beh, qualcuno direbbe che è questione di identità culturale)
