Parola di sentiero

“I sentieri parlano” rispose piano il signore della montagna, benché la domanda fosse, a prima vista, un’altra. “È il sentiero giusto per il Lago di Calaita?” avevamo chiesto incrociandolo nel bosco.
Perché in effetti non era mica facile orientarsi lungo il fianco orientale della montagna, risalendo da Prati Dismoni verso il lago, nella primavera dopo la tempesta vaia. Almeno per chi quei posti non li aveva mai visti prima.
Nei chiaroscuri degli alberi rimasti in piedi si intricavano a terra composizioni di tronchi e rami caduti. Da imponenti grovigli di radici sradicate, impastate di terra e sassi, spuntavano folte chiome a rovescio. Frane intermittenti e pietre smosse ridisegnavano le forme della montagna.
E i sentieri, pur segnati da tenaci cartelli, svanivano a tratti per riaffiorare laggiù, forse, non sempre. Sentieri che, pur marcati in bianco e rosso su salde rocce e alberi superstiti, incrociavano improvvisi sbarramenti, da scavalcare o eludere, per riprendere il solco laggiù, forse, non sempre.
Il signore della montagna apparve inaspettato, discendeva il bosco con passo morbido e silenzioso, un’età difficile da indovinare, uno sguardo che coglie ogni cosa senza fermarsi su alcuna, una voce grave, allenata ai silenzi del bosco e animata da quell’accento trentino che rassicura e rimprovera insieme.
“I sentieri parlano” disse “sì, loro parlano la lingua dell’inverno, e poi quella della primavera, mentre d’estate cantano e d’autunno suonano. Se ascoltate bene, raccontano di quando non c’erano e di quando sono stati creati, passo a passo, curva a curva, e qualche volta raccontano di quando non ci saranno più. Come adesso, guardatevi intorno, stanno parlando della tempesta e di tutto ciò che può cambiare.”
Fece una pausa, gettando uno sguardo di lato: “Ma le cose più belle le raccontano proprio quando non c’è nessuno ad ascoltarli, di notte, all’alba, sotto la pioggia fitta e magari durante la tempesta. È un peccato non poterli ascoltare allora”
Si interruppe e sembrava non aver altro da aggiungere. Così, timidamente, ritentammo: “Quindi, per il Lago di Calaita è il sentiero giusto…”
Stavolta rispose, sorridendo quasi: “Certo, è giusto, continuate a salire fino alla forcella” e con un cenno di saluto ripartì per la sua discesa.
Mentre si allontanava ci sembrò di sentire ancora la sua voce grave: “I sentieri sono sempre giusti”.
Se fu lui a dirlo, lo disse piano, quando era già sparito dietro gli alberi, a passi silenziosi e morbidi, per non disturbare i racconti.

Pubblicato da Alberto Vicentin

Dal 1972 (cioè dall'inizio) residente a Brendola, nella provincia vicentina. Ingegnere chimico, consulente ambientale, giornalista pubblicista e... mi piace scrivere (www.spuntidivista.blog)

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