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Giganti al passo

I primi a spingersi fin lassù, sul passo, furono i cacciatori delle valli del nord. Era un inverno gelido e secco, gli animali erano migrati prima del solito e i piccoli villaggi sentivano i morsi di una carestia cui la natura, stavolta, non sembrava voler porre rimedio.
Erano i tempi in cui gli dei risiedevano nelle cose, gli spiriti parlavano la lingua degli uomini e le leggende orientavano la realtà.
Fu in quell’inverno gelido e secco che presero a riecheggiare antiche storie sulle calde valli del sud, dove il sole intiepidiva i periodi più bui e il verde prosperava sempre e gli animali non migravano mai. Così i cacciatori si misero in marcia, addentrandosi in selvagge vallate mai battute, risalendo pendii di abeti spettrali e seguendo solchi di torrenti ghiacciati.
Per sei giorni cercarono la via, tra falsi sentieri, tracce mendaci e direttrici interrotte. Fu poco prima dell’alba del settimo giorno, al termine di una rigida, limpida notte stellata, allo stremo di forze e riserve, che finalmente giunsero al passo. Davanti a loro all’improvviso il cielo si aprì per poi espandersi giù giù verso il basso, verso le valli del sud.
Avanzarono stanchi ma rianimati dalla speranza, quando alla svolta di un colle laterale, stagliati contro la primissima luce di levante, li videro: videro i giganti.
Stavano lì, immobili, affiancati, silenziosi e possenti, i volti scuri e le espressioni severe, a guardia del passo.
I cacciatori indietreggiarono, spiarono, ascoltarono, attesero. Nulla accadeva.
I cacciatori diedero una voce, si annunciarono. Nessuna risposta.
Forse i giganti dormivano. O forse erano in agguato. O più probabilmente, nel silenzio immoto, la loro ira stava montando contro gli estranei visitatori che disturbavano la quiete e profanavano il regno.
E quando un sibilo tetro, quasi un lento e lugubre ululato, iniziò a risuonare sul passo, nei cacciatori i presagi si trasformarono in certezze e la paura virò in terrore.
Solo col passare del tempo, col maturare della luce, fu chiaro che i giganti erano di spalle, del tutto disinteressati agli estranei visitatori e assorti ad ammirare il sorgere del sole, e che sul sole tenevano fisso lo sguardo, ruotando loro stessi per seguirne il percorso durante la giornata. E, quando il sole fu allo zenit e i giganti si volsero finalmente verso il passo, fu chiaro che sui loro volti rosati si allargavano grandiosi, quieti sorrisi e che, insieme al vento leggero, risuonavano sublimi, mistiche canzoni di pace.
Ma tutto questo i cacciatori non lo seppero mai, perché già da parecchie ore si precipitavano attraverso abeti spettrali e lungo torrenti ghiacciati, per la via del ritorno, atterriti, a mani vuote e senza speranza.

Acqua Uno, campo di regata Fiumicello Brendola

Che anno corresse non saprei dirlo con esattezza. Eravamo da qualche parte negli anni ottanta. Per certo era metà agosto.
La regata si svolgeva controcorrente, partenza giù a valle in direzione della campagna, dal ponte della ex carrozzeria, e arrivo sotto il ponte del Fiumicello Brendola in centro a Vo’. Che poi, in quei giorni, era anche il centro del mondo: la sagra si appropriava di spazi, tempi e genti, l’incrocio e lo slargo della pesa si trasformavano in piazza, le strade e i campi appena mietuti si convertivano in posteggi, la pesca di beneficienza flussava pedoni di qua e di là della provinciale, le scintille sprizzavano alte dalla cappa in lamiera su cui si accanivano con sonore mazzate propiziatorie gli addetti alle luganeghe. Ma questa è un’altra storia.

La regata era per canotti a remi, di quelli che si gonfiano con la pompa a piede e, se gira male, direttamente a fiato, tradizionali protagonisti di facinorose imprese marinaresche da spiaggia estiva. Ebbene il canotto gonfiabile a remi, inspiegabilmente escluso dalle discipline olimpiche, ritrovò la meritata dignità in quell’edizione del nostrano Palio dei 4 Campanili, che riconfigurava in versione ludico-agonistica l’ancestrale, insanabile rivalità tra contrade. Nel palio si stemperavano in competizione sportiva, non senza sfoghi sguaiati, i radicati umori paesani che altrimenti, per il resto dell’anno, serpeggiano in diffidenza, in astio e finanche in baruffa. Quali siano i gravi torti e quali i peccati originali alla base di tanto livore tra campanili non è dato sapere, e forse nulla c’è da sapere se non che l’antagonismo, una volta innescato, foss’anche per burla o per errore, si autoalimenta volentieri e volentieri monta e si propaga, senza troppo chiedersi i perché e i percome. Magari a darne ragione basta la più semplice delle ragioni: per identificare noi stessi torna comodo identificare anzitutto gli altri, i diversi, i non-noi, e per comodità gli altri, i diversi, i non-noi sono brutti e cattivi così che noi, per salvifica contrapposizione, ci possiamo arroccare dalla parte giusta. Ricordo di un amico che giocava con noi a calcio e che, fuori da catechismo, venne preso a sassate perché aveva cambiato squadra, tradendo il campanile d’origine. Ma anche queste sono altre storie. Forse.

Torniamo in Acqua Uno nel campo di gara del Fiumicello Brendola, dove si stava celebrando la prima e unica edizione della regata del Vo’. Il livello era stato calibrato nei giorni precedenti mediante una diga di tavole (far rosta, in lingua locale), la quale, realizzata in prossimità del ponte di partenza, garantiva il pescaggio idoneo alla navigazione leggera. Idoneo quindi al canotto gonfiabile a remi.

