In un mondo diverso

Lo incontro le prime volte ai corsi di formazione, parecchio tempo fa.

Lunghi pomeriggi e intere mattinate, a volte di sabato, a parlare di sicurezza e salute nel lavoro. Perché bisogna. Perché è importante. Perché serve l’attestato. Faccio il possibile per ingaggiare, animare, coinvolgere, spesso funziona, spesso non funziona. Gli sguardi sventagliano dall’assonnato assente al vispo birichino. Le domande, quando arrivano, sono curiose o polemiche. Le reazioni, quando vengono stimolate, sono pigre o scattanti.

Lui mi resta impresso perché, tra i pochi, forse unico, ha lo sguardo acceso per tutto il tempo, un mezzo sorriso fermo esattamente in equilibrio tra solidarietà, compiacimento e supponenza, in un punto strategico in cui non puoi né affrontarlo né ignorarlo. Un equilibrista del sorriso.

Mi resta impresso poi perché interviene e palleggia, alza la mano e dice la sua, irrompe nell’acustica della sala con i toni profondi del suo italiano ritmato, quasi tamburellato dall’accento francese che francese non è. Anche in una platea quiescente, anche nelle fasi ondivaghe in cui temo di aver smarrito il gruppo, lui mi ritrova e dice la sua, ancora in equilibrio tra la critica e la proposta, un po’ assertivo e un po’ faceto, mai banale, pacatamente sovversivo e anticonvenzionale, con la capacità rara di scherzare seriamente e di ragionare con naturalezza, con l’abilità fine di esercitare il diritto di sbagliare in quanto corollario del diritto di esprimersi, e di provarci.

Poi negli anni lo incontro in fabbrica, nella sua postazione in linea, lì in piedi indaffarato sulla macchina ma non troppo, imponente nella sagoma quanto leggero nell’incrocio. Un saluto accogliente, sempre, quasi che fosse lì ad aspettare, ma non ad aspettare qualcosa o qualcuno in genere: ad aspettare proprio me. Una domanda su come va il lavoro e sul tempo che fa, sui massimi sistemi e sul senso della vita. Una frase, massimo due, con parole ponderate e con radici profonde. Al punto che mentre me ne vado percepisco una scia, la sensazione di aver raccolto qualcosa e di aver lasciato qualcosa.

E lo incontro oggi, vicino all’area ristoro, in pausa caffè. C’è il solito sorriso equilibrista che compare appena abbassa la mascherina (ma ci scommetterei che quel sorriso era lì anche prima, sotto la mascherina). Parliamo del periodo, delle vaccinazioni, della politica internazionale. Tre minuti distillati in cui la voce prevalente è la sua, anche quando domanda in realtà risponde, anche quando ascolta in realtà racconta.

Un collega poco lontano gli dice: “Stai aspettando di tornare in Senegal, vero? Vai là e diventi presidente” Lui continua a sorridere, ha infinite versioni di quel sorriso eppure è sempre quello. Risponde: “Ma va’, se fossi io il presidente del mio paese, cambierei tutto”. La parola finale, TU-TO, suona grave, definitiva come un gong, scava da lontano nella sua terra come se stesse già iniziando a dissodarla, per cambiarla.

Non ho dubbi che saprebbe cosa fare, come farlo e pure come dirlo. E credo che, potendo, non si limiterebbe a cambiare il suo paese. Potendo prenderebbe il mondo intero e lo trasformerebbe in un mondo diverso. Lo saluto e, mentre si spegne l’eco di un’ultima battuta, si forma la scia di un pensiero, che in quel mondo diverso probabilmente non lo incontrerei lì.

Pubblicato da Alberto Vicentin

Dal 1972 (cioè dall'inizio) residente a Brendola, nella provincia vicentina. Ingegnere chimico, consulente ambientale, giornalista pubblicista e... mi piace scrivere (www.spuntidivista.blog)

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