Post in evidenza

Giganti al passo

I primi a spingersi fin lassù, sul passo, furono i cacciatori delle valli del nord. Era un inverno gelido e secco, gli animali erano migrati prima del solito e i piccoli villaggi sentivano i morsi di una carestia cui la natura, stavolta, non sembrava voler porre rimedio.
Erano i tempi in cui gli dei risiedevano nelle cose, gli spiriti parlavano la lingua degli uomini e le leggende orientavano la realtà.
Fu in quell’inverno gelido e secco che presero a riecheggiare antiche storie sulle calde valli del sud, dove il sole intiepidiva i periodi più bui e il verde prosperava sempre e gli animali non migravano mai. Così i cacciatori si misero in marcia, addentrandosi in selvagge vallate mai battute, risalendo pendii di abeti spettrali e seguendo solchi di torrenti ghiacciati.
Per sei giorni cercarono la via, tra falsi sentieri, tracce mendaci e direttrici interrotte. Fu poco prima dell’alba del settimo giorno, al termine di una rigida, limpida notte stellata, allo stremo di forze e riserve, che finalmente giunsero al passo. Davanti a loro all’improvviso il cielo si aprì per poi espandersi giù giù verso il basso, verso le valli del sud.
Avanzarono stanchi ma rianimati dalla speranza, quando alla svolta di un colle laterale, stagliati contro la primissima luce di levante, li videro: videro i giganti.
Stavano lì, immobili, affiancati, silenziosi e possenti, i volti scuri e le espressioni severe, a guardia del passo.
I cacciatori indietreggiarono, spiarono, ascoltarono, attesero. Nulla accadeva.
I cacciatori diedero una voce, si annunciarono. Nessuna risposta.
Forse i giganti dormivano. O forse erano in agguato. O più probabilmente, nel silenzio immoto, la loro ira stava montando contro gli estranei visitatori che disturbavano la quiete e profanavano il regno.
E quando un sibilo tetro, quasi un lento e lugubre ululato, iniziò a risuonare sul passo, nei cacciatori i presagi si trasformarono in certezze e la paura virò in terrore.
Solo col passare del tempo, col maturare della luce, fu chiaro che i giganti erano di spalle, del tutto disinteressati agli estranei visitatori e assorti ad ammirare il sorgere del sole, e che sul sole tenevano fisso lo sguardo, ruotando loro stessi per seguirne il percorso durante la giornata. E, quando il sole fu allo zenit e i giganti si volsero finalmente verso il passo, fu chiaro che sui loro volti rosati si allargavano grandiosi, quieti sorrisi e che, insieme al vento leggero, risuonavano sublimi, mistiche canzoni di pace.
Ma tutto questo i cacciatori non lo seppero mai, perché già da parecchie ore si precipitavano attraverso abeti spettrali e lungo torrenti ghiacciati, per la via del ritorno, atterriti, a mani vuote e senza speranza.

“Uèè, iuvenes”