Due equipaggi per campanile, ogni equipaggio composto da un vogatore e da un timoniere. Io stavo al timone, mio padre ai remi, e nel mio ricordo era gloriosamente evidente la funzione decisiva, epica del timoniere nel tenere la rotta, dettare il ritmo, schivare muri d’argine, scogli affioranti e cespugli d’alghe, studiare con sguardo fiero il concitato tifo fluviale. Poco conta che nel mio ricordo non vi sia traccia di come si fosse riusciti ad applicare un timone su un canotto gonfiabile (che poi: c’era davvero un timone? era piuttosto un terzo remo di appoggio ed emergenza? o me lo sto inventando?), ma non divaghiamo.

Si partiva a turno, in sequenza, come nelle cronometro di ciclismo. Ciascun equipaggio, al suo momento, si piazzava in Acqua Uno, perché il Fiumicello non è largo abbastanza per farci stare un’Acqua Due, e dallo start percorreva la distanza il più veloce possibile, fino al rustico arco di trionfo. Si tenevano i tempi che poi si sommavano a due a due, in ragione della contrada di appartenenza, così che alla fine la classifica accorpava le otto coppie concorrenti nelle quattro squadre di campanile. Più difficile a dirsi che a farsi, e infatti in quel pomeriggio ferragostano funzionò senza ricorsi né squalifiche. D’altra parte, un paio di giorni prima dell’evento ufficiale, c’erano state intense sessioni di prove libere, in cui tutto, proprio tutto, compreso lo scatenato tifo delle contrade, era stato meticolosamente testato. In gara ci furono distacchi importanti, certo, e nell’alveo ci furono sbandamenti, schizzi, piroette e rimbalzi sugli argini, ma nessun naufragio né derive verso valle, direzione Meledo.

E niente, com’è che mi trovo a ripescare questa storia?

Ah sì, mi è tornata in mente oggi passando sul ponte di Vo’. Butto l’occhio nel Fiumicello Brendola e penso che adesso, così com’è, non sarebbe possibile una regata di canotti gonfiabili. Eppure, a pensarci bene, facendo rosta nei punti giusti, chissà se non si riuscirebbe a ritrovare un filo di acqua uno. Questa sì che sarebbe un’altra storia.

Per tutti, e non per tutti

La storia di questo articolo inizia con un equivoco. Di quelli che popolano in continuazione il frenetico chiacchiericcio social e che, se assecondati, distolgono dai fatti, distorcono le idee ed aizzano le parti.

Insomma è andata così. Una sera di febbraio mi imbatto su un post di Nicolò, appena tornato dalla Bosnia, un post che mi colpisce per densità ed incisività. Mi colpisce anche per la capacità rara di congiungere il percorso personale con le vicende del mondo, capacità che può formarsi solo nell’esperienza diretta, sul campo. Scrive Nicolò (e voglio riportarlo integralmente):

Qual è il tuo sogno? Arrivare in Italia.

Cosa vuoi fare in Italia? Vorrei trovare un lavoro, una piccola casa e portare qui la mia famiglia, mamma, le mie sorelle e la mia ragazza.

Da dove vieni? Afganistan.

Quanti anni hai? 19.

Quando sei partito? Luglio 2021.

Perché sei partito? Perché a casa ho i talebani, avevo un lavoro ma ho paura di morire. Non ho avuto scelta, sono partito, sono fiducioso di terminare il game e realizzare il mio sogno.

Sono stati giorni di fuoco, pieni di storie, di racconti di avventure, di mille pericoli nei boschi al ridosso di una linea di confine, quella che separa ? dall’Europa.

Da un anno a questa parte sono stato 5 volte in questo paese, ogni volta il mio cuore si riempie sempre più di emozioni aiutandomi a valorizzare ciò che ho qui, il semplice diritto di vivere sereno.

Leggo, rileggo e percepisco il ben noto solletico a dire la mia, lì, subito. La tentazione di cedere all’agevole mulinare di dita sulla tastiera, con cui si ha l’impressione di partecipare, di contribuire, di mettersi in pari con il mondo senza neanche alzarsi dalla sedia. Di solito mi trattengo, ma stavolta quel finale “valorizzare ciò che ho qui, il semplice diritto di vivere sereno” è fatale e mi scappa un commento: “Perché bisogna andare così lontano per vedersi da vicino.” Lo scrivo senza punto interrogativo, infatti non è una domanda bensì una risposta, e vuole essere un apprezzamento, un riconoscimento. Passano pochi minuti, sfrigola qualche reazione e si profila l’equivoco. Anche senza punto interrogativo il mio commento viene preso per l’esatto opposto di ciò che intendevo, e cioè per una polemica, per un invito a starsene a casa e pensare ai fatti propri. L’esatto opposto. Mannaggia, cerco di chiarire, per quel che serve, e mi riprometto (ancora una volta) di tenere meglio a bada le tentazioni social.

Però c’è da dire che senza quell’equivoco non mi troverei un mese e mezzo dopo in un capannone di Altavilla Vicentina a discorrere con Nicolò Magnabosco e con il suo amico Giampietro Dal Ben. La sera di una giornata di lavoro sta calando sul vicolo che si stacca dalla strada statale e ospita la sede dell’associazione ENERGIA & SORRISI odv. Una location che già racconta un po’ della loro identità: accessibili ma non convenzionali, visibili sì ma senza clamore, pronti a gettarsi nelle sterrate meno battute così come nei vialoni della grande attualità ma sempre a modo loro, seguendo un loro tracciato, perché “coe ciacole no se impasta fritoe”. E a che scopo? Per portare energia e sorrisi a chi ne ha bisogno, ti spiegano. Così, semplicemente.

