L’insostenibile leggerezza delle emissioni

I problemi delle emissioni in atmosfera iniziano col loro nome: uno immagina di vedere o di sentire qualcosa che viene emesso da un certo posto. Un fumo colorato, di solito bianco o nero (ma sono ammesse tutte le sfumature di grigio), che sbuffa da un camino. Una nube di polvere che sale da un cantiere. Un odore fastidioso che scappa da una fabbrica e raggiunge le case vicine.

Se non vedi e non senti qualcosa che esce, allora non può esserci emissione!

La legge, è noto, non ha occhi né naso (e neanche cuore, sostengono i maligni), quindi non può vedere né sentire le emissioni, ma si ostina a definirle e, una volta definite, pretende che vengano autorizzate.

Provaci tu a colmare il solco atavico tra l’empirica certezza del falegname e l’impalpabile verità normativa. Provaci tu, baldanzoso consulente ambientale, ad inseguire il titolare della falegnameria e la sua impiegata tuttofare su soffici e sdrucciolevoli moquette di trucioli popolate di seghe circolari, piallatrici e toupie (che non sono ciuffi di capelli…), per convincerli di un arcano paradosso: la legge vede fumi che non si vedono e sente gas che non si sentono. Ma non basta: devi costringerli a fermarsi un momento e guardarli intensamente negli occhi (sfiorando la molestia) per svelare che l’autorizzazione alle emissioni in realtà non autorizza proprio le emissioni, bensì le lavorazioni che le producono.

Ma non ne ho di camini io, *caspita*!” il titolare in effetti non dice caspita… “Venga a vedere, andiamo

E ti trascina fuori dal capannone, a congrua distanza, per farti vedere che dal tetto non escono tubi, e neanche dalle pareti, e se non esce niente non ci sono emissioni: per quale assurdo motivo uno dovrebbe chiedere un’autorizzazione per una cosa che non esiste.

Ti viene in mente la sindrome dell’evasore totale, secondo cui non mostrare né dichiarare nulla, neanche di esistere, riduce i rischi di essere beccati. Ma le contingenze escludono questo filone argomentativo, quindi: “Senta, non si formano polveri quando tagliate e levigate?

Sì che si formano, *caspita*” confessa il titolare. “E ve le respirate tutte?” incalzi con pacatezza.

No che non ce le respiriamo, *caspita*! Le tiriamo su con gli aspiratori e vanno a finire nei sacchi lì vicino alle macchine. Sono come dei filtri quei sacchi lì, che crede? Ci teniamo alla salute noi, *caspita*!

Qui scorgi uno spiraglio: “Ecco, vede, quelle sono emissioni, anche se non vanno fuori direttamente per un camino bisogna autorizzarle: si chiamano emissioni diffuse

Lui sgrana gli occhi: “Emissioni diffuse? Mica escono, restano qua dentro, al massimo saranno immissioni”.

Questo è un colpo basso, e chiude lo spiraglio. Vacilli visibilmente ma insisti a testa bassa: “Bè, poi però escono da porte e finestre, e comunque la polvere più sottile, quella più pericolosa, attraversa i sacchi e ve la respirate. Quindi sarebbe meglio portarle fuori direttamente. Pensi che il legno duro è anche cancerog…”

Senta lei, fermo lì, *caspita*, faccio questo lavoro da 40 anni e mai un colpo di tosse. Il legno duro fa male sì, ma solo se lo prendi in testa” La sua mano minacciosamente si alza “Spender soldi per tubi inutili? Siamo matti?

La tua indole da consulente ha un moto d’orgoglio. Mica sei venuto qui di tua iniziativa, ti hanno chiamato loro per mettersi in regola, sapranno far armadi ma in fin dei conti chi è l’esperto di emissioni in atmosfera? Allora riprendi posizione e, pazientemente, autorevolmente, didatticamente, spieghi che non importa se si vedono o sentono le emissioni, non importa quanto dura la lavorazione e quanto spesso si fa, non importa se è aspirata o no, non importa se per decenni senza autorizzazioni è andata dritta: “Ogni volta che lavorando mandi in aria polveri, gas o vapori devi essere autorizzato

Tirando il fiato ti accorgi che entrambi gli interlocutori ti stanno ascoltando in silenzio da quasi 2 minuti. Per la prima volta. Ti guardano, annuiscono, assorbono le spiegazioni, quasi sorridono. Forse ci siamo, forse ora ci capiamo e si va avanti… D’un tratto l’impiegata tuttofare: “Insomma, ingegnere, se qua al lavoro uno va in bagno e scoreggia, anche per quello serve l’autorizzazione?

La risposta corretta: “No, quello no, perché non sono emissioni provenienti da processi di lavorazione

La risposta giusta, che viene dopo tre secondi di silenzio: “OK, capisco. È un mondo difficile. Però ho visto un baretto lì all’inizio della strada. Avete tempo per un caffè, o per una birretta?

EPILOGO: Usciti dal baretto, qualsiasi cosa avessero bevuto insieme, si trovarono infine d’accordo: sui tubi, sulle autorizzazioni e sul mondo difficile sì, ma tutto sommato sfizioso, *caspita*.

Pubblicato da Alberto Vicentin

Dal 1972 (cioè dall'inizio) residente a Brendola, nella provincia vicentina. Ingegnere chimico, consulente ambientale, giornalista pubblicista e... mi piace scrivere (www.spuntidivista.blog)

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