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Giganti al passo

I primi a spingersi fin lassù, sul passo, furono i cacciatori delle valli del nord. Era un inverno gelido e secco, gli animali erano migrati prima del solito e i piccoli villaggi sentivano i morsi di una carestia cui la natura, stavolta, non sembrava voler porre rimedio.
Erano i tempi in cui gli dei risiedevano nelle cose, gli spiriti parlavano la lingua degli uomini e le leggende orientavano la realtà.
Fu in quell’inverno gelido e secco che presero a riecheggiare antiche storie sulle calde valli del sud, dove il sole intiepidiva i periodi più bui e il verde prosperava sempre e gli animali non migravano mai. Così i cacciatori si misero in marcia, addentrandosi in selvagge vallate mai battute, risalendo pendii di abeti spettrali e seguendo solchi di torrenti ghiacciati.
Per sei giorni cercarono la via, tra falsi sentieri, tracce mendaci e direttrici interrotte. Fu poco prima dell’alba del settimo giorno, al termine di una rigida, limpida notte stellata, allo stremo di forze e riserve, che finalmente giunsero al passo. Davanti a loro all’improvviso il cielo si aprì per poi espandersi giù giù verso il basso, verso le valli del sud.
Avanzarono stanchi ma rianimati dalla speranza, quando alla svolta di un colle laterale, stagliati contro la primissima luce di levante, li videro: videro i giganti.
Stavano lì, immobili, affiancati, silenziosi e possenti, i volti scuri e le espressioni severe, a guardia del passo.
I cacciatori indietreggiarono, spiarono, ascoltarono, attesero. Nulla accadeva.
I cacciatori diedero una voce, si annunciarono. Nessuna risposta.
Forse i giganti dormivano. O forse erano in agguato. O più probabilmente, nel silenzio immoto, la loro ira stava montando contro gli estranei visitatori che disturbavano la quiete e profanavano il regno.
E quando un sibilo tetro, quasi un lento e lugubre ululato, iniziò a risuonare sul passo, nei cacciatori i presagi si trasformarono in certezze e la paura virò in terrore.
Solo col passare del tempo, col maturare della luce, fu chiaro che i giganti erano di spalle, del tutto disinteressati agli estranei visitatori e assorti ad ammirare il sorgere del sole, e che sul sole tenevano fisso lo sguardo, ruotando loro stessi per seguirne il percorso durante la giornata. E, quando il sole fu allo zenit e i giganti si volsero finalmente verso il passo, fu chiaro che sui loro volti rosati si allargavano grandiosi, quieti sorrisi e che, insieme al vento leggero, risuonavano sublimi, mistiche canzoni di pace.
Ma tutto questo i cacciatori non lo seppero mai, perché già da parecchie ore si precipitavano attraverso abeti spettrali e lungo torrenti ghiacciati, per la via del ritorno, atterriti, a mani vuote e senza speranza.

Pontile

Per ogni sguardo che, negli azzurri di fine dicembre, s’interroga su cosa ci sia laggiù oltre il mare c’è uno sguardo che da oltre il mare si interroga su cosa ci sia quaggiù.

Per ogni pontile proteso sulla riva danese ad accorciare di qualche passo la distanza dalla Svezia c’è un molo che si allunga sull’acqua svedese per avvicinarsi di qualche metro alla Danimarca.

Per ogni tempo che si esaurisce e trapassa in ricordi si apre un tempo inesplorato da trasformare in nuovi ricordi.

Aprite alle farfalle

Ogni scuola ha una sua voce, a volerla ascoltare.

Un bisbiglio che attende dietro l’angolo del corridoio, uno strepito che sale dal salone, un chiacchiericcio che serpeggia nella mensa, un coro che pulsa in un’aula.

Ogni scuola ha una voce tutta sua, tipica e unica, che racconta le storie e le persone, che prende forma nella frenesia delle ore brulicanti e poi riecheggia nelle onde lente dei tempi vuoti, che non importa perché sei lì ma lei ti prende e ti accompagna.