Nicolò, 26enne con i piedi a Brendola, lo sguardo largo sul mondo e le mani su tutto ciò che riesce a spingere, o a trascinare, incarna perfettamente il nome dell’associazione e, se ti dice “Vieni a trovarci”, come fai a dirgli di no? Così eccoci qui, tra scaffalature gremite di merci e montagne di scatoloni in partenza per l’Ucraina, a conoscere il loro quartier generale ed il loro presidente, Giampietro appunto, a cui non servono domande per raccontarsi. Anzi, mentre snocciola la collezione di aneddoti, motivazioni e riflessioni che ha raccolto lungo la strada e fuori strada, è chi lo ascolta che, inevitabilmente, inizia a porsi domande.

La gente pensa in maniera asincrona” mi accoglie così, e poi “Neanche il cane muove la coda per niente”. Tutto nasce da una passione per i motori e per i rally, quelli che ti fanno arrivare dove non sembra possibile, oltre l’ultima sbarra, al di là del confine. Poi un giorno del 2002, nel gran mare di sabbia egiziano, capita che la moto di Giampietro si ferma nel mezzo del nulla e, dal nulla, compare un bambino di 3 anni, scalzo e stracciato, che con portamento fiero e orgoglioso si avvicina al forestiero per difendere il suo territorio. “Mi ha aperto gli occhi” dice Giampietro, estraendo uno pensiero che getta un ponte, inaspettato forse ma solido, tra i rally e la solidarietà: “Non possiamo lasciare dietro di noi solo copertoni sulla sabbia”. Da lì ad oggi è una cronologia di spedizioni ed iniziative che dal Nord Africa portano in Albania e in Grecia, toccano i terremoti di L’Aquila, Emilia e Durazzo fino ai 250 quintali di aiuti consegnati sulle macerie croate nel 2020, per arrivare più di recente ai confini della Bosnia Erzegovina, nel campo di Lipa presso Bihac, vicino ai terreni minati della guerra iugoslava, dove oggi folle di migranti afghani pakistani bengalesi africani sono costretti a fermarsi,  nelle morse di fame, gelo e politica, con la speranza di trovare prima o poi il loro momento: “Aspettando di tentare il game” spiega Giampietro, cioè l’ingresso in Europa.

A febbraio, quando scrive il post galeotto, Nicolò è appena tornato dal campo profughi di Bihac (o campo lager, secondo qualcuno), un universo remoto a 6 ore di strada da casa, più o meno come andare a Nizza o a Monaco di Baviera. Ma si sa, i vialoni dell’attualità si aprono e si chiudono in continuazione, a volte solo per il fatto di accendervi o spegnervi i riflettori, e così irrompe l’emergenza Ucraina. Un camion rimorchio pieno di aiuti è già pronto per un’altra spedizione quando i venti di guerra costringono a frenare. Ma insieme ai venti di guerra arriva una richiesta di aiuto, quella di don Francesco Andolfatto, originario di Tezze sul Brenta, ora parroco di Uzhgorod, cittadina ucraina al confine con la Slovacchia. Così verso metà marzo una colonna solidale di 6 bilici, 20 volontari, 1.250 quintali di beni e vari mezzi di supporto parte per quello che Giampietro chiama il Rally della Solidarietà: tappa a Uzhgorod, poi Leopoli e ritorno, tra estenuanti code in dogana e racconti sulla tratta di persone.

E adesso? E adesso siamo qui nel loro capannone circondati da scatoloni, tutti accuratamente confezionati ed etichettati per contenuto, perché non si perda nulla per strada, perché le cose arrivino dove serve che arrivino. Ma chi vi da una mano? “L’associazione ha 240 soci, con un gruppo operativo più costante di 20-30 persone. Siamo aperti a tutti coloro che vogliano dare una mano, però gente che voglia impastar fritoe, no far solo ciacoe. Tutto in autofinanziamento, naturalmente, chi viene con noi si paga tutto, anche il viaggio. Sappiamo che la solidarietà è difficile, che impone scelte e rinunce, spesso a carico di famigliari e amici, ma abbiamo anche imparato che chi dà è più fortunato di chi riceve, e che essere nati dal lato più comodo del mondo non è un nostro merito, così come non ha colpe chi è nato dall’altro lato”.

Usciamo dal magazzino che ormai è buio, nella penombra si intravedono i veicoli delle loro spedizioni, ognuno con un nome proprio, si scorgono stendardi, foto e oggetti che raccontano la loro storia, ognuno con radici e con significati, compresa una scultura metallica che sembra un diario e che si chiama Lucentezza, e sulla parete esterna del capannone risalta illuminata una gigantografia di Paolo Rossi, “la più grande del mondo” dicono.

Ci salutiamo in piedi nel vicolo, i rumori della statale poco distante sono smorzati dall’ora tarda e anche i frastuoni di guerre e campi profughi sembrano attutiti dal fresco primaverile che emana dal campo lì vicino. “È il nostro Giardino di Semplici” mi dicono. Figurarsi se era un banale pezzo di terra con un po’ di viti e qualche albero. Figurarsi se non aveva un nome. E perché si chiama così? “Perché è dedicato alle persone umili e semplici, che sono poi le persone che arrivano da noi. Però il vino, quanto sarà il momento, lo venderemo a 100 euro a bottiglia”. Anche il vino avrà un nome: “Non è per tutti” si chiamerà.

