Quello che possiamo imparare in un sabato pomeriggio

“Ho una proposta da farti”: quando una telefonata di Andrea Michelin, socio di Piano Infinito, instancabile organizzatore (per lo più dietro le quinte), esordisce così si può star certi che ha in mente qualcosa di interessante e di altrettanto impegnativo. “Organizziamo la presentazione di un libro, un sabato di aprile, tardo pomeriggio. Ci stai?” Solo per tenerlo un po’ sulle spine prendo tempo e dopo qualche giorno lo richiamo: “Avanti dai, facciamola.”

Il libro si intitola “Quello che possiamo imparare in Africa”, con sottotitolo “La salute come bene comune”. L’autore è Dante Carraro, sacerdote e medico, dal 2008 direttore di Medici con l’Africa CUAMM, e il 9 aprile, nella sede della cooperativa ad Alte di Montecchio Maggiore, sarebbe venuto lui in persona.

Per prepararci degnamente all’appuntamento buttiamo giù una scaletta, programmiamo i tempi e ipotizziamo l’affluenza, che per le 17.00 di un sabato di aprile è davvero un tiro di dadi. Ma soprattutto: come si fa a intervistare un autore sul suo libro? Bè, come minimo bisogna leggerlo prima, meglio un paio di volte. E così, inevitabilmente, ci si fa un’idea della persona, prima ancora di conoscerla dal vivo. Penso ai suoi ritmi serrati, ai viaggi, ai progetti e agli imprevisti, penso al turbinio di impegni di un’organizzazione attiva in 8 paesi dell’Africa sub-sahariana (Angola, Etiopia, Mozambico, Repubblica Centrafricana, Sierra Leone, Sud Sudan, Tanzania, Uganda), con oltre 4.500 operatori sul campo (di cui 230 italiani), a supporto di 23 ospedali e 80 distretti (attività di sanità pubblica, assistenza materno-infantile, lotta all’Aids, alla tubercolosi e alla malaria), 3 scuole per infermieri (Sud Sudan, Uganda ed Etiopia) e un’università in Mozambico. Penso a tutto questo e guardo la sua fitta agenda nel sito del CUAMM: l’idea che ne esce è di una specie di personaggio mitologico, super attivo e preso da mille cose, uno che arriva di corsa, spreme al massimo il poco tempo disponibile e poi sparisce veloce verso la prossima tappa. Ovviamene non è andata così. È andata che Don Dante entra in sala con passo sciolto, si guarda intorno curioso, sorride e chiacchiera disinvolto, si sofferma ad abbracciare i vecchi amici e a salutare calorosamente i conoscenti, senza fretta, rallentando il tempo, dilatando le maglie dell’evento.

Viene il momento di accendere i microfoni e, dopo il benvenuto di Pino Strano, presidente di Piano Infinito, come sempre appassionato nel promuovere intrecci di solidarietà e cooperazione, è tempo di parlare del libro. Il quale libro, leggendolo, ispira via via tre aggettivi: NECESSARIO (perché effettivamente serve per capire, sentire e vedere nelle giuste dimensioni, per portare l’attenzione dove spesso fatica a soffermarsi), POTENTE (perché afferra e trascina il lettore con la forza dell’esperienza diretta, unisce il caso singolo con la grande vicenda umana, correla la salute dell’individuo con la salute comune, conduce a porsi domande e a mettersi in discussione) e COMMOVENTE (soprattutto in senso etimologico, per la garbata, energica e avvolgente capacità di CON-MUOVERE, muovere con).

Le parole di Don Dante, quelle scritte così come quelle dette durante l’incontro, scorrono leggere e dirette, hanno molto da esprimere e molto da condividere, cercano sentieri e trovano varchi, passano agilmente, con naturalezza, dal registro del manager alla confidenza informale, dal racconto del medico alla riflessione del sacerdote, fondendo il tutto in una narrazione unica, organica ed esaustiva proprio per la sua ampiezza e libertà. Una narrazione che diventa un viaggio, nella geografia e oltre, negli spazi sconfinati e complessi della cultura, della scienza e della coscienza.

Si parte dall’Italia, su cui il coautore del libro, Paolo Di Paolo, citando a sua volta Paolo Rumiz, si interroga così: “Da quali oscure radici proviene, in un Paese come l’Italia, spesso campanilista, aggrappato all’opportunismo e alla gestione del <particulare>, questa voglia di darsi a genti di terre lontane?” Si parte soprattutto dal Veneto, territorio laborioso certo ma spesso provinciale, che però sa esprimere “il senso forte del dovere” e “la cura dei più poveri vicini e lontani”, territorio in cui il CUAMM ha mosso i primi passi più di settant’anni fa grazie al suo fondatore, il medico Francesco Canova, e al suo storico direttore, monsignor Luigi Mazzuccato.