“Uè” risponde al telefono la donna sulla soglia nella bottega. Altrove sarebbe “Pronto” oppure “Hello” o magari “Allô”. Qui, alla porta del negozio di profumi affacciato su Corso Garibaldi, basta “Uè”, asciutto e squillante, con una sola “e” accentata forte. Un suono che apre la conversazione come una parentesi, e il silenzio che segue è lo spazio a disposizione per chi sta dall’altra parte della linea. Per me che passo è solo silenzio e quando la donna dirà altro sarò già troppo lontano, oltre il palazzo del governo, verso la rocca longobarda. Lì traccheggia un gruppo di ragazzi, distratti e guardinghi, gesticolano parole veloci da cui d’un tratto esce un “Uèèèèèèè” lungo e modulato, sostenuto da almeno sette “e” scanzonate ad accento fluttuante, che fa il giro dalla piazza, danza intorno alle fanciulle di passaggio e ai lampioni ancora spenti e poi torna a cuccia da loro, come a segnare il territorio. È il capolinea del viale pedonale e si può tornare indietro, verso il teatro romano, oppure ci si inoltra nelle laterali della movida. All’angolo di un palazzo barocco c’è un crocchio di persone ben vestite, abiti da sera che si colorano nella luce morbida della sera in arrivo. Passa un vigile urbano e li saluta con un cenno della mano e con un “Uèèè” che parte alto e subito cala fino ad estinguersi, sapientemente calibrato sul confine tra confidenza e deferenza che da queste parti sono così bravi a presidiare.
Mi chiedo quante variazioni di “Uè” esistano, giocate sul numero di “e”, sulle modulazioni di accenti e sulle infinite combinazioni di toni. Una parola che non è neanche una parola, raccolta lungo le strade tiepide di fine aprile, in tante diverse accezioni quanti sono i volti delle persone che oggi all’ora del tramonto muovono il centro di Benevento. Quando ci passo accanto l’Arco di Traiano sembra sussurrare circospetto “Uèè, senti a me, qui una volta si chiamava Maleventum”. E in effetti, in fatto di parole, stuzzica curiosità la faccenda del toponimo che ad un certo punto della storia vira in direzione opposta. Chiedo lumi al mio padrone di casa, un ospitale locandiere che di faccende storiche sembra saperne. Dell’antica Via Traiana che da Benevento tagliava l’Appennino per poi piegare verso la costa adriatica fino a Brindisi, il porto apulico dove attraccavano le spedizioni belliche di ritorno dalle scorribande oltre mare. Della via francigena che nel suo epico itinerario dall’Europa del nord fino alla Terra Santa inanella il centro beneventano e si smarrisce tra i suoi vicoli. Dei personaggi storici che l’immaginario collettivo indebitamente assegna ad altri luoghi ma che orgogliosamente qui ebbero i natali, come don Giuseppe Moscati, lo stesso San Gennaro e, fatalmente, Padre Pio di Pietrelcina.
Gli chiedo allora del nome cittadino, della sua transizione dal male al bene. Lui sorride e divaga, accenna ai forti venti delle vallate sannitiche, riaccende cenni di mitologia greca e sguaina memorie di conquiste longobarde. Inopportunamente insisto e finiamo a cercare notizie in rete, ricavandone ipotesi di linguistica arcaica in cui la radice “mal” ricondurrebbe alla pietra, ma la faccenda rimane irrisolta, così che di fronte ai sussurri circospetti dell’Arco di Traiano non resta che l’immaginazione.
Immagino l’imperatore in partenza alla volta della remota Dacia, all’orizzonte battaglie esotiche e lunghi giorni di terra, di mare e di terra ancora. Dalla capitale, seguendo la via Appia, Traiano ha appena raggiunto la cittadella alta, circondata dai due fiumi, e lì si ferma, gettando uno sguardo oltre, giù verso il lieve pendio e avanti ancora contro le montagne di levante, presagendo il tracciato di una nuova strada che reca il suo nome e che presto sarà percorsa per la prima volta. È un tardo pomeriggio di aprile ed è tempo di una sosta. Roma non è lontana ma i suoi frastuoni si smorzano nelle increspature delle verdi colline e qui non arrivano che tenui echi delle marce trionfali e degli intrighi forensi. È tempo di una sosta di riposo, preparazione e libagioni, di sacre invocazioni alla sorte e di profani svaghi di corte. L’imperatore scende da cavallo e si dirige a passi lenti verso il suo alloggio ma, prima di ritirarsi, si volta verso i luogotenenti e impartisce gli ultimi ordini di giornata. Comanda di preparare la partenza per domani, all’alba. Comanda di realizzare un arco in suo onore proprio lì, dove parte e arriva la sua via. E infine, scuotendo la testa, aggiunge: “Uèè, iuvenes. Huius civitatis nomen adversam fortunam fert. Nulla interposita mora mutanda est”. Più o meno: “Uèè, ragazzi. Il nome di questo posto porta jella. Va cambiato subito”.

