Il Chiavetta-Virus

(Per chi, legittimamente, si sta chiedendo: “Ma di che **** scrive costui?”, c’è una nota a piè di pagina)

Si manifesta negli ambienti di lavoro in forma di piccolo oggetto metallico, sfuso ovvero associato a mutevoli accessori prensili. Presenta in genere dimensioni visivamente apprezzabili ad occhio nudo ma per le sue capacità mimetiche risulta difficile da individuare senza sofisticati strumenti diagnostici, che vanno dall’osservazione prolungata dei luoghi all’ispezione tecnico-psicologica dei processi.

Il Chiavetta-Virus appartiene ad un’antica famiglia di agenti patogeni virali, caratterizzata da sintomatologie e decorsi clinici assai differenziati nelle epoche e nei comparti. I meccanismi di diffusione sono particolarmente subdoli e aggressivi: il periodo di incubazione è pressoché asintomatico, con durata variabile tra i pochi minuti e i lustri, e l’andamento espansivo da individuo ad individuo tende al contagio pandemico dell’intera popolazione aziendale.

Secondo l’epidemiologia tradizionale la comparsa del Chiavetta-Virus in una comunità lavorativa è riconducibile al contatto con un portatore sano appartenente ad una specie estranea, tipicamente un installatore di macchine o un manutentore esterno. Recenti studi accreditati ipotizzano tuttavia che l’agente patogeno sia endemico di ogni comunità lavorativa, ove risiederebbe allo stato di quiescenza, e che in qualsiasi momento possa essere riportato allo stato virulento da complessi fenomeni di innesco, che solitamente coincidono con circostanze di cambiamento organizzativo e interruzione delle routine.

In ogni caso il Chiavetta-Virus provoca sul paziente zero un’iniziale fase di ingannevole benessere, con un rilascio di endorfine professionali che, a seconda dei soggetti, può portare a stati di iperattività, gaia creatività o addirittura estasi da onnipotenza. Gli studiosi spingono oltre l’analogia con le sostanze stupefacenti, riconoscendo processi di assuefazione e dipendenza che da un lato impediscono di riconoscere i sintomi della patologia e dall’altro ne accelerano e radicano il decorso. Ecco allora che il paziente zero, ignaro della degenerazione clinica in corso, anzi convinto di agire in piena coscienza e beata efficienza, comincia a svolgere operazioni anomale e pericolose, con iniziative dapprima timide e circospette e poi via via sempre più ricorrenti, audaci e sguaiate.

A questo punto una comunità sana e consapevole dovrebbe riconoscere ed isolare l’elemento deviante, ma il vero potenziale epidemico del Chiavetta-Virus si manifesta proprio nella dimensione sociale della prognosi, a tutt’oggi inestricabile malgrado la dovizia di studi sperimentali e casi empirici: gli individui circostanti al paziente zero, intenti alle proprie faccende e rispettosi di un rigoroso assunto giurisdizionale (“Ognuno pensi ai fatti propri”), tendono ad ignorare deliberatamente i segnali della malattia o addirittura ad equivocarne la natura (“Che bravo, come si ingegna!”), per arrivare, progressivamente e inesorabilmente, ad aderire al metodo patologico, in osservanza di un ulteriore assunto ancestrale noto come effetto-branco (“Fanno tutti così, vuoi che sia l’unico stupido a fare diversamente?”).

Pur avendo più volte isolato e codificato il genoma, la ricerca scientifica non è ancora pervenuta ad un vaccino efficace contro il Chiavetta-Virus, sia per le sue multiformi e camaleontiche espressioni sia perché quasi sempre le informazioni biogenetiche raccolte sul campo vengono istantaneamente e inspiegabilmente smarrite nei meandri degli archivi aziendali.

Pare che ad oggi l’unico strumento vaccinale di provata efficacia contro il Chiavetta-Virus sia l’esperienza diretta dell’infortunio grave, a seguito del quale i pazienti e l’intera comunità lavorativa (laddove sopravvissuti) hanno buone probabilità di sviluppare un elevato grado di immunità a successivi contagi. Tuttavia non è ancora disponibile un metodo validato, o comunque legale, per la somministrazione controllata di infortuni gravi ai lavoratori a scopo preventivo e terapeutico.

NOTA: Le chiavette in questione (come quelle delle foto sopra) sono piccoli oggetti, apparentemente innocui ma intrinsecamente diabolici, che consentono di eludere le protezioni di macchine/impianti: inserendole nei microinterruttori di porte e ripari, imbrogliano i sistemi di sicurezza e… promettono scorciatoie operative.

Pubblicato da Alberto Vicentin

Dal 1972 (cioè dall'inizio) residente a Brendola, nella provincia vicentina. Ingegnere chimico, consulente ambientale, giornalista pubblicista e... mi piace scrivere (www.spuntidivista.blog)

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