San Francisco gloomy stories

I fantasmi di San Francisco non escono con il buio.
Escono un po’ prima del buio, quando un residuo di giorno, tenue e dimesso, si attarda tra le pieghe della città.

Escono quando la luce obliqua ridisegna le cose, le ricolloca deformate ma ancora riconoscibili, le stinge virando la tavolozza in tonalità di grigio, sfuma i profili e le certezze, riapre e rovescia il vaso dell’immaginazione.
Appena prima i fantasmi non c’erano e ora ci sono, lì intorno al Civic Center. Non li vedi arrivare né sciamare. Semplicemente ora ci sono come ci fossero sempre stati.

Eppure un attimo prima non c’erano. Da dove vengono tutte queste sagome lente? Dov’erano nascoste? Stavano in un loro rifugio invisibile o possedevano una loro autonoma invisibilità?

Come il vapore bianco che sbuffa dai chiusini in mezzo alle strade, anch’essi balzano allo sguardo, indugiano brevemente e presto svaniscono, diluendosi tra le ombre.

Un’ora fa Grove Street era un viale da passeggio e adesso è una corsia distopica popolata di personaggi senza nome e senza volto, aggrappati a carrelli della spesa, rivestiti di coperte sfibrate, coronati da berretti stanchi e trascinati su scarpe consunte e calzettoni color pavimento.

La Civic Center Plaza nella luce del giorno californiano era luogo di affari, vita cittadina e viavai di turisti e ora è uno spazio liquido e indefinito, estruso verso le cupe laterali e punteggiato di movimenti a scatti che sembrano fermi, di individui soli, in piedi curvi seduti o stesi, in attesa forse o forse no, di crocchi brulicanti e inerti, ingaggiati in faccende senza impegno e distratti a scrutarsi attorno. Gli estranei per loro non esistono eppure senti che nulla sfugge, che da un momento all’altro le distanze imponderabili potrebbero annullarsi e che gli spettri potrebbero assumere invadente consistenza materiale e sbatterti addosso.

Il marciapiedi di Larkin Street è un itinerario di cartocci, attraversamenti, cantilene reiterate e guaiti improvvisi, appostamenti e rimescolamenti. E lì, da un fagotto scuro ammucchiato addosso al muro del palazzo, esce e scivola un esiguo, luccicante ed esanime rivolo di vita che finisce nella canaletta di scolo e oltre, dentro i pertugi di una caditoia, verso i meandri del livello ancora più basso. Per chi si trova sul marciapiedi per caso o per errore, e transita veloce e guardingo, con la speranza di non essere visto, di essere lui un fantasma invisibile per i fantasmi di San Francisco, non resta che alzare un po’ il piede e passare oltre.

Pubblicato da Alberto Vicentin

Dal 1972 (cioè dall'inizio) residente a Brendola, nella provincia vicentina. Ingegnere chimico, consulente ambientale, giornalista pubblicista e... mi piace scrivere (www.spuntidivista.blog)

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