La me diga

“È questa la diga?” chiedo in parcheggio all’uomo che, bici e sporta alla mano, sta tornando dalla spiaggia. “Ciò, a xè questa a me diga” risponde lui, con l’orgoglio del padrone di casa e con la diffidenza di chi non si aspetta di incontrare forestieri. Ringrazio, saluto con sobria cortesia e mi incammino verso il faro, che sembra aspettare laggiù in fondo.

Mi hanno detto che si chiama diga anche se in realtà non sbarra del tutto la corrente. Si limita a deviarla, rallentarla, ammansirla. La corrente è quella del mare, che nell’alto adriatico, mi hanno detto, da sempre, da quando qualcuno la osserva, circola in senso antiorario: istria, trieste, grado e poi giù lungo il litorale fino a qui. L’acqua del mare circola, erode, trascina e deposita.  La diga è qui per questo, perché se l’acqua potesse fare ciò che vuole tirerebbe dritto e pian piano porterebbe più avanti sabbie e sedimenti, ma più avanti c’è la bocca di porto della laguna e qualcuno, ad un certo punto della storia, deve aver deciso che quel varco era importante, non si poteva rischiare di ritrovarselo tappato e quindi andava protetto. Per questo è qui la diga, realizzata ai tempi dei dogi, mi hanno detto, e qui l’acqua sbatte, devia, si calma e lascia giù sabbia e sedimenti. E magari dà pure il nome a punta sabbioni.

Non capisco se sia un pescatore o un surfista il tipo che sta arrivando al parcheggio in tuta nera aderente, con la faccia dipinta di bianco, una tavola sottobraccio e una cassetta nera con le ruote che saltella sui ciottoli. Mi guarda, lo guardo, passiamo oltre. C’è pochissima gente, quindi per forza ci si nota e ci si guarda.

Proseguo lungo il viale lastricato che punta dritto verso il faro. A destra il cordolo di massi argina il mare e lo invita ad entrare ordinato e obbediente verso la bocca di porto. Anche se le scaglie gialle del mose, schierate laggiù di traverso in direzione della laguna, ricordano che il mare, se vuole, fa ciò che vuole.

Una donna con il foulard cammina verso di me parlando al telefono. Gonna lunga scura, cappotto marrone, mi raggiunge e prosegue lasciandomi solo qualche frase della sua conversazione: “Adesso vado a casa e sai cosa faccio? (pausa pensierosa) Mi faccio due uova con i carciofi, perché insomma… (pausa drammatica) insomma, i xè cussì boni!”

A sinistra del viale lastricato la sabbia si stende lunga a perdita d’occhio e in larghezza disegna con la riva una curva che diventa pian piano tangente alla diga. Lì sbatte l’acqua, devia, si calma e lascia giù i sedimenti, tracciando ogni giorno, ogni stagione una linea diversa. I dogi pensavano solo a salvare la bocca di porto e senza volerlo (forse) hanno salvato anche la spiaggia, che in certe epoche, mi hanno detto, cresceva verso il mare di dieci metri all’anno. Sempre più avanti, con la pineta che si allontanava dall’acqua e jesolo, più su, che invece all’acqua si avvicinava sempre di più.

Quasi al faro mi sorpassa una coppia di ciclisti, in alta uniforme. Si fermano al capolinea e si fanno qualche foto col telefono. Quando arrivo mi chiedono se posso farne una ad entrambi insieme. Io dico “Certo, poi però dovremo bruciare il telefono e le mani” Mi guardano strano. Spiego: “Per il contagio”. Ridono, si consultano, lui ammette “Xè vero, el ga ragiòn anca iù”, lei tira fuori le salviette disinfettanti, io li inquadro e li immortalo, igienizziamo mani e telefono e ci salutiamo.

