Il cantiere della Madonna

È stato un cantiere difficile, di quelli in cui un coordinatore per la sicurezza fa fatica a mantenere alta e costante l’attenzione sul rispetto delle normative e sulla tutela delle persone. Ora che i lavori sono terminati posso dirlo: il cantiere della Chiesa di Madonna dei Prati mi ha messo a dura prova, c’era sempre la sensazione di sottovalutare un rischio, di perdere un dettaglio, di distrarsi.

No, no, mica per colpa delle imprese o dei lavoratori, anzi! Mica per i ponteggi creativi che si inerpicavano sulle pareti perimetrali e si attorcigliavano addosso al campanile, su fino alla croce. Mica per le consunte travi del tetto che, una volta svelate, sembravano sospese nel vuoto. Mica per il telo di protezione, teso tra i montanti e posato come un grande cappellino sulla sommità della chiesa, e acrobaticamente adattato all’avanzamento dei lavori.

Macchè! È stato un cantiere difficile per tutt’altri motivi, e i motivi sono due.

Il primo motivo è che quel luogo, Madonna dei Prati, è speciale. Di una bellezza popolare ed esclusiva, modesta e sofisticata insieme, che dirama suggestioni dai piccoli scorci nascosti dietro l’angolo fino alle viste ampie sul paesaggio. Stai guidando verso il cantiere, hai in mente le fasi di lavoro e l’idoneità delle imprese, e mentre ti avvicini senti che tutto intorno si sgretolano le muraglie dell’asfittica urbanistica provinciale, svaporano le calche edificate delle zone industriali e gli assembramenti residenziali. Il cambio di scena è repentino, gli spazi si aprono nella campagna e vi si distendono, si rilassano per convergere verso un baricentro visuale, segnato laggiù da un ciuffo di alberi alti, a cui sembrano tendere i filari di platani lungo la strada. Il piazzale, tra campo da calcio e chiesa, è fermo nel tempo, in attesa, e anche l’asfalto pare antico. Appena varchi la recinzione metallica ti accolgono crocchi di galline residenti, le quali, senza casco né tesserini di riconoscimento, zampettano disinvolte nell’erba e intanto ti osservano sospettose, e non hai dubbi che a vigilare sul cantiere ci pensino loro.

Poi sali, scalando il ponteggio, scaletta, impalcato, scaletta, impalcato, da un lato la parete ruvida del campanile e dall’altro il ciuffo di alberi alti, lo stesso baricentro visuale su cui convergevano gli spazi e le strade, solo che adesso ci sei dentro. Fingi di ispezionare parapetti e botole e ancoraggi ma la verità è che stai solo salendo, su fino al giro più alto, dove normalmente non si arriva, dove appoggi la mano sulle onde rosse di mattoncini della cuspide, dove misuri a spanne la croce apicale piantata sulla pietra, dove fai una pausa, più per rispetto che per stanchezza, e poi liberi lo sguardo tutto intorno, dalle linee del campo di gioco, appena lì sotto, alle scacchiere di terreni coltivati che incontrano i tentacoli dei quartieri e poi, oltre, fino  alle colline declinate di verdi e increspate da pezzi di paese. E dalla parte opposta, dietro le quinte di alberi alti, ancora campagna, ancora spazi aperti, placidi e immemori fino al loro brusco confine, segnato dal fronte dei capannoni industriali, i quali incombono, squadrati e arcigni ma inerti, come una mareggiata di calcestruzzo che si sia cristallizzata lì, improvvisamente, arrestando d’un tratto la sua avanzata, per sempre, o per ora.

Ecco, questo è il primo motivo per cui è stato difficile occuparsi di sicurezza nel cantiere della Madonna. Il secondo motivo erano le persone. Che ti spiegano cosa stanno facendo con il gusto e l’orgoglio di raccontarlo. Che ti forniscono dettagli in bilico tra la pratica edilizia e l’ispirazione artistica, o magari tra l’ispirazione edilizia e la pratica artistica, che poi, volendo, non c’è differenza. Che ti mostrano la testata logora, pericolante di una trave ricostruendone la storia prima ancora che il nuovo appoggio. Che ti parlano di soluzioni, esperimenti e artifizi di cui, oggettivamente, capisci poco, ma ascolti comunque per il semplice piacere di ascoltare, come capita con una canzone in una lingua sconosciuta o con i testi dell’opera a teatro.

Sarà per questi due motivi, sarà per i ricordi di passeggiate infantili, di tornei giovanili, di cerimonie, immagini e pensieri senza età, sarà perché è uno di quei luoghi che appartengono profondamente alla vita di paese ma altrettanto profondamente tengono le distanze, sarà perché ognuno può scegliere quando, dove e come lasciarsi suggestionare, fatto sta che quello di Madonna dei Prati è stato un cantiere difficile da coordinare, e chissà se qualche rischio è stato sottovalutato e qualche dettaglio perso. Bisognerebbe chiederlo alle galline residenti in crocchio, alle quali di certo nulla sfugge.

Pubblicato da Alberto Vicentin

Dal 1972 (cioè dall'inizio) residente a Brendola, nella provincia vicentina. Ingegnere chimico, consulente ambientale, giornalista pubblicista e... mi piace scrivere (www.spuntidivista.blog)

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