Quello che possiamo imparare in un sabato pomeriggio

“Ho una proposta da farti”: quando una telefonata di Andrea Michelin, socio di Piano Infinito, instancabile organizzatore (per lo più dietro le quinte), esordisce così si può star certi che ha in mente qualcosa di interessante e di altrettanto impegnativo. “Organizziamo la presentazione di un libro, un sabato di aprile, tardo pomeriggio. Ci stai?” Solo per tenerlo un po’ sulle spine prendo tempo e dopo qualche giorno lo richiamo: “Avanti dai, facciamola.”

Il libro si intitola “Quello che possiamo imparare in Africa”, con sottotitolo “La salute come bene comune”. L’autore è Dante Carraro, sacerdote e medico, dal 2008 direttore di Medici con l’Africa CUAMM, e il 9 aprile, nella sede della cooperativa ad Alte di Montecchio Maggiore, sarebbe venuto lui in persona.

Per prepararci degnamente all’appuntamento buttiamo giù una scaletta, programmiamo i tempi e ipotizziamo l’affluenza, che per le 17.00 di un sabato di aprile è davvero un tiro di dadi. Ma soprattutto: come si fa a intervistare un autore sul suo libro? Bè, come minimo bisogna leggerlo prima, meglio un paio di volte. E così, inevitabilmente, ci si fa un’idea della persona, prima ancora di conoscerla dal vivo. Penso ai suoi ritmi serrati, ai viaggi, ai progetti e agli imprevisti, penso al turbinio di impegni di un’organizzazione attiva in 8 paesi dell’Africa sub-sahariana (Angola, Etiopia, Mozambico, Repubblica Centrafricana, Sierra Leone, Sud Sudan, Tanzania, Uganda), con oltre 4.500 operatori sul campo (di cui 230 italiani), a supporto di 23 ospedali e 80 distretti (attività di sanità pubblica, assistenza materno-infantile, lotta all’Aids, alla tubercolosi e alla malaria), 3 scuole per infermieri (Sud Sudan, Uganda ed Etiopia) e un’università in Mozambico. Penso a tutto questo e guardo la sua fitta agenda nel sito del CUAMM: l’idea che ne esce è di una specie di personaggio mitologico, super attivo e preso da mille cose, uno che arriva di corsa, spreme al massimo il poco tempo disponibile e poi sparisce veloce verso la prossima tappa. Ovviamene non è andata così. È andata che Don Dante entra in sala con passo sciolto, si guarda intorno curioso, sorride e chiacchiera disinvolto, si sofferma ad abbracciare i vecchi amici e a salutare calorosamente i conoscenti, senza fretta, rallentando il tempo, dilatando le maglie dell’evento.

Viene il momento di accendere i microfoni e, dopo il benvenuto di Pino Strano, presidente di Piano Infinito, come sempre appassionato nel promuovere intrecci di solidarietà e cooperazione, è tempo di parlare del libro. Il quale libro, leggendolo, ispira via via tre aggettivi: NECESSARIO (perché effettivamente serve per capire, sentire e vedere nelle giuste dimensioni, per portare l’attenzione dove spesso fatica a soffermarsi), POTENTE (perché afferra e trascina il lettore con la forza dell’esperienza diretta, unisce il caso singolo con la grande vicenda umana, correla la salute dell’individuo con la salute comune, conduce a porsi domande e a mettersi in discussione) e COMMOVENTE (soprattutto in senso etimologico, per la garbata, energica e avvolgente capacità di CON-MUOVERE, muovere con).

Le parole di Don Dante, quelle scritte così come quelle dette durante l’incontro, scorrono leggere e dirette, hanno molto da esprimere e molto da condividere, cercano sentieri e trovano varchi, passano agilmente, con naturalezza, dal registro del manager alla confidenza informale, dal racconto del medico alla riflessione del sacerdote, fondendo il tutto in una narrazione unica, organica ed esaustiva proprio per la sua ampiezza e libertà. Una narrazione che diventa un viaggio, nella geografia e oltre, negli spazi sconfinati e complessi della cultura, della scienza e della coscienza.

Si parte dall’Italia, su cui il coautore del libro, Paolo Di Paolo, citando a sua volta Paolo Rumiz, si interroga così: “Da quali oscure radici proviene, in un Paese come l’Italia, spesso campanilista, aggrappato all’opportunismo e alla gestione del <particulare>, questa voglia di darsi a genti di terre lontane?” Si parte soprattutto dal Veneto, territorio laborioso certo ma spesso provinciale, che però sa esprimere “il senso forte del dovere” e “la cura dei più poveri vicini e lontani”, territorio in cui il CUAMM ha mosso i primi passi più di settant’anni fa grazie al suo fondatore, il medico Francesco Canova, e al suo storico direttore, monsignor Luigi Mazzuccato.

Si parte dalla provincia padovana e da un Dante Carraro adolescente che legge “I have a dream” di Martin Luther King e “La Ginestra” di Leopardi e che guarda con interesse a don Milani ed al parroco del paese, per poi ritrovarlo universitario, amante della medicina, alla continua ricerca della propria via e di risposte esaustive (cosa significa davvero fare qualcosa per gli altri?) fino al momento in cui, la mattina di un venerdì santo nella chiesa del suo paese, le due vocazioni parallele si congiungono e insieme diventano una vocazione più grande.