Quando pedalando si allontanano resto solo e mi fermo a guardare la risacca di tetrapodi in cemento che si accalca attorno al faro. Il tempo di fissare il luogo, poi prendo la via del ritorno, verso il parcheggio. Lungo il viale lastricato arriva una signora col cane al guinzaglio. Mentre mi viene incontro mi punta gli occhi addosso, interrogativa, curiosa, insistente. A portata di voce le chiedo, cauto: “La me diga”. Risponde, decisa: “No a xè minga sua!”

In un mondo diverso

Lo incontro le prime volte ai corsi di formazione, parecchio tempo fa.

Lunghi pomeriggi e intere mattinate, a volte di sabato, a parlare di sicurezza e salute nel lavoro. Perché bisogna. Perché è importante. Perché serve l’attestato. Faccio il possibile per ingaggiare, animare, coinvolgere, spesso funziona, spesso non funziona. Gli sguardi sventagliano dall’assonnato assente al vispo birichino. Le domande, quando arrivano, sono curiose o polemiche. Le reazioni, quando vengono stimolate, sono pigre o scattanti.

Lui mi resta impresso perché, tra i pochi, forse unico, ha lo sguardo acceso per tutto il tempo, un mezzo sorriso fermo esattamente in equilibrio tra solidarietà, compiacimento e supponenza, in un punto strategico in cui non puoi né affrontarlo né ignorarlo. Un equilibrista del sorriso.

Mi resta impresso poi perché interviene e palleggia, alza la mano e dice la sua, irrompe nell’acustica della sala con i toni profondi del suo italiano ritmato, quasi tamburellato dall’accento francese che francese non è. Anche in una platea quiescente, anche nelle fasi ondivaghe in cui temo di aver smarrito il gruppo, lui mi ritrova e dice la sua, ancora in equilibrio tra la critica e la proposta, un po’ assertivo e un po’ faceto, mai banale, pacatamente sovversivo e anticonvenzionale, con la capacità rara di scherzare seriamente e di ragionare con naturalezza, con l’abilità fine di esercitare il diritto di sbagliare in quanto corollario del diritto di esprimersi, e di provarci.

Poi negli anni lo incontro in fabbrica, nella sua postazione in linea, lì in piedi indaffarato sulla macchina ma non troppo, imponente nella sagoma quanto leggero nell’incrocio. Un saluto accogliente, sempre, quasi che fosse lì ad aspettare, ma non ad aspettare qualcosa o qualcuno in genere: ad aspettare proprio me. Una domanda su come va il lavoro e sul tempo che fa, sui massimi sistemi e sul senso della vita. Una frase, massimo due, con parole ponderate e con radici profonde. Al punto che mentre me ne vado percepisco una scia, la sensazione di aver raccolto qualcosa e di aver lasciato qualcosa.

E lo incontro oggi, vicino all’area ristoro, in pausa caffè. C’è il solito sorriso equilibrista che compare appena abbassa la mascherina (ma ci scommetterei che quel sorriso era lì anche prima, sotto la mascherina). Parliamo del periodo, delle vaccinazioni, della politica internazionale. Tre minuti distillati in cui la voce prevalente è la sua, anche quando domanda in realtà risponde, anche quando ascolta in realtà racconta.

Un collega poco lontano gli dice: “Stai aspettando di tornare in Senegal, vero? Vai là e diventi presidente” Lui continua a sorridere, ha infinite versioni di quel sorriso eppure è sempre quello. Risponde: “Ma va’, se fossi io il presidente del mio paese, cambierei tutto”. La parola finale, TU-TO, suona grave, definitiva come un gong, scava da lontano nella sua terra come se stesse già iniziando a dissodarla, per cambiarla.