Si parte dalla provincia padovana e da un Dante Carraro adolescente che legge “I have a dream” di Martin Luther King e “La Ginestra” di Leopardi e che guarda con interesse a don Milani ed al parroco del paese, per poi ritrovarlo universitario, amante della medicina, alla continua ricerca della propria via e di risposte esaustive (cosa significa davvero fare qualcosa per gli altri?) fino al momento in cui, la mattina di un venerdì santo nella chiesa del suo paese, le due vocazioni parallele si congiungono e insieme diventano una vocazione più grande.

Si parte anche da Brendola e dal prof. Anacleto Dal Lago, con il suo profilo basso ed elevatissimo, la sua visione integrale della medicina, il suo impegno umile, discreto e autentico, senza troppe parole ma con grandi azioni. Dal Lago nel CUAMM ha tracciato una direzione fondante, “dal lamento al rammendo”, lasciando nel 2008 a don Dante, neo-direttore, un consiglio memorabile: “Salvaguarda il Cuamm dal parlare troppo: i problemi più che parlati vanno studiati, vanno approfonditi, vanno capiti, vanno ascoltati. (…) Preoccupati quando si parla tanto e si studia poco”.

La narrazione ci porta inesorabilmente in Africa, il continente nero dai mille colori, da osservare e ascoltare, da ignorare e conoscere “come una persona”, al punto che nel suo prima viaggio Don Dante capisce “come l’Africa, per quel che mi riguarda, assomiglia un po’ a una ragazza con cui esci la prima volta per andare al cinema. A fine serata ti domandi se ti è simpatica, se sei riuscito a capire chi sia davvero. E sei contento, ma parecchio confuso. Ecco, con l’Africa è stato così: dal primo viaggio resti talmente stordito, con la sensazione di non avere capito niente o quasi, e nello stesso tempo tanto affascinato, hai bisogno di una seconda volta. E, naturalmente, non basterà nemmeno quella”.

Da là, dall’altra sponda del Mediterraneo, anche l’Europa assume nuovi colori, si rianima di luci e ombre, è un protagonista che può e deve fare molto ma che stenta a capire e gestire il fenomeno migratorio e le sue origini: “Voglio bene all’Europa, all’idea dell’Europa” scrive Don Dante “e continuo a difenderla, a patto che essa sappia però difendere l’umanità”.

Se questo viaggio ha una destinazione ideale, la troviamo già nel sottotitolo del libro, in quell’accezione di salute come bene comune, di un servizio sanitario che “è efficace se universalistico, cioè se tutta la popolazione ne può fruire” e “solidaristico, perché sostenuto attraverso la fiscalità generale”, diventando “un’espressione di solidarietà tra sani e malati, tra abbienti e meno abbienti, e tra le diverse generazioni”. Di più: cogliendo i sofferti insegnamenti di epidemie e pandemie, guerre e migrazioni, disastri naturali e crisi climatiche si arriva alla ONE HEALTH, cioè alla salute come “una cosa sola, quella della specie umana, animale e ambientale insieme”.

È bene ricordare che il libro si può comprare e che i proventi sono destinati a sostenere la campagna: UN VACCINO PER “NOI”, perché “davanti a un’emergenza globale, l’unica risposta possibile deve essere globale. L’Africa non può restare esclusa. Vaccinare medici, infermieri e la popolazione africana è un atto di solidarietà e insieme di sicurezza per tutti, anche per noi: solo così riusciremo a interrompere la diffusione del virus e delle sue varianti. Serve un piano vaccinale anti Covid in Africa. Servono più dosi. E queste dosi, poi, devono diventare vaccinazione vera”.

Due annotazioni finali.

La prima: se passate per Gambella, in Etiopia, dove c’è un enorme campo profughi sud-sudanesi, non mancate di far tappa nella piccola caffetteria che un gruppo di donne positive all’Hiv ha aperto, anche con l’aiuto del Cuamm; sulla bontà del caffè garantisce Don Dante.

La seconda: la prossima volta che mi arriva una telefonata di Andrea faccio a meno di rispondere, lascio passare qualche ora, ma solo per tenerlo un po’ sulle spine, e poi lo richiamo.

Pubblicato da Alberto Vicentin

Dal 1972 (cioè dall'inizio) residente a Brendola, nella provincia vicentina. Ingegnere chimico, consulente ambientale, giornalista pubblicista e... mi piace scrivere (www.spuntidivista.blog)

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