Frequenze di Venere su scogli triestini

La via del mare si stende tra la riva adriatica e la prima schiera di palazzi continentali, con le facciate impettite a guardare il largo. Ai piedi i palazzi della prima schiera si frantumano in tende, insegne e tavolini, ormeggi per la gente appena oltre gli ormeggi per le imbarcazioni.
Già la seconda schiera di palazzi con cui Trieste fronteggia il mare è città interna, già cuore pulsante nell’ombra dietro il luccichio esposto al sole. Che poi, in fondo, è proprio quando si smette di vedere troppo che si inizia a sentire davvero.
L’osteria si apre su una stradina stretta da cui si percepisce il mare senza più vederlo. Due gradini per entrare, due vasi di piante verdi ai lati della porta di legno e vetro e una saletta casalinga decorata di storia.
È qui che entrano con sommessa famigliarità i due uomini in jeans e camicia stropicciata, ed è qui che si siedono al tavolo a fianco. Barbe da fare ma non sfatte, bassi di statura e dimessi nello stile, simili senza assomigliarsi, saranno due amici che si ritrovano a pranzo per una chiacchierata. Pensionati forse, senza fretta comunque.
La cameriera chiede se serve raccontare il menu (sì, raccontare dice). “Lo scoglio ce l’avete?” “Certo!” “Due scogli allora.” “Da bere?” “Acqua frizzante, due.” “Altro?” “I bavaglini.” La cameriera sorride piano mentre se ne va.
Discorrono di fatti e persone, quello che dà le spalle alla saletta è più loquace, l’altro con le spalle al muro va a ruota. Discorrono di un certo “testa di c****” e della volta che il tale “voleva mettermelo in c***” e di come sia dura sopportare i condizionamenti di “quel mondo di m****”. Gradualmente cominciano a sembrare meno compagni di merende e più colleghi di lavoro, informali nel lessico certo ma professionali nei contenuti. Arrivano cenni a conferenze, pubblicazioni e finanziamenti e il lavoro generico si inoltra nei meandri dell’università e della ricerca.
Arriva il pane su una ciotola di legno a forma di sessola e arriva l’acqua in bottiglie di vetro.
“Mica motivazioni scientifiche, ovvio, tutta questione di interessi politici e industriali.” Poi d’un tratto spunta l’ESA, una sigla perentoria che colta al volo potrebbe essere un ente di servizi ambientali o una ditta di escavazioni stradali adriatiche, non fosse che presto l’ESA si ritrova associata alla NASA e ad un progetto di sperimentazione spaziale, finalizzato specificamente alla misura della banda di frequenze di 100 MeV. Forse no, forse si parla di hertz, mega o milli che siano… eppure quanto lo ripetono, due o tre volte, suona proprio MeV. “Perché è proprio su quella banda lì che c’è ancora un buco nel campo di misura della strumentazione usate per le missioni orbitali”.
Arrivano i bavaglini da spiegare e da allacciare per bene al collo e arrivano gli scogli impiattati con il cestello metallico a parte, per gli scarti.
“Alla fine i fondi comunque li abbiamo, americani ed europei insieme, due missioni coordinate, entrambe su Venere.”
Poi la fisica dei gusci di cozze e vongole che cadono nel cestello, combinazione di gravità e onde di pressione, prende il sopravvento, e le frequenze di Venere si dileguano fuori dall’osteria e fuori dalla stradina stretta che percepisce il mare senza vederlo, si rintanano da qualche parte all’ombra degli scogli triestini in attesa, paziente, pigra, del loro posto luccicante in facciata da cui guardare il largo.

Pubblicato da Alberto Vicentin

Dal 1972 (cioè dall'inizio) residente a Brendola, nella provincia vicentina. Ingegnere chimico, consulente ambientale, giornalista pubblicista e... mi piace scrivere (www.spuntidivista.blog)

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