Si parte anche da Brendola e dal prof. Anacleto Dal Lago, con il suo profilo basso ed elevatissimo, la sua visione integrale della medicina, il suo impegno umile, discreto e autentico, senza troppe parole ma con grandi azioni. Dal Lago nel CUAMM ha tracciato una direzione fondante, “dal lamento al rammendo”, lasciando nel 2008 a don Dante, neo-direttore, un consiglio memorabile: “Salvaguarda il Cuamm dal parlare troppo: i problemi più che parlati vanno studiati, vanno approfonditi, vanno capiti, vanno ascoltati. (…) Preoccupati quando si parla tanto e si studia poco”.

La narrazione ci porta inesorabilmente in Africa, il continente nero dai mille colori, da osservare e ascoltare, da ignorare e conoscere “come una persona”, al punto che nel suo prima viaggio Don Dante capisce “come l’Africa, per quel che mi riguarda, assomiglia un po’ a una ragazza con cui esci la prima volta per andare al cinema. A fine serata ti domandi se ti è simpatica, se sei riuscito a capire chi sia davvero. E sei contento, ma parecchio confuso. Ecco, con l’Africa è stato così: dal primo viaggio resti talmente stordito, con la sensazione di non avere capito niente o quasi, e nello stesso tempo tanto affascinato, hai bisogno di una seconda volta. E, naturalmente, non basterà nemmeno quella”.

Da là, dall’altra sponda del Mediterraneo, anche l’Europa assume nuovi colori, si rianima di luci e ombre, è un protagonista che può e deve fare molto ma che stenta a capire e gestire il fenomeno migratorio e le sue origini: “Voglio bene all’Europa, all’idea dell’Europa” scrive Don Dante “e continuo a difenderla, a patto che essa sappia però difendere l’umanità”.

Se questo viaggio ha una destinazione ideale, la troviamo già nel sottotitolo del libro, in quell’accezione di salute come bene comune, di un servizio sanitario che “è efficace se universalistico, cioè se tutta la popolazione ne può fruire” e “solidaristico, perché sostenuto attraverso la fiscalità generale”, diventando “un’espressione di solidarietà tra sani e malati, tra abbienti e meno abbienti, e tra le diverse generazioni”. Di più: cogliendo i sofferti insegnamenti di epidemie e pandemie, guerre e migrazioni, disastri naturali e crisi climatiche si arriva alla ONE HEALTH, cioè alla salute come “una cosa sola, quella della specie umana, animale e ambientale insieme”.

È bene ricordare che il libro si può comprare e che i proventi sono destinati a sostenere la campagna: UN VACCINO PER “NOI”, perché “davanti a un’emergenza globale, l’unica risposta possibile deve essere globale. L’Africa non può restare esclusa. Vaccinare medici, infermieri e la popolazione africana è un atto di solidarietà e insieme di sicurezza per tutti, anche per noi: solo così riusciremo a interrompere la diffusione del virus e delle sue varianti. Serve un piano vaccinale anti Covid in Africa. Servono più dosi. E queste dosi, poi, devono diventare vaccinazione vera”.

Due annotazioni finali.

La prima: se passate per Gambella, in Etiopia, dove c’è un enorme campo profughi sud-sudanesi, non mancate di far tappa nella piccola caffetteria che un gruppo di donne positive all’Hiv ha aperto, anche con l’aiuto del Cuamm; sulla bontà del caffè garantisce Don Dante.

La seconda: la prossima volta che mi arriva una telefonata di Andrea faccio a meno di rispondere, lascio passare qualche ora, ma solo per tenerlo un po’ sulle spine, e poi lo richiamo.

Tre anatre e un pesce

Oggi la Risarola si è spenta. Un lento affievolirsi della corrente, un graduale riemergere dell’alveo, prima i piedi degli argini, poi via via isole e penisole di fondale, ed oggi si è fermata del tutto.

Com’era successo nell’estate di diciannove anni fa, quella volta che incontrai le tre anatre e il pesce. Come non era mai successo prima a memoria d’uomo, o almeno così si disse allora. E allora di memoria ce n’era di più, c’erano archivi di ricordi ed esperienze che il tempo si è fatalmente portato via. C’era, tra tante, la memoria di mia nonna, che da mezzo secolo presidiava il corso della roggia e che oggi non c’è più.

C’era anche, fino alla secca del 2003, la certezza che la Risarola non si sarebbe mai seccata, che il suo placido, discreto flusso di acqua giovane, adagiato nel solco tra ali di campagna, non si sarebbe mai arrestato, che le sue risorgive, appena 1500 metri in linea d’aria, direzione nord-ovest, mai avrebbero smesso di risalire e ribollire dai cunicoli del sottosuolo. D’altra parte ci sarà un motivo se si chiama Risarola, buona in un qualche passato per garantire l’allagamento delle risaie (così si narra, e chissà se è vero), e ci sarà un motivo se questo posto si chiama Fangosa e galleggia su un letto d’acqua, esposto in un qualche passato a ricorrenti e invadenti alluvioni, finché il grande bacino venne costruito a monte per imbrigliare ed ammansire le furie torrentizie (così si narra, e può essere vero).

