Tre volte a Capaci

Mi è capitato due volte di percorrere quel tratto di autostrada da Punta Raisi a Palermo, un rettilineo che non sembra un rettilineo, srotolato nell’interregno tra il mare e le montagne, attraverso quartieri soffusi, costruzioni non del tutto costruite, scorci di natura e spezzoni di umanità.

La più recente è stata nel cuore di una solare giornata di giugno ed era l’inizio di una vacanza di famiglia. Ritirata l’auto in aeroporto puntiamo verso il centro storico della città e quel contorto rettilineo è già un appuntamento. Più con un significato che con un luogo. Mentre guido sento il bisogno di non perdere l’occasione, di raccontare a Giulia ed Enrico ciò che accadde qui, “Vedete, proprio qui”, 25 anni prima, quando non erano ancora nati. “L’autostrada poi l’hanno ricostruita, ma quel pomeriggio saltò in aria. Insieme alle auto. Insieme alle persone”. E lo sguardo non si trattiene, devia dalla strada e scivola verso destra, insieme curioso e timoroso, per cercare lungo il pendio il mattoncino bianco da cui qualcuno, dicono, premette il pulsante. Ma quella è pur sempre un’autostrada, ha i suoi ritmi e le sue regole, non puoi fermarti ad osservare, non puoi accostare per capire meglio, non puoi sederti sul ciglio e sospendere il flusso. Devi andare avanti, in qualche modo devi andare avanti, e se non ti accorgi in tempo della dimessa piazzola laterale, posta in memoria della strage, la passi via e ciò che accadde quel pomeriggio di 25 anni prima è già alle tue spalle.

La volta precedente, la prima per me, è stata una luminosa mattina di primavera ed era una trasferta di lavoro. A guidare è un tassista, che si presenta subito “Bella giornata, vero? Dove andiamo oggi, dottò?” Lungo l’autostrada mi racconta storie, sui quartieri e sulla gente di Palermo, e proprio intorno a quelle storie il rettilineo sembra arricciarsi, contorcersi. Fino a quando arriva il momento della sua storia della strage. Mi spiega cosa c’è in quella zona, e chi ci vive. Mi mostra il punto esatto in cui la strada esplose e subito dopo mi indica la collina a fianco, dove c’è la minuscola, ingombrante casupola bianca “La vede lassù, dottò, c’hanno scritto sopra NO MAFIA.” Cerco, scruto, la vedo, o almeno credo. “Ecco, l’hanno lasciata lì” mi dice “L’hanno lasciata per ricordare, dottò”. Il suo racconto si dipana in un mirabile equilibrio tra emozione e cronaca, tra intrattenimento e verità, così come quello stesso luogo sembra galleggiare sul filo tra storia autentica e attrazione turistica. Ma poi passiamo oltre, attraversiamo altri quartieri di altre genti, fino al Brancaccio, e quando si è oltre si è altrove.

Mi è capitato due volte di percorrere quel tratto di autostrada, nella stessa direzione delle auto saltate in aria, vedendo gli stessi scorci di natura e gli stessi spezzoni di umanità che vedevano i passeggeri un attimo prima dell’esplosione. Mi è capitato due volte, ed entrambe le volte ho avuto la sensazione di esserci già stato molto tempo prima. Ricordo esattamente la sera del 23 maggio 1992, ricordo con precisione dov’ero, con chi, cosa stavo facendo nel momento in cui la notizia è schizzata fuori dalla televisione e si è dispersa in rivoli. Ricordo le immagini e le voci e soprattutto ricordo la piccola pausa che si prese lo scorrere del tempo. Furono pochi secondi, ma non si può misurare in secondi. Fu una sospensione del flusso, netta e appena percettibile, profonda e impalpabile. Fu come ritrovarmi seduto sul ciglio di quell’autostrada, con tutto intorno immobile e silenzioso.

Sì, a pensarci bene, c’è stata una terza volta.

Pubblicato da Alberto Vicentin

Dal 1972 (cioè dall'inizio) residente a Brendola, nella provincia vicentina. Ingegnere chimico, consulente ambientale, giornalista pubblicista e... mi piace scrivere (www.spuntidivista.blog)

2 pensieri riguardo “Tre volte a Capaci

  1. Alberto ciao, e sempre un piacere leggere le tue riflessioni belle e profonde; da Capaci, anch’io sono passato due volte e sempre assieme ai tuoi genitori, in occasione di due vacanze in Sicilia. Il ricordo che più mi rimasto è la casina con la scritta ” NO MAFIA”.
    Un’altro luogo siciliano che mi è rimasto è Pizzolungo (TP) dove in un altro agguato a un Magistrato il 02.04.1985 sono morti la madre e due bambini di 5-6 anni.

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