17 milioni di vittime

“Tutto iniziò il giorno in cui un bi.gi. entrò nel campo tossendo forte.

Avete presente i ridicoli e sgraziati animali che ci tengono in custodia? Ecco, noi li chiamiamo bi.gi., per bipedi glabri.

Era uno dei soliti, che vedevamo spesso al campo: mettevano cibo e acqua, controllavano i recinti, ci davano le medicine e, talvolta, si portavano via un gruppo di nostri compagni.

Quel giorno però tossiva forte e faceva fatica a respirare. Fu l’ultima volta che lo vedemmo.

A parte questo sembrava tutto normale, ma non era così. Nei giorni successivi capitarono strani episodi. Qualche compagno si accucciava in un angolo e stava fermo per ore, emettendo un sibilo acuto, prolungato e intermittente. Qualcuno invece si agitava, prendeva a correre e tremare e non c’era verso di calmarlo. Qualcuno poi tirava il collo, come dire?, sembrava dovesse rigurgitare qualcosa che gli era andato di traverso e stava lì a sforzarsi, e non usciva nulla.

Ma noi eravamo così tanti che a malapena ci si accorgeva di questi episodi. In fondo c’è sempre qualcuno di ammalato, o di bizzarro, in mezzo a tanti.

Andò avanti per parecchio tempo. I soliti bi.gi. continuavano a venire, facevano i loro giri e se ne andavano. Poi un giorno ne vennero di diversi, con vestiti larghi e con le teste incappucciate, che a prima vista neanche si capiva che erano bi.gi. Presero molti di noi, li portarono via e solo pochi tornarono.

Nessuno capiva, nessuno sapeva, ma i pochi che erano tornati riferirono delle cose. Sapete, non è facile capire i suoni grezzi, ridicoli che fanno i bi.gi. quando cercano di comunicare tra loro, ma a forza di osservarli avevamo imparato ad intuire.

Ecco, i pochi che erano tornati dissero che al campo girava un virus nuovo, che l’aveva portato dentro quello che tossiva forte e che poi il virus si era diffuso tra noi, invisibile e innocuo, a parte qualche episodio isolato, e che ad un certo punto era successo un fatto che terrorizzava i bi.gi., proprio li mandava in panico: uno o due di loro se l’erano preso di ritorno, il virus. Da loro a noi, e poi da noi a loro.

E che sarà mai? pensammo. Da loro era arrivato, a loro era tornato, sono cose che capitano. L’avevamo solo restituito ai legittimi proprietari, il virus nuovo.

Solo che le voci andavano oltre, si diceva che gli altri campi del paese erano deserti, in silenzio, dopo che i bi.gi. erano entrati bardati e incappucciati, avevano radunato tutti i nostri in un angolo, li avevano caricati in fretta con una grande pala meccanica e li avevano portati via. Non sappiamo dove, in un posto più bello forse, o forse no. Comunque tutti spariti, a migliaia. Diciassette milioni dice qualcuno.

Noi siamo ancora al campo, e non ho modo di verificare tutte queste voci. So solo che, se questa sarà l’ultima frase del mio racconto, vorrà dire che le voci erano fondate, e che i bi.gi., con la loro grande pala meccanica, saranno passati anche qui.”

(Reportage da un campo danese, per “Mink News” su TeleVisone)

P.S. Un tempo, di certo per colpa mia, pensavo che il visone fosse una specie di tessuto, tipo la lana e il cotone, e non un animale, e pensavo che la materia prima venisse prodotta, e non allevata.

Pubblicato da Alberto Vicentin

Dal 1972 (cioè dall'inizio) residente a Brendola, nella provincia vicentina. Ingegnere chimico, consulente ambientale, giornalista pubblicista e... mi piace scrivere (www.spuntidivista.blog)

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