Acqua, quindi, a segnare il territorio ed a bagnare le sue storie. Di quando i tosi andavano giù al canale, in fondo dove si tuffa la Risarola, e là anche loro si tuffavano e sguazzavano. Di quando nei fossi con le nasse si pescavano marsoni, gamberi e addirittura anguille e sotto il portico si faceva la frittura di campagna col pescato di giornata. Di quando alla molonara da Mario le angurie stavano in fresca direttamente in roggia, a galla nella corrente, trattenute da una recinzione anfibia e sempre pronte per la selezione acustica (toc toc) ed il taglio artistico sul tavolone con la cerata. Di quella volta che un maiale scappò dal recinto e tanto corse in mezzo ai campi che finì nelle risorgive dell’Anguissolo, fratello minore della Risarola, dove cadde nel pantano gorgogliante e nessuno lo trovò più. E di quando, nell’estate del 2003, alla prima e, fino a ieri, ultima secca degli annali della Risarola, vidi in una pozza d’acqua ormai ferma un pesce girare in tondo, e di tanto in tanto lanciarsi verso un rigagnolo di collegamento con una pozza più grande, una sorta di guado al contrario, ma ogni volta virare e tornare indietro perché lì, appostate al varco, per dispetto o per orgoglio, stavano tre anatre, guardinghe e chiacchierone, pronte a centrare a beccate il pesce non appena si avvicinasse nell’acqua bassa. Allora presi una frasca e, agitandola verso le anatre, le allontanai per qualche istante, giusto il tempo di far passare il pesce. Lui se ne andò veloce, senza voltarsi, e loro mi starnazzarono qualcosa di facile interpretazione.

Negli anni a seguire, sbirciando in roggia, mi è capitato talvolta di aspettarmi che il pesce tornasse a salutare e che le tre anatre impettite mi aggredissero a beccate. Naturalmente non ho più visto né l’uno né le altre. Ma in effetti neanche la Risarola spenta avevo più visto da allora. Fino ad oggi.

Fuochi e fumi in aula magna

Entrano che sembrano in gita. Fluiscono in gruppo tra porte e file di sedie come a cercare un covo. Parlamentano in un incessante sottofondo di brusii e squilli. Prendono posto con un loro ordine logico, determinato, per quanto imperscrutabile.

E così siamo pronti: tre classi di prima media (sì, giusto, secondaria di primo grado), una settantina di un-dodicenni riuniti a parlare di fuochi, incendi e sicurezza, tutti insieme, fuori dalle rispettive aule ma dentro la loro scuola. Neanche a farlo apposta (e davvero nel programmare il giorno non ci avevamo fatto caso) proprio oggi, nella GIORNATA MONDIALE PER LA SALUTE E SICUREZZA SUL LAVORO. Che se ha un senso, quel senso sta anzitutto tra i banchi di scuola.

Colpisce quando una ragazzina alza la mano per dire che l’acqua spegne il fuoco perché, col suo vapore, lo soffoca. Colpisce quando un ragazzino agita la mano per dire che il terzo lato del triangolo del fuoco è il calore. Colpisce quando, tra video, disegni ed aneddoti, una selva di braccia sbandierate attende tenace un cenno di via libera per parlare di fumo che va in alto perché è caldo, di fazzoletto bagnato da mettere davanti alla bocca, di fuoco buono e fuoco cattivo, di cariche elettrostatiche e di coperta antifiamma. La quale coperta, sarà perché è leggera, sarà perché è piacevole al tatto, passa di mano in mano finché da laggiù una voce timida e nitida chiede: “Ma… questa si può avere anche a casa?”

Allora dai, già che ci siamo facciamo pure l’esperimento finale, direttamente lì dove ci troviamo: chiudiamo le porte, accendiamo la macchina del fumo, aspettiamo qualche minuto e vediamo come diventa la nostra aula magna quando c’è la nebbia, così tanta nebbia che non si vedono più le porte, le sedie accanto e quasi quasi neanche il quaderno appoggiato sulle ginocchia. Non sembra un posto diverso?

Finisce con le tre classi che a turno si alzano ed escono, sicure e vocianti nel fumo fitto verso il resto della loro giornata. Tutti sani e salvi.

Anche se… bè, all’inizio dell’incontro, giusto per rompere il ghiaccio, si era partiti da quattro domande facili. “Quanti di voi sono in prima media?” Tutti. “Quanti di voi non vedono l’ora che arrivino le vacanze estive?” Tutti. “Quanti di voi vogliono fare i vigili del fuoco?” Uno, convinto ma uno solo. “Quanti di voi vogliono accendere fuochi che poi gli altri dovranno spegnere?” Eh, insomma, tra battute e risate, ad occhio qualche decina. Ecco: curiosità, prontezza, energia e partecipazione non mancano di certo a questi un-dodicenni, si tratta di farne buon uso. Proprio come per il fuoco. D’altra parte, la scuola non è lì per questo?

Il conto, prego

Pausa pranzo al bar, come una volta, tra un corso e un sopralluogo.
Sullo schermo appeso alla parete, volume basso per non disturbare ma non abbastanza da nascondere, racconti di bombe, ospedali pediatrici e macerie.
Al tavolo vicino voci nervose, indignate, parole di dura condanna e rivendicazioni di giustizia per gli aumenti dei prezzi del carburante.
Nel cellulare una coda di mail ansiose, disagevoli e sofferte sulla sofisticata modulistica indispensabile per autorizzare, entro ieri, l’accesso della ditta in cantiere.
Sullo schermo, lo stesso, scene di piazza festante, tra vessilli identitari e slogan accorati a celebrare il trionfo nella partita di calcio.
Il conto, prego.