Anche quando stai girando per un mero sopralluogo da RSPP, a ispezionare ambienti e percorsi, a vedere se è tutto a posto e se si può far meglio, con una dirigente che ci tiene e ci crede un sacco, in un plesso per l’infanzia che brilla di tradizione e novità.

Ad un certo punto mi accorgo che Giorgia si sofferma più a lungo del solito a fotografare una parete, e penso che stia fissando un’uscita di sicurezza o controllando la segnaletica o segnando un estintore.
E invece sta semplicemente fotografando le farfalle.
E ascoltando la voce della scuola.
Che cresce in sottofondo e si espande nello spazio componendo via via una frase che subito è un suono tenue e poi diventa via via parole fino a scandire inequivocabile il suo modo di dire ai bambini, e a tutti, quel che c’è da fare:
“In caso di emergenza, aprite alle farfalle”

Menu di cantiere – Part two (La piastra colpisce ancora)

Messaggio delle 18:47:

“Ciao Alberto, se non hai già impegni domani mattina ore 9 panino con salame alla piastra in cantiere. Buona serata”

Il sequel era nell’aria, e promette bene.

D’altra parte, come in tutte le saghe che si rispettino, il primo episodio già lanciava un “to be continued”, sotto forma di disposizione del sottoscritto cse (rigorosamente ai sensi dell’art. 92, comma 2, lettera “c”, D.Lgs. 81/08).

Nella puntata precedente infatti un sopralluogo mattutino rilevava incontrovertibili tracce fumanti di una recente abbuffata a base di salsicce e rape, da cui la perentoria raccomandazione: “La prossima volta avvisatemi prima”.

Eccoci allora alle 9.00 in punto, al solito piano della solita palazzina in costruzione, in compagnia della temporanea e mobile popolazione locale, ad ispezionare un’inedita lavorazione con tanto di attrezzatura dedicata (a proposito, devo ricordarmi di controllare se c’è nel POS): la piastra elettrica grill, alimentata nientemeno che dall’impianto di cantiere, i cui elettroni, si narra, garantiscono igiene alimentare ed esaltano i sapori.

Bancali di salame ai ferri dunque, ma anche sacchi di pagnotte, mattoncini di formaggi, fusti di cetrioli e peperoncini e taniche di caffè (Eh? Scusa, puoi ripetere? Se c’era vino? Ma che domande sono?)

Il tutto in modalità self-delivering e show-cooking con open terrace sulla città e sulla cornice di colli.

“Na volta a fine lavori se faxea la zanzèga”

“Se gà persa l’abitudine purtroppo”

“Adesso tocca rangiarse in corso d’opera”

“Comunque lo spisal xè pasà qualche giorno fa”

“Hanno assaggiato?”

“No, la cucina no gera de turno “

“Se podaria invitarli la prossima volta”

“E anca l’ispetorato”

“Ghe voria un coordinamento”

Finalmente!

Era dal 1996 che si attendeva un’interpretazione autentica, convincente ed ecumenica sull’utilità del coordinamento in cantiere.

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POSTFAZIONE

In foto: chef, direttore di sala e maître

Provate ad associare ciascun addetto alla relativa mansione

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Menu di cantiere

Oggi al cantiere c’erano panini con salsicce e rape, e me li sono persi per poco.
D’altra parte non era previsto nel gantt e nemmeno nei POS.

Alla partenza il termometro dava -5° C, retaggio di una notte di gennaio stemperata appena dal cielo ciano e dal sole albino del primo mattino. Mica roba da picnic dunque.

Via col cantiere della mezza rotatoria in costruzione, odore di terra dura e gas di combustione.

Poi al cantiere del tetto e del fotovoltaico, odore anonimo che cede a sentori di prato in disgelo.

Ore 9.00, terza tappa, al cantiere della nuova palazzina residenziale, dove so che, tra vani, pareti e livelli, si annidano cartongessisti, intonacatori, idraulici, elettricisti. E mi aspetto, come segnaletica olfattiva, gli aromi di polveri e gessi, di malte, sabbie bagnate e metalli surriscaldati, di sigaretta forse.

