Gli occhiali nell’armadio non proteggono gli occhi

Qualche giorno fa, mentre giro per i reparti per un controllo sulle condizioni di sicurezza e salute nel lavoro, incontro un lavoratore che sta facendo una pulizia a banco con una pistola ad aria compressa. È senza occhiali di protezione.
Mi fermo a chiedergli se ha a disposizione gli occhiali. Lui indica un armadio poco lontano, assicurando che gli occhiali sono lì disponibili.
Gli chiedo perché sono nell’armadio e non davanti ai suoi occhi. Mi risponde che normalmente li usa ma che in quel momento sta facendo un lavoretto veloce veloce e quindi non li ha presi.
Gli spiego che una bavetta o una scheggia (lo dice anche il nome!) sa essere ancora più veloce veloce del lavoretto e arriva nell’occhio in una frazione di secondo. Mi dice di non preoccuparmi, che sta solo facendo una pulizia e non c’è pericolo.
Gli ribadisco che proprio facendo le pulizie con aria compressa saltano in giro schizzi, schegge, granelli e altri piccoli oggetti che si possono infilare nell’occhio.
Mi fa un cenno di assenso con la testa, e sorride. Penso che sia un sorriso di intesa, come per dire “D’accordo, tranquillo, ho capito il messaggio”.
A quel punto me ne vado per fare altri controlli poco lontano, nello stesso reparto. Dopo qualche minuto sento ancora il rumore della pistola ad aria compressa e penso: “Non serve che vada a controllare… certamente ora il lavoratore ha capito il messaggio e siamo d’accordo e ha messo gli occhiali davanti agli occhi”.
Ma un dubbio mi rimane: quel sorriso era davvero “D’accordo, tranquillo, ho capito il messaggio”? O era qualcos’altro?
Torno quindi dal lavoratore, per scrupolo, sperando di potermi adesso complimentare con lui e dirgli: “Bravo, hai messo gli occhiali, ora ci siamo capiti”.
Invece trovo tutto come prima: getto, pistola, lavoratore e… occhiali nell’armadio.
Faccio due ipotesi:

  • mi sono spiegato male e quindi il lavoratore non ha capito;
  • il lavoratore ha capito ma… “chi se ne frega, e poi che vuole sto tizio che gira per il reparto e non sa lavorare, però si permette di andare lì a fare le prediche a chi lavora davvero”.

Forse il lavoratore non ha tutti i torti riguardo “sto tizio”, ma in entrambe le ipotesi c’è una certezza: gli occhiali servono per proteggere i suoi occhi, mica quelli del “tizio”, e dovrebbe essere lui stesso, il lavoratore, a volerli mettere ogni volta che c’è un rischio.
Ma se serve ricordarglielo, ebbene il “tizio” è lì anche per quello.

Pubblicato da Alberto Vicentin

Dal 1972 (cioè dall'inizio) residente a Brendola, nella provincia vicentina. Ingegnere chimico, consulente ambientale, giornalista pubblicista e... mi piace scrivere (www.spuntidivista.blog)

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