La lontra che non c’è

Da queste parti la lontra s’incontra spesso. All’ingresso di un palazzo antico che ospita un museo, nell’insegna di una trattoria e sul manifesto di un evento, nei segnavia e nelle targhe che raccontano i luoghi, nei libri di storia locale e nelle locali storielle di strada. Eppure da queste parti la lontra non c’è. O perlomeno non c’è più.
Curioso che per meritare attenzione e credito capiti di dover svanire.
Si dice comunque (e chissà se c’è del vero) che la lontra sia addirittura l’artefice della vallata. Un tempo lontano qui era tutto lago, dicono, un invaso ampio e placido alimentato dai tanti torrenti e arginato a valle da una diga naturale, giusto all’imbocco dello stretto canalone in cui le due ali di montagne convergono e quasi si chiudono, strozzando in un’orrida feritoia la via d’uscita. Per andarsene, sbattendo e spumeggiando tra pareti a picco, l’acqua doveva prima arrampicarsi fin sopra la diga. Qui, sulla barricata ancestrale che governava il lago, proprio qui una lontra venne ad insediarsi, e scavando spostando trafficando armeggiando con terra tronchi pietre e ramaglie tanto fece che finì per aprire un varco e il varco presto si spalancò e liberò l’acqua del lago. C’è da immaginarsi lo scroscio crescente ruscellare giù per il canalone mentre alle sue spalle il fondovalle, pur fradicio, veniva finalmente alla luce, con la lontra aggrappata sulla sponda ad osservare perplessa e a chiedersi: “E mo’?”

E mo’ la spianata valliva era bonificata ed ecco che arrivarono i fiori e gli alberi e poi gli animali di terra e tra questi l’animale più intraprendente e invasivo di tutti, il quale costruendo case tracciando strade coltivando campi imbrigliando acque e domando i boschi si fece largo. La lontra dovette ritirarsi in disparte, e dove intralciava fu allontanata, e dove infastidiva fu cacciata.

Si dice (e chissà se c’è del vero) che l’ultimo avvistamento risalga a meno di un secolo fa, durante i lavori di costruzione di un’altra diga, artificiale stavolta, in mezzo all’orrido canalone. Fu un operaio del cantiere a scorgerla, pare, proprio sulle sponde del bacino in formazione, e questi ne diede festosa e orgogliosa notizia a tutti i compagni, “Ho visto una lontra!” annunciava, non prima di averla raggiunta con una fucilata. Si sa mai che svicolasse fuori vista o che facesse danni. Era l’ultima e da allora non se ne videro più da queste parti, se non disegnate, scolpite e narrate.
Si dice però (e chissà se c’è del vero) che lassù fuori mano, nei pietrosi ristagni d’alta quota, nelle cascate nascoste dentro le inaccessibili forre boscose e nelle cavità labirintiche che solleticano il ventre della montagna, lassù qualche lontra ci sia ancora. Non vista, non udita, saggia discreta e paziente. In attesa, forse, che torni il suo turno.

WA(iting fo)R

“Pazzesco, Vladimir, chi l’avrebbe mai detto? Sta succedendo ancora!”
“Succederà sempre, Estragon, ancora e ancora. Finché morte non ci separi. Tutti.”
“Ma allora, Didi, la storia non ha insegnato proprio nulla!”
“La storia da sola non è mica in grado di insegnarsi, Gogo.”
“E a che servono millenni di errori e progressi?”
“Non è la storia a insegnare, è chi la insegna. Ognuno impara ciò che incontra durante la sua breve vita. E se genitori, scuola e società non raccontano oggi le cose di cento anni fa, oggi le cose di cento anni fa manco esistono. E se successero nere e le raccontano bianche, oggi bianche sono. E se non successero per nulla ma le raccontano lo stesso, oggi sono la storia vera.”
“Insomma, Didi, che dovremmo fare?”
“Aspettiamo che passi, Gogo. Magari non oggi, domani forse.”
“E se domani non ci saremo più?”
“Ci sarà qualcun altro ad aspettare.”

Rifiuti da un quarto di secolo

Ci sono date che ti si imprimono addosso e poi risuonano ogni anno come anniversari. Spesso incomprensibilmente e inconsapevolmente, a volte per ragioni che, prese in assoluto, appaiono del tutto inconsistenti.
Ecco, a me capita con il 5 febbraio. Quasi imbarazzante nell’impersonalità delle sue ragioni, eppure capita.
Ammetto che non sempre focalizzo subito le radici di questa data, anzi quando puntuale arriva e risuona devo fermarmi un attimo per esplorare gli echi della memoria, ma oggi cade il suo mezzo secolo ed è più facile.
Il 5 febbraio è il compleanno (pensa un po’) del decreto legislativo 22 del 1997, meglio noto come Decreto Ronchi. Quello che rifondava la disciplina sulla gestione dei rifiuti, introduceva un nuovo sistema per la loro classificazione e ridisegnava le regole per chi li produce, chi li trasporta e chi li recupera e smaltisce.
E che sarà mai?

Mah… sarà che di lì a pochissimo sarebbe terminata la mia epoca da studente e iniziata quella da lavoratore, e che entrambe le epoche sono improntate sulla tutela ambientale. Sarà che quella legge cadeva con provvidenziale tempismo nella mia agenda di velleità professionali, orientate più o meno a salvare il mondo. Sarà che qualche mese più tardi mi sarei ritrovato a trascorrere file intere di giornate nei meandri dell’istituto di via Marzolo a tradurre i CIR in CER, che detto così suona un po’ dysney, ma in realtà fu una gran fatica, piena di scrupolo ed equilibrismo, discussioni, tocchi di fantasia e implicazioni sfuggenti.
Fatto sta che sono passati 25 anni, il decretoronchi è stato fagocitato dal testo unico del 2006 e l’ambiente, così a spanne, non sembra del tutto al sicuro.
Sono passati 25 anni e il 150106 è ancora il rifugio peccatorum di molti retrobottega industriali (guarda che puoi metterci solo imballaggi di scarto / ma va che è pur sempre plastica / però non è imballaggio / e che cambia? /per andare lì inoltre dovrebbe essere di più materiali non divisibili / non rompere che me li portano sempre via così e senza far rogne), mentre qualche zelante cultore si ostina a triturare contenitori sporchi per indagare l’esatta concentrazione di residui sospetti nella massa globale.
Sono passati 25 anni e questo 5 febbraio risveglia domande, sul mio percorso (ma qui glisso), su quanto siamo diventati bravi a maneggiare i rifiuti e sull’ambiente in generale, che così tante buone intenzioni, scritte nelle leggi e piantate nelle persone, promettevano di preservare e proteggere.
Domande che bastano a se stesse e non si aspettano risposte.