Non ho dubbi che saprebbe cosa fare, come farlo e pure come dirlo. E credo che, potendo, non si limiterebbe a cambiare il suo paese. Potendo prenderebbe il mondo intero e lo trasformerebbe in un mondo diverso. Lo saluto e, mentre si spegne l’eco di un’ultima battuta, si forma la scia di un pensiero, che in quel mondo diverso probabilmente non lo incontrerei lì.

Naviglio controcorrente

Oggi Milano era soffocante, come le prime volte ma in modo diverso.
Le prime volte, ricordo, l’aria era grigia, rifletteva il grigio opaco dell’asfalto e quello geometrico degli edifici e piombava giù come uno spesso tendaggio dal grigio profondo del cielo. Anche col sole a quel tempo Milano era grigia, almeno nel ricordo. Lo era pure nelle afose mattine estive in cui il treno strisciava la pianura padana dalla stazione di Vicenza fino alla Centrale, con il suo preludio di casermoni rosso grigio intervallati da parchetti verde grigio. E fuori dalla Centrale, giù nella metro, su nelle piazze, giù nei sottopassi, su ai piani alti dei palazzi di periferia si sgranavano gli incontri adolescenziali con gli amici della vacanza e gli amici degli amici. Tanto era psichedelica, partendo dalla campagna veneta, l’idea della grande città e della sua vita esotica quando era soffocante l’idea di restarci. Mai e poi mai avrei vissuto lì! E la strisciata di ritorno del treno nella sera estiva era già nostalgia e già sollievo.
Quello era il tempo sospeso delle possibilità impossibili.
Poi il tempo cambiò e con esso Milano prese a cambiare. Capitarono negli anni occasioni sparse di assaggiare la grande città, per un convegno, una riunione o un sopralluogo, in auto o ancora in treno, in centro o nei sobborghi, da solo o in compagnia, per studio, per lavoro e infine in gita di famiglia, da veri turisti, senza scuse né distrazioni, solo per andarci e curiosare e trascorrerci qualche giorno. Ogni volta Milano cambiava, cresceva, si arricchiva. Ogni volta si scrollava di dosso un po’ di memoria grigia e assumeva tinte nuove, gli argenti cangianti di Piazza Duomo, gli ocra preziosi di Brera, i verdi scintillanti di Porta Ticinese, i blu striati dei Navigli, le trasparenze ammiccanti di Piazza Gae Aulenti, i rossi tenui di San Babila, i bianchi scuri della Scala, gli arcobaleni di City Life e del Cenacolo.

Milano era cambiata ed era sempre più bella, non era più soffocante e anzi invitava a respirare e immaginare sempre più, guardava in alto e ti guardava dritto negli occhi. La grande città irretiva, affascinava, accoglieva e diventava, sì, diventava un posto in cui voler vivere.
Invece oggi Milano era tornata soffocante, come le prime volte eppure in modo diverso. Ogni sirena sibilava come un lamento, ogni auto della polizia municipale lanciava un monito, le poche persone mascherate sgattaiolavano guardinghe dietro gli angoli, le strade invece che ricevere e convogliare il traffico sembravano volerlo cacciare via, rigettare ai margini. Pure il Naviglio Grande, che lassù si stacca dalla riva del Ticino e attraversa cinquanta chilometri di borghi e di campagne per infilarsi dritto nella città, come un’arteria che porta linfa vitale, oggi no, oggi scorreva al contrario, scivolava verso la periferia, drenava come una vena di linfa esausta, sdrucciolava controcorrente per risalire il suo corso e riunirsi finalmente alla viva corrente del Ticino.
A pensarci bene oggi Milano non era grigia, aveva i suoi colori ma i colori stingono se non ci sono occhi a guardarli. E a pensarci meglio oggi non era soffocante. Oggi piuttosto Milano soffocava. O magari tratteneva il fiato, in una paziente apnea, fino a quando serve.

Un sorriso con la Basilica

“Ciò, vecio, mi digo che podemo farghea.”
“Oh capo, sarà fadiga, ma me digo anca mi.”

