La dignità delle portate

PROLOGO:

Questa storia è dedicata a chi, in epoca di fragilità sociale, incertezza economica, evoluzione politica e crisi culturale, si ritrova a soffrire sui dati di portata delle emissioni in atmosfera.

Chi non ha problemi di emissioni e relative portate, non potrà capire appieno e probabilmente si annoierà a morte: è quindi autorizzato a saltare a piè pari questa lettura per dedicarsi agli altri temi, non meno importanti, sopra elencati.

LA STORIA:

C’era un tempo in cui, a dirsela tutta, nessuno si occupava granchè della portata delle emissioni in atmosfera. In quel tempo per trovare un dato in metricubi/ora bisognava rovistare con pazienza tra le pagine delle relazioni e le righe piccole delle autorizzazioni, spesso senza successo.

Poi venne il tempo, circa un decennio fa, in cui le portate cominciarono a conquistare la dignità del “dimensionamento”, cioè quella condizione rassicurante per cui il numero finale è il risultato di un processo logico e fondato di input, assunzioni, scelte e calcoli. Nel processo si mescolano in dosi assai variabili rigore scientifico, spannometria esperienziale ed equilibrismo tecnico-economico, ma ancora una volta il fine giustifica i mezzi: l’importante è dimostrare che quella è proprio la portata che serve, né più né meno. Nè più, perché le portate in eccesso insinuano sospetti di diluizione. Né meno, perché all’inizio del tubo c’è gente che lavora e che respira.

Inevitabilmente la dignità della portata pretese altrettanta dignità per la sua verifica sul campo: inutile scervellarsi e bisticciare sui conti se poi non riusciamo a fare misure attendibili nei tubi. Curve, innesti, filtri, cambi di sezione e ventilatori diventarono acerrimi nemici, da temere e tenere più lontani possibile. Bisognava scovare o addirittura creare appositamente tratti di tubo rettilinei, intatti, indisturbati, tratti perfettamente cilindrici di lunghezza pari a svariati diametri, dove il flusso scorresse placido e ordinato. Una parola iniziò a farsi strada, austera e maliziosa, tra i banchi delle officine manutenzione e le scrivanie degli addetti ai lavori, una parola nuova che veniva dalle norme tecniche ma che emanava echi esoterici: “isocinetismo”. In nome dell’isocinetismo, sempre in bilico tra fondamenti scientifici e teorie dell’occulto, si scatenò lungo i tubi la caccia al “foro conforme”, il punto giusto in cui infilare sonde e dispositivi per garantire la correttezza dei campionamenti.

Ma poiché la dignità non regge senza il puntello della regola (e della relativa sanzione), ecco che ai nostri giorni la portata diventa un limite numerico fissato dall’autorizzazione, da rispettare con scrupolo e monitorare con cura. Scrupolo e cura cui, magnanimamente, si concede una certa flessibilità: venti per cento in più o in meno, un pietoso range all’interno del quale si tollerano le impalpabili fluttuazioni dei metricubi/ora, le esuberanti evoluzioni del flusso gassoso che prende vita dentro la fabbrica insinuandosi nelle cappe, scivola furtivo lungo le tubazioni, permea attraverso i filtri, saltella tra le pale dei ventilatori e sale su, su fino a sbuffare dal camino verso il cielo.

Ma attenzione: fuori da quel più o meno venti per cento l’emissione perde poesia e si addentra nei meandri del codice di procedura penale. Non importa se in uscita la quantità e la qualità degli inquinanti restano comunque dentro i loro limiti. Non importa se in reparto l’aria è buona. Quando la portata aumenta troppo o diminuisce troppo non è più esuberante: è fuorilegge.

A quel punto ti trovi di fronte al titolare del camino, il quale incredulo e adirato tiene in mano la diffida e ti chiede: “Perché?”. Ci provi con argomentazioni classiche sugli obblighi normativi e sulla tutela ambientale e ti spingi ad evocare il culto dell’isocinetismo. Capisci che non basta, lo capisci dal suo sguardo glaciale ma anche dal tuo stesso tono di voce. E allora non resta che giocarsi l’ultima carta, quella della saggezza popolare e delle ancestrali, ineluttabili verità: “Senta, capisco che è dura, ma le cose stanno così: anche la portata oggi ha una sua dignità. E come Lei sa bene la dignità, qualsiasi dignità, ha sempre un prezzo.”

A volte funziona. A volte no.

Pubblicato da Alberto Vicentin

Dal 1972 (cioè dall'inizio) residente a Brendola, nella provincia vicentina. Ingegnere chimico, consulente ambientale, giornalista pubblicista e... mi piace scrivere (www.spuntidivista.blog)

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