Risposte che tanto non avrei.

(E comunque basta, dai, che stasera c’è la finale di sanremo)

Bruno e il cane che salì sul Mulaz

“Com’è il sentiero? Possono farlo anche i comuni mortali?”
“Ma sì, cosa vuoi che sia. Andate, è un bel giro. No come i soliti giretti che fate voi.”
“Proprio fin su in cima in cima, a 2.900? Non è per montanari esperti?”
“Ma no, figurati. Una passeggiata per tutti. Ascolta, poco dopo il passo Mulaz invece di scendere giù dall’altra parte per il rifugio, prendete la deviazione su a sinistra. Giusto mezz’oretta, un tratto comodo, e arrivate proprio sulla vetta.”
“Senza ferrate o tratti difficili?”
“Macché difficili. Vai tranquillo. Lo fate sì. È salito su anche il mio cane.”
L’azione motivazionale è compiuta. Bisogna dire che il cane citato, a vederlo, non fa venire in mente gli stambecchi d’alta quota, né per stazza oggettiva né per agilità apparente. Pertanto, se ce l’ha fatta il suo cane, vuoi che non ce la faccia io? Dove non arriveranno le gambe, arriverà almeno l’orgoglio.
Lui si chiama Bruno, come il colore, non più marrone né grigio e non ancora nero. Come l’orso e come le tonalità che prende il cielo al tramonto, ancor più in montagna, specie nei versanti meno esposti. Come l’effetto cromatico che si conferisce ai metalli con un trattamento di superficie, la brunitura appunto, per ottenere estetica e, insieme, resistenza.
Ad ogni domanda Bruno restituisce un’informazione utile e una bacchettata, faceta sì ma pertinente, da pensarci su e sentirsi, al tempo stesso, presi e portati in giro. “Andate qui, per questo percorso, ne vale la pena, piuttosto che andare per di là, dove piace a voi, che non so come faccia a piacervi. Ma sì, è una cosa facile, bei posti, mica roba complicata, però poi bisogna vedere: so io a che ora partite voi la mattina? In montagna si parte presto, si va di buon’ora e per pranzo si è già tornati, voi per ora di pranzo forse vi mettete in strada. Lo so io che voi siete… di un’altra categoria.”
Ad ogni domanda un po’ ti accoglie e un po’ ti aspetta al varco, in un riverbero delle poliedriche sfaccettature dolomitiche, sempre in equilibrio tra maestosa bellezza senza tempo e imminente, rovinoso sgretolamento, tra salde tracce solcate da migliaia di passi esperti e l’incognita del vuoto a meno di un inciampo.
Dietro ogni risposta c’è una storia di vita vissuta, un corredo di pensieri raccolti per la via e messi insieme come fascine per accendere il fuoco. Ti ascolta, con i tempi di una camminata nel bosco, poi risponde, con i toni degli alberi che frusciano e dei ruscelli che gorgogliano, e nel frattempo, sempre, ha gli occhi che ridono. Sempre.
Così arriviamo su al passo Mulaz, dopo tre ore e novecento metri di dislivello, partendo dalle meraviglie della Val Venegia e piegando su a sinistra per i primi pendii boscosi del sentiero Quinto Scalet per poi serpeggiare tra esplosioni floreali, erte pietrose e marmotte burlone fino ai ghiaioni alti con pareti e panorami a sbalzo. Così arriviamo su al passo, già si intuisce dietro ogni roccia il miraggio del rifugio Volpi al Mulaz ed ecco finalmente la fatale, temuta deviazione. Il cartello segna un’ora, la mappa scandisce trecento metri di ulteriore ascesa, l’orario incombe (malgrado le migliori intenzioni compatibili con la categoria di appartenenza) e in cielo occhieggiano e sventagliano nuvole birichine, di quelle che nei pomeriggi estivi da queste parti si assembrano con mirabile premura e raramente mancano l’appuntamento con lo scroscio.
Allora ci siamo, le gambe esitano, l’orgoglio sobbolle e… no dai, meglio tirare avanti fino al rifugio. Poi più tardi, di ritorno… no dai, meglio scendere, oggi non si riesce ad arrivare in vetta, non stavolta, sarà per la prossima magari. I piedi già assecondano la direzione del valico ma la coda dell’occhio indugia sulla deviazione, quasi a scusarsi, a costituirsi, ad appuntare una promessa. Ed è lì che per un istante lo vedo, proprio all’inizio del tratto che si arrampica su in vetta al Mulaz. È senz’altro il cane di Bruno, che zampetta e scodinzola in salita, saltella tra i sassi e, prima di scomparire ad una svolta, mi lancia uno sguardo fuggitivo. Uno sguardo di rimprovero e di sufficienza, ma con gli occhi che ridono.