Autostrada in carriola

A parte quella volta della carriola, la Valdastico Sud è un’esperienza rilassante. L’equivalente autostradale di una passeggiata lungo una roggia di campagna.
Un paio di giorni fa, di prima mattina, era come rincorrere la nebbia. Di strada ne vedevo poca e quel poco avanzava con me. A parte questo, non c’era altro da vedere.
Nel garbuglio psichedelico dell’A4 la nebbia perde sempre, c’è troppo movimento intorno, un traffico così vicino e così formicolante che l’attenzione non può permettersi orizzonti superiori a qualche decina di metri.
Le larghe curvature e i tenui saliscendi della Valdastico Sud, invece, invitano lo sguardo lontano, e la nebbia, quando vuole, vince facile e si porta via tutto, compresi gli svincoli disabitati e i sipari di colli dirimpettai: sai che a destra ondeggiano morbidi i Berici, sai che a sinistra prorompono fieri gli Euganei, lo sai ma non li vedi. Ogni tanto sfavilla un veicolo in carreggiata opposta e laggiù in fondo, quando la pianura incontra l’Adige, compaiono come fantasmi le linee oblique del ponte. Un disegno sproporzionato e accogliente che, sotto il sole o nella foschia, coglie comunque di sorpresa. Te l’aspetteresti tra Manhattan e Brooklyn invece che tra Piacenza d’Adige e Badia Polesine, eppure è lì, come un birillo fuori scala, a dirti che l’autostrada sta per finire e che, malgrado ambiziose promesse, ti tocca ributtarti nella pigra e spesso dissestata viabilità polesana.
La Valdastico Sud per decenni non c’era, se non nei tratteggi delle carte geografiche. Forse per questo, attraversandola, hai la sensazione di scivolare su un ricordo di campagna, come se la striscia d’asfalto non fosse ancora lì del tutto, non legittimamente, e che le geometrie pregresse di campi, filari, fossi e capezzagne resistessero ancora in filigrana nel paesaggio piatto. Come se, un paio di mattine fa, il fagiano arruffato che giaceva stecchito in prima corsia e la nutria riversa a zampe all’aria in corsia d’emergenza fossero lì ad immolarsi, per rivendicare il possesso di quella fetta di territorio.
Fatto sta che, percorrerla, è un’esperienza rilassante.
Tranne quella volta che incontrai la carriola in mezzo alla carreggiata. Era un pomeriggio di sole pieno e cielo sgombro. Al solito, traffico tendente a zero. Da lontano, come capita nei racconti del deserto, sembrava un miraggio poggiato laggiù sull’inanimata striscia di asfalto. Però avvicinandomi lo scherzo ottico non scompariva, anzi, si avvicinava pure lui fino a diventare senza dubbio ciò che effettivamente era: una carriola sottosopra in mezzo alla careggiata, e vicino una scala a pioli acquattata di traverso sull’asfalto. Ci volle qualche microsecondo per passare dalla modalità “Che curioso e memorabile fenomeno!” alla modalità “Se ci vado addosso, sono guai!”
Con rumoroso sobbalzo le ruote passarono sopra i montanti della scala, mentre la carriola, pur di pochi centimetri, la schivai.
Un po’ come ogni volta schivo appena, lungo la rilassante, conciliante e solitaria Valdastico Sud, la domanda: “Che senso ha?”

Pubblicato da Alberto Vicentin

Dal 1972 (cioè dall'inizio) residente a Brendola, nella provincia vicentina. Ingegnere chimico, consulente ambientale, giornalista pubblicista e... mi piace scrivere (www.spuntidivista.blog)

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