“Io dico che possiamo farcela.”
“Non sarà facile, ma lo penso anch’io.”

Vicenza, Contrà Porti, nel mezzo di un pomeriggio di metà marzo, più inizio primavera che fine inverno. Siamo nell’anno 1 D.C. (sì, Dopo Covid).
La conversazione corre di traverso alla strada, i due sono fermi in piedi sul ciglio degli opposti marciapiedi, faccia a faccia, come sulle sponde di un fiume piatto e quieto in cui fluiscono con lievi onde i bolognini in porfido.
“Bisognerebbe cambiare alcune cose però.”
“Vero, servirebbe qualche novità, qualche aggiustamento.”
“È da troppo che andiamo avanti così, è chiaro che qualcosa non funziona”.
“Facciamo ancora in tempo però, volendo”.
Colgo le frasi mentre mi avvicino alla linea di dialogo. Le loro scarpe sembrano in bilico sull’ultima pietra dei bassi marciapiedi lastricati e anzi hanno le punte che spuntano a sbalzo sulla corrente pigra, grigia e ordinata dei bolognini.
Il mio sguardo finge di non guardare e tira dritto verso Corso Palladio e poi d’infilata lungo i palazzi di Contrà del Monte fino ad infrangersi sulle luminose, volatili geometrie della Basilica Palladiana.
“Ci sono questo e quello da sostituire, sono lì da troppo tempo”
“Non hanno fatto proprio male, l’esperienza qualcosa conta, ma sì, hai ragione”
“Serve gente fresca, con idee e prospettiva, per guardare oltre”
“Giusto qualche sostituzione, qua e là, un po’ di giro, e poi tutto si sistema”
Mentre li supero, trascinato dal flusso silenzioso e immobile dei bolognini di Contrà Porti, affluente del Corso, fanno i nomi e dicono i ruoli, ma non li afferro. Noto però che quello di destra è più elegante, pantaloni e giacca sul grigio scuro e camicia bianca senza cravatta, mascherina nera e scarpe scure quasi lucide. Quello di sinistra è invece più casual, jeans blu e maglioncino grigio scuro, senza camicia, mascherina rossa e scarpe marrone chiaro, quasi sportive.
La conversazione svapora alle mie spalle, risucchiata nel silenzio di un centro città in clausura, e mi accorgo che non ho dubbi: stavano parlando di pandemia, di politica e dei relativi personaggi. Sento i passi che scalpicciano sui lastricati dei marciapiedi opposti: i due stanno rompendo le posizioni per congedarsi, svicolano sulle sponde e schivano il guado di bolognini azzurri per i riflessi della luce di marzo.
Contrà Porti è ormai finita e sfocio nelle più ampie prospettive di Corso Palladio, che si aprono in entrambe le direzioni con sipari di facciate, portici, finestre e in alto i profili frastagliati a delimitare il cielo. Mentre di fronte, sempre più vicine e magnetiche, vibrano le strofe in bianco e nero della Basilica, tanto assolute da relativizzare lo slargo di Piazza dei Signori, sento le loro ultime voci, l’eco del loro saluto che rimbalza tra i palazzi.

Sarà per quel saluto che, senza voltarmi, pochi passi più avanti, proprio dove Contrà del Monte esplode sulla Piazza, mi ritrovo con un sorriso nascosto a cui risponde il sorriso abbagliante della Basilica.

Sarà per quel saluto che io e la Basilica ci ritroviamo a sorridere:

“Forza Lane”
“Forza Lane, sempre”

Assaggiatori di vaccini

Ad un certo punto è silenzio, interi secondi di silenzio teso e pesante. Di quelli in cui ogni movimento rimbomba, finanche un pensiero. Come l’equilibrio, il silenzio ha una sua versione stabile ed una precaria, che solo distrattamente si assomigliano. Siamo ora in un silenzio precario, ancor più stