Acqua Uno, campo di regata Fiumicello Brendola

Che anno corresse non saprei dirlo con esattezza. Eravamo da qualche parte negli anni ottanta. Per certo era metà agosto.
La regata si svolgeva controcorrente, partenza giù a valle in direzione della campagna, dal ponte della ex carrozzeria, e arrivo sotto il ponte del Fiumicello Brendola in centro a Vo’. Che poi, in quei giorni, era anche il centro del mondo: la sagra si appropriava di spazi, tempi e genti, l’incrocio e lo slargo della pesa si trasformavano in piazza, le strade e i campi appena mietuti si convertivano in posteggi, la pesca di beneficienza flussava pedoni di qua e di là della provinciale, le scintille sprizzavano alte dalla cappa in lamiera su cui si accanivano con sonore mazzate propiziatorie gli addetti alle luganeghe. Ma questa è un’altra storia.

La regata era per canotti a remi, di quelli che si gonfiano con la pompa a piede e, se gira male, direttamente a fiato, tradizionali protagonisti di facinorose imprese marinaresche da spiaggia estiva. Ebbene il canotto gonfiabile a remi, inspiegabilmente escluso dalle discipline olimpiche, ritrovò la meritata dignità in quell’edizione del nostrano Palio dei 4 Campanili, che riconfigurava in versione ludico-agonistica l’ancestrale, insanabile rivalità tra contrade. Nel palio si stemperavano in competizione sportiva, non senza sfoghi sguaiati, i radicati umori paesani che altrimenti, per il resto dell’anno, serpeggiano in diffidenza, in astio e finanche in baruffa. Quali siano i gravi torti e quali i peccati originali alla base di tanto livore tra campanili non è dato sapere, e forse nulla c’è da sapere se non che l’antagonismo, una volta innescato, foss’anche per burla o per errore, si autoalimenta volentieri e volentieri monta e si propaga, senza troppo chiedersi i perché e i percome. Magari a darne ragione basta la più semplice delle ragioni: per identificare noi stessi torna comodo identificare anzitutto gli altri, i diversi, i non-noi, e per comodità gli altri, i diversi, i non-noi sono brutti e cattivi così che noi, per salvifica contrapposizione, ci possiamo arroccare dalla parte giusta. Ricordo di un amico che giocava con noi a calcio e che, fuori da catechismo, venne preso a sassate perché aveva cambiato squadra, tradendo il campanile d’origine. Ma anche queste sono altre storie. Forse.

Torniamo in Acqua Uno nel campo di gara del Fiumicello Brendola, dove si stava celebrando la prima e unica edizione della regata del Vo’. Il livello era stato calibrato nei giorni precedenti mediante una diga di tavole (far rosta, in lingua locale), la quale, realizzata in prossimità del ponte di partenza, garantiva il pescaggio idoneo alla navigazione leggera. Idoneo quindi al canotto gonfiabile a remi.

Due equipaggi per campanile, ogni equipaggio composto da un vogatore e da un timoniere. Io stavo al timone, mio padre ai remi, e nel mio ricordo era gloriosamente evidente la funzione decisiva, epica del timoniere nel tenere la rotta, dettare il ritmo, schivare muri d’argine, scogli affioranti e cespugli d’alghe, studiare con sguardo fiero il concitato tifo fluviale. Poco conta che nel mio ricordo non vi sia traccia di come si fosse riusciti ad applicare un timone su un canotto gonfiabile (che poi: c’era davvero un timone? era piuttosto un terzo remo di appoggio ed emergenza? o me lo sto inventando?), ma non divaghiamo.

Si partiva a turno, in sequenza, come nelle cronometro di ciclismo. Ciascun equipaggio, al suo momento, si piazzava in Acqua Uno, perché il Fiumicello non è largo abbastanza per farci stare un’Acqua Due, e dallo start percorreva la distanza il più veloce possibile, fino al rustico arco di trionfo. Si tenevano i tempi che poi si sommavano a due a due, in ragione della contrada di appartenenza, così che alla fine la classifica accorpava le otto coppie concorrenti nelle quattro squadre di campanile. Più difficile a dirsi che a farsi, e infatti in quel pomeriggio ferragostano funzionò senza ricorsi né squalifiche. D’altra parte, un paio di giorni prima dell’evento ufficiale, c’erano state intense sessioni di prove libere, in cui tutto, proprio tutto, compreso lo scatenato tifo delle contrade, era stato meticolosamente testato. In gara ci furono distacchi importanti, certo, e nell’alveo ci furono sbandamenti, schizzi, piroette e rimbalzi sugli argini, ma nessun naufragio né derive verso valle, direzione Meledo.

E niente, com’è che mi trovo a ripescare questa storia?

Ah sì, mi è tornata in mente oggi passando sul ponte di Vo’. Butto l’occhio nel Fiumicello Brendola e penso che adesso, così com’è, non sarebbe possibile una regata di canotti gonfiabili. Eppure, a pensarci bene, facendo rosta nei punti giusti, chissà se non si riuscirebbe a ritrovare un filo di acqua uno. Questa sì che sarebbe un’altra storia.

Pubblicato da Alberto Vicentin

Dal 1972 (cioè dall'inizio) residente a Brendola, nella provincia vicentina. Ingegnere chimico, consulente ambientale, giornalista pubblicista e... mi piace scrivere (www.spuntidivista.blog)

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