Entro, imbocco la lignea scalinata centrale e un inaspettato odore di grigliata sagraiola mi sorprende a mezza rampa.
Penso di aver mal decodificato i segnali di inizio giornata, le narici intorpidite dal freddo.
Ebbene no, quell’odore c’è proprio.
Penso che provenga magari da qualche previdente cucina di case vicine.
Ebbene no, è proprio lì, al secondo piano.

Griglia fumante, corpi del reato sparsi e ancora tiepidi, tracce incontrovertibili di una recente lavorazione in variante.

“Sono arrivato tardi” dico.
“Eh sì, abbiamo fatto alle 8.00” dice.
“Peccato, la prossima volta avvisatemi” dico.
“Va bene, ma… non è mica vietato, vero?” dice.
“Mah, non importa, direi che apprezzo l’iniziativa” dico.
“In effetti, erano niente male” dice.
“Vedo che ci sono avanzi” dico.
“No no, è che eravamo pieni e li abbiamo lasciati là sopra troppo. I se gà brusà” dice.
“Senti, esattamente cosa avete fatto?” dico.
“Salsicce e rape, con coca-cola e caffè” dice, con un sorriso che fa riecheggiare i sapori.
“Devo inserirle nel PSC, come procedura operativa per le riunioni di coordinamento” penso, facendo finta di non sorridere.

LA VIA DEL 626

Finalmente ho trovato dove mandare il prossimo che chiama in Studio perché ha sentito del nuovo decreto sulla sicurezza (“Quale nuovo decreto?” “Ma sì, quello là, me l’ha detto il commercialista” “Intende forse l’81, che c’è ormai da sedic’anni?” “No no, quell’altro, con tutte le carte da fare” “Guardi, cerchiamo di fare ordine…” “Ah si, ecco, quello del salvalavita… il 626!”) e perché vuole fare il minimo indispensabile per essere a posto e poi non pensarci più.

Lo mandiamo al 626, che come sentiero è niente male, tra boschi di larici e cembri, grandangoli sulle Pale, un lago (di Bocche) brulicante di pesciolini e pure un obelisco in quota (ai 2.268 di Val Miniera).

Insomma, per non pensarci più è un’ottima soluzione.
Poi uno torna in piano, e magari si riprendono i discorsi.

P.S. Mia nonna Piera, al tempo, avrebbe suggerito l’alternativa di mandarlo a Ciùpese par Cagnàn, entrambe località semi-mitologiche dell’estrema ruralità veneta. Con buona pace della corrispondenza numerica.

Se tutti fossimo più intelligenti – Parte 1

Siamo ai titoli di coda, e il cantiere sembra rimettersi in carreggiata.

È a questo punto che, uscendo, il referente di un’impesa mi passa vicino e mi dice, a bassa voce: “Comunque… se tutti fossimo più intelligenti, eviteremmo di perdere tempo”.

Non mi capita spesso di restare senza parole, ma stavolta capita. Perché, in un paradosso semantico, mi trovo ad essere perfettamente d’accordo con ciò che dice e in netto disaccordo con ciò che intende.

Mi limito stavolta ad allargare le braccia.

D’altra parte la riunione di coordinamento finita poco fa è stata piuttosto vivace, convocata d’urgenza per arginare una deriva di disordine che tirava dentro forma e sostanza. È stata più del solito un gioco di ruolo a puntualizzare, contestare, rilanciare, ridimensionare, richiamare, sminuire e riportare le cose, a fatica, in uno schema ragionevolmente conforme e controllato. È stata più del solito una partita tra “bisognerà fare le cose per bene” e “bisognerà pur fare le cose”, tra “non si fa un passo fuori dalle regole” e “se stiamo alle regole non si fa un passo”. Insomma, è stata un po’ più della solita commedia che ci si concede, in fabbrica come in cantiere, fino all’istante in cui casca la disgrazia: poi il canovaccio cambia, e non è più commedia.

