A caccia di risposte

Il rumore e gli schizzi arrivano insieme, e infrangono il tramonto.

Il colpo secco e vicino, troppo vicino nella percezione istintiva, ristagna poi nell’aria per qualche secondo.

Gli schizzi frantumano lo specchio placido della roggia, saltellano, ricadono e si perdono in una tenue diaspora di piccole onde.

A cosa abbia sparato il cacciatore, a poche decine di metri da noi, è una domanda senza risposta. Ad un pesce nell’acqua ormai scura? Ad una nutria che occhieggia dalla tana? Ad un incauto uccello anfibio? O magari alla propria immagine surreale riflessa sullo specchio liquido, avvolta nella campagna autunnale e sovrastata dal cielo rosso?

Il cacciatore si allontana, pigro, lungo l’argine opposto.

Arriviamo nel punto dello sparo quando ormai la roggia e l’aria sembrano averlo già dimenticato. Non c’è traccia alcuna, né di frammenti di specchio né di prede ambite.

Il cacciatore ha attraversato la roggia e torna verso di noi, ci affianca col fucile puntato a terra, sorride distratto o forse piuttosto si schermisce, arretra di un passo quando il nostro cane gli ringhia contro, poi si defila. Ecco, forse il cane non ha già dimenticato lo sparo.

Ma la domanda resta senza risposta: a cosa mirava il cacciatore?

E appena quella domanda si acquieta, torna composta in disparte nella schiera giornaliera dei piccoli episodi non memorabili, ecco che dietro di lei appaiono in fila altre domande, e incalzano, come in attesa, come risvegliate dal rumore e ritemprate dagli schizzi.

Perché lungo la capezzagna al tramonto, poco lontano da casa, incontriamo uno sconosciuto abbigliato da guerra di trincea e armato di fucile a canna lunga?

Perché la quiete rurale della pianura veneta, già sin troppo posseduta delle velleità antropiche, viene deliberatamente infranta da schiocchi di spari?

Perché nelle mattine d’autunno, specie di domenica, le prime luci vengono intossicate da colpi ansiosi e, probabilmente, letali?

Perché un bossolo abbandonato nell’erba ai margini di un campo coltivato è traccia di usanze antiche, e non di inquinamento?

Perché il retaggio di ancestrali pratiche di sopravvivenza viene preservato oggi come inalienabile diritto venatorio, in nome di una gloriosa tradizione, come se la tradizione fosse un valore assoluto e non una passeggera espressione della caducità umana?

Perché a favore della caccia si ergono voci tonanti sul ruolo dei cacciatori nella difesa del territorio, senza però smorzare i bisbigli di un’altra tesi secondo cui anche i cacciatori, al momento opportuno, votano?

E perché la morte, questa sì un valore assoluto, può ancora oggi essere l’esito conforme, cercato e gradito di un trastullo travestito da sport?

Il sole cade dietro i filari, il cielo rosso si stinge tra le nuvole basse, lo specchio della roggia si adombra fin a quando, nella piena oscurità, ritroverà i riflessi della luna e delle stelle. Allora finalmente non ci saranno rumori, se non per l’acqua che scorre, né schizzi, se non per i tuffi dei rospi.

Pubblicato da Alberto Vicentin

Dal 1972 (cioè dall'inizio) residente a Brendola, nella provincia vicentina. Ingegnere chimico, consulente ambientale, giornalista pubblicista e... mi piace scrivere (www.spuntidivista.blog)

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