“Cavacamisa” e gli eroi del ciclismo

Nella foto è quello al centro e si chiamava Giordano, come suo padre, ma lo sapevano in pochi. Per tutti, e per me, era Piero, perché era nato il 29 giugno, giusto un secolo fa, nel 1920, e benché quella data nel calendario sia dedicata a due santi si sa che Paolo viene sempre per secondo. Compiva gli anni un giorno dopo di me e questo gli dava sempre l’occasione per dirmi che tra noi ero io il più vecchio.
Mi viene in mente che amava il ciclismo, quello delle montagne e degli eroi che faticano e tentano le imprese, uscendone a volte vincenti e a volte sconfitti, ma sempre eroi, perché l’impresa vera non è sotto lo striscione del traguardo ma sul ciglio dei tornanti. Il Giro d’Italia in tv nei pomeriggi di primavera era un rituale sobrio e solenne, celebrato tra la tappa in corso e la nostalgia dei grandi campioni, da Coppi a Merckx a Moser-Saronni. Una passione da spettatore, certo, ma poggiata su fondamenta più profonde, come un intreccio di piacere e sofferenza che arrivava da lontano e che riemerse nelle salite di Pantani, gli occhi su quella schiena esile e curva e su quegli scatti agili e inquieti. Pantani era insieme la tappa in corso e la nostalgia dei grandi campioni, un incrocio epico che trasmetteva in diretta l’adrenalina di un trionfo e il presagio di una disfatta.

Mi viene poi in mente che Piero amava il gioco delle carte, e mi ritrovo nella guardiola di via Firenze, una portineria appena visibile dal marciapiedi, laggiù in fondo all’atrio incastonato tra il negozio di moto e la scuola guida. Ci passavamo le ore in guardiola, interi pomeriggi, anzitutto con “cavacamisa”, gioco essenziale, meccanico, che insegna la serenità e la brutalità dell’ineluttabile. Poi con la “briscola”, una combinazione di fortuna e di arbitrio. Poi ancora con “scala 40”, ma solo dopo anni di gavetta.

E mi è tornato in mente in questi giorni, andando per sentieri di montagna, incrociando i segni della Grande Guerra, impigliati nei nomi dei luoghi, nelle gallerie scavate per proteggere e per avvistare, nei viottoli trasformati in strade per farci passare l’artiglieria, in una memoria che sembra oggi appartenere più alle cose che alle persone. Piero mi è tornato in mente anche se quella non fu la sua guerra. Lui arrivò subito dopo, giusto in tempo per affrontare e attraversare, da appena ventenne, l’altra guerra mondiale, la seconda, ancora più grande in effetti nei numeri e nei drammi.

Mi è tornato in mente perché lui, come molti altri, in guerra c’è andato davvero, e forse quando sei in piedi, con il fucile in mano, di fronte ad un altro uomo in piedi, anch’egli con il fucile in mano, e sai che per almeno uno dei due quello sarà l’ultimo atto, non conta più in che guerra sei, perché è scoppiata, chi sono i buoni e chi sono i cattivi: conta solo che è un ultimo atto.

Mi è tornato in mente perché una volta sola ho visto Piero offendersi davvero per colpa mia, al punto da alzarsi, sbattere la sedia e andarsene. Eravamo a tavola, a cena, si parlava del fascismo, della guerra e di chi la combatté. Ero fresco di studi scolastici su quel periodo storico e, con il filtro del tempo e le certezze della teoria, non avevo dubbi di cosa fosse giusto e cosa fosse sbagliato. Lui ricostruiva la sua storia, a episodi e impressioni, sul filo dei ricordi e dell’orgoglio. Ma io, nella mia dotta inesperienza, insistetti che sostenere il fascismo e combattere quella guerra erano stati grandi, tragici errori e che non era concepibile che qualcuno, davvero, in coscienza, potesse pensarla diversamente, ora come allora. Che era impossibile che qualcuno andasse al fronte pensando di aver ragione.

Ecco, sono in ritardo di oltre trent’anni su quella discussione, e sono in ritardo di oltre vent’anni sull’ultima occasione che ho avuto di dirlo proprio a lui, ma adesso vorrei scusarmi, ammettere che mi sbagliavo.

Non sul debole e scellerato regime che ci portò in guerra, e che poteva innestarsi solo in un sistema sociale e politico ancor più debole e scellerato. Non sul grossolano, drammatico errore delle avventure belliche che ne seguirono, dalle capricciose e scomposte aggressioni colonialistiche fino all’incerta e fallimentare partecipazione alla seconda guerra mondiale. No, io mi sbagliavo su di lui, sul suo punto di vista, su quello che poteva vivere un ragazzo di vent’anni partito per forza dalla campagna del basso vicentino, insieme a suo fratello Luigi (alla sua destra nella foto), per ritrovarsi in prima linea sul fronte greco-albanese, nelle squadre degli arditi, quelli che quando era il momento dovevano andare giù pesante di grappa e partire di corsa, a piedi, su un terreno sconosciuto, senza nome, con il fucile in mano, per incontrare da qualche parte, vedendolo da lontano o trovandoselo addosso all’improvviso, il nemico col fucile in mano.

Mi sbagliavo sul valore del ricordo e dell’orgoglio che lui aveva serbato per mezzo secolo e che, a tanti anni di distanza, gli consentivano di convivere con un pezzo ingombrante e indelebile della sua vita, un pezzo forte, potente, inafferrabile nella sua soverchiante realtà, un pezzo che per stare dentro alla sua esistenza successiva non poteva che essere semplicemente, unicamente come lo aveva visto lui e come lui lo teneva dentro.

Ineluttabile come “cavacamisa”.

Epico e fragile come gli eroi del ciclismo.

Che si chiamasse Giordano, come suo padre, lo sapevano in pochi. Per quasi tutti era solo Piero, ma per me è qualcosa in più: per me è il nonno Piero.

Pubblicato da Alberto Vicentin

Dal 1972 (cioè dall'inizio) residente a Brendola, nella provincia vicentina. Ingegnere chimico, consulente ambientale, giornalista pubblicista e... mi piace scrivere (www.spuntidivista.blog)

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