Fatto sta che si è concluso di fermare tutto per qualche settimana, risistemare la forma, raddrizzare le traiettorie della sostanza e ripartire dopo l’intervallo.

OK, ci siamo. Sciolta la riunione, andiamo a vedere com’è la situazione là fuori, le lavorazioni appena iniziate e ora sospese, i materiali e le attrezzature già scalpitanti in trincea, le squadre pronte e armate che adesso devono aspettare, le agende da rivedere, gli incastri da rifare e un meteo che, di questi tempi, non collabora.

Pazienza, è andata così, e se c’è da rinviare si rinvia, chi deve rimediare rimedierà, che deve pagar pegno se ne farà una ragione.

The end. Lieto fine. Forse.

Ed è lì, in uscita, che arriva la battuta a sorpresa: “Comunque… se tutti fossimo più intelligenti, eviteremmo di perdere tempo”.

Hai presente quando, al termine di un thriller, dopo vicissitudini disperate e salvifiche peripezie, tutto sembra finire per il meglio, i buoni vincono ed il male è debellato? Hai presente quando, in mezzo ai titoli di coda, balena fugace e inattesa quell’ombra cupa, malconcia ma sopravvissuta, a preannunciare un sequel?

Ecco.

La consonante tra “near miss” e “real miss”

Una “n”, con quella seconda gambetta flessa che si conficca nella riga, come trattenuta lì in tensione da un gancio ma elastica, all’erta, pronta a scattare su dritta e diventare una “l”.

Forse cambia meno di una consonante .

Ci pensavo in questi giorni, ad un anno dai tre centimetri che mi criccarono il malleolo. Camminavo in montagna, e potrei farla epica, ma la realtà è che stavo sul marciapiedi di un paesotto alpino, direzione poco eroica (una pasticceria), e che quel marciapiedi aveva una larghezza finita, e che oltre tale larghezza un dislivello di tre centimetri si affacciava su un prato verde.

Tanto bastò per trasformare un passo appena fuori baricentro in una distorsione da più di 40 giorni di prognosi.

Ma non era infortunio nel lavoro, quindi era essenzialmente stoltezza (mia).

Poi penso all’ampia fenomenologia di tre centimetri, due secondi, singole consonanti che separano i near miss dai real miss. Penso agli infortuni che da qualche anno si intensificano, per quanto vedo dal mio modesto ma curioso osservatorio, in due parentesi stagionali: intorno ad aprile e intorno ad ottobre. E visto che ora ci siamo dentro ad una di quelle parentesi, penso ai cinque casi che ho visto tra ieri e oggi, e ai venti delle ultime settimane, e non riesco a non chiedermi cosa o chi avrebbe potuto fare la differenza: chi o cosa avrebbe potuto mantenete la storia tre centimetri più in là, due secondi prima, con la gambetta della “n” giù flessa, ancorata al suo gancetto.

Lo dico sommessamente, senza velleità generaliste ma nemmeno timori da controtendenza: la differenza spesso può farla lei, proprio lei, la persona lì presente che un attimo prima dell’evento avrebbe potuto fare o non fare diversamente.

Non sarebbe giusto dire che è l’infortunato a scegliere di infortunarsi, ma mi sento di dire che quasi sempre l’infortunato può scegliere di non infortunarsi. Sono due concetti diversi, almeno apparentemente.

Così, tra consonanti e malleoli, qualche giorno fa mi è capitato di discutere con le forche di un muletto. Sopralluogo in stabilimento insieme al titolare, sosta in una zona in cui bisognava trovare soluzioni per la raccolta e il ricircolo delle acque di collaudo in pressione, tutto intorno un sipario di alte casse metalliche piene di bollitori semilavorati. D’un tratto il mio accompagnatore, con gesto famigliare, mi dice “ocio” indicando alle mie spalle, proprio mentre da sotto una cassa spuntano furtive le due estremità delle forche malandrine: io non vedo il carrellista e lui non vede me, io solitamente non sono lì e lui solitamente lì sposta casse, io non ci ho pensato e lui non ci ha pensato, fatto sta che per pochi centimetri la “n” non è diventata “l”.

Mi chiedo ancora (da qualche lustro a dire il vero): se fosse andata male, davvero mi sentirei di invocare recrudescenze normative, inasprimenti di sanzioni, irrigidimenti degli organi di vigilanza, patenti a punti e lotterie dei rigori?

Par ogni curioso ghe vole on busiero

Partiamo dalla fine, da quella parola adesiva che ti prende e ti intrufola nei meandri del discorso, con un gancio secco, detonante (BÙ), e poi un subdolo, sibilante accompagno (SSIEEERO) che può arrivare ovunque, nelle lascive deviazioni della verità così come nelle solide necessità della finzione.

E già questo basterebbe per seppellire decadi di strumenti comandati su riservatezza, segreto industriale, privacy, gdpr, brevetti e proprietà intellettuale.

Ma ecco che viene in mente la faccenda dell’elefante, che è una faccenda di potere della comunicazione e di strumenti di manipolazione, di marketing si potrebbe dire oggi e di arte del linguaggio si può dire da sempre.

“Non pensare all’elefante” è un messaggio che materializza inesorabili e ingombranti elefanti, così come “non guardare qui” esercita un’attrazione irresistibile su qualunque qui.

Sia mai che quel pannello parlante che si frappone in reparto produttivo tra il curioso di passaggio ed il misterioso QUI di fabbrica non sia al tempo stesso una protezione e un’esposizione, un modo per nascondere e per mostrare?

Un conto alla rovescia, un rullo di tamburi, il sipario del palcoscenico?

Fatto sta che se la schermatura fosse stata muta o, al più, marcata con ortodossa segnaletica di avvertimento e divieto, probabilmente non l’avrei fotografata e certamente non sarei qui a scriverne.

(Che poi in inglese ed in tedesco l’effetto, almeno quello dell’ultima parola, non sia esattamente lo stesso, beh, qualcuno direbbe che è questione di identità culturale)

I gatti IRAI

Li chiameremo IRAI, e sono due gatti.

Li incontriamo una mattina di inizio primavera, in un sopralluogo per la valutazione del rischio d’incendio. Giriamo per lo stabilimento a contar bancali, ponderare carichi d’incendio, esplorare vie d’esodo e interrogarci sull’effettiva necessità di reti idranti e sistemi di rivelazione.

Arriviamo in un magazzino telonato, addossato all’edificio principale, apriamo il sipario ed ecco che su un palco di scaffalature, in una scenografia d’imballi, entrano in scena.

Vigili e imperscrutabili, all’erta e indolenti, si crogiolano nella loro piena, tracotante consapevolezza di un’inarrivabile altezza, un’inafferrabile agilità ed una sostanziale superiorità sensoriale.

Ora, per onestà intellettuale, bisogna immaginarsi anche il loro punto di vista. Sono lì nel loro covo, tiepido e luminoso, in sessione di relax post caccia notturna, ma ecco che all’improvviso zampe maldestre squarciano il manto protettivo. Ecco che un piccolo branco di bipedi glabri profana il loro spazio emettendo suoni sgraziati e agitando scomposte gesticolazioni. Ecco che gli impostori alzano lo sguardo e con esso alzano pure le zampe armate di piccoli oggetti quadrangolari, sibilando intermittenze stonate.

“Chissà che se ne vadano prima possibile, queste forme di vita primitive”.

In effetti finisce che chiudiamo il sipario e ce ne andiamo, con qualche foto e il resto del sopralluogo da fare.

E con un’idea, che non è tra le soluzioni conformi né tra quelle alternative del codice di prevenzione incendi, ma magari potrebbe anche funzionare.

Per questo li chiameremo IRAI, dove la prima lettera sta per Insediamento invece che per Impianto, mentre le altre lettere si riferiscono proprio alle funzioni di Rivelazione e Allarme Incendio che senz’altro la guardiania felina svolgerebbe con tempestiva e infallibile efficacia non appena nel magazzino qualcosa andasse davvero storto.

Un 28 dicembre

Che poi vale per tutti quella faccenda di sentirsi al centro del mondo, ripensava Jean-Louis traccheggiando sul marciapiede di Rue Halevy. Anche qui, in mezzo ad una folla che quasi mi travolge, alla fine non ho che il mio punto di vista, il mio centro del mondo, pensava mentre Anne ancora una volta gli era scivolata via, guizzando come un’anguilla nell’ennesima porta dell’ennesima luccicante boutique. Non la vedeva più, la brulicante barricata gli consentiva appena di tenere la posizione e di indovinare là dietro una qualche vetrina illuminata, e lui aspettava.

Anne, dentro, sfiorava i tessuti e i colori, per appropriarsene almeno un po’, per portarsi via di nascosto almeno un po’ di quel luccichio. Guardava le cose e le persone, misurava gesti, rumori e tempi e di tutto, cose e persone, si faceva istantaneamente un’idea, e oltre quell’idea scorgeva le linee di storie che venivano da lontano e che portavano ancora più lontano.

Il cielo del pomeriggio, sopra le luci, era già nel suo profondo blu invernale, che invece di spegnerla accendeva finalmente la città, vibrandola di un tempo senza fretta.

Quando Jean-Louis, rivolto verso la strada, rapito nell’ipnotico sovrapporsi degli opposti flussi, sentì una mano afferrare la sua mano, non gli servì voltarsi per sapere che Anne era di nuovo lì, dalla sua parte della barricata, e potevano riprendere verso l’Operà. Insieme si fecero strada tra la gente, ora lui ad aprire un varco ora lei a scartare di lato per nuove traiettorie, ora lui a stringerla al suo fianco in attesa che l’omino verde sostituisse quello rosso ed ora lei a saltellargli al collo per attirare l’attenzione su qualcosa o qualcuno.

Imboccarono Rue de la Paix e serpeggiarono fino a Place Vendome, dove lei si soffermava ad indicare e lui a commentare e lei a canzonarlo e lui a fingere di offendersi e lei a distrarsi e lui a stuzzicarla. Schivarono le auto con chauffeur, i gioielli e gli addobbi e raggiunsero il mercato delle Tuileries, alla ricerca di una bancarella di soupe d’oignon che non fosse troppo irraggiungibile.

Un giro in giostra, eludendo discretamente le disordinate code di turisti, per alzare l’adrenalina ed il punto di vista.

Una deviazione sul Lungosenna, quasi correndo, a cogliere i riflessi della città capovolta e adocchiare laggiù l’inesorabile, rassicurante faro a traliccio.

Il rientro attraverso il Carrousel del Louvre, a sbirciare attraverso le grandi vetrate illuminate le gallerie, le opere ed i visitatori con i telefonini sguainati.

Una camminata giocosa per Rue de Rivoli, cambiando spesso lato, perché lei voleva vedere di là un certo scorcio e lui voleva controllare di qua una certa marca di scarpe e lei voleva sentire di là un certo musicista di strada e lui voleva tornare di qua semplicemente per portarla con sé.

Arrivarono così in Place du Chetelet.

Qui si fermarono e, senza lasciarsi né parlarsi, fecero un largo giro con gli occhi e coi pensieri prima di scendere nella stazione della RER, che li avrebbe portati via dal centro, scorrendo a singhiozzo sotto la città, tappa dopo tappa, annuncio dopo annuncio, fino al capolinea. E poi fuori lungo le vie spente, arruffate e famigliari della loro cittadina di periferia, fino al loro quartiere, fino alla casa di lei, davanti alla quale Anne lasciò la mano di Jean-Louis, per sventolarla un’ultima volta nella buonanotte in cui lui la vide ancora per un istante prima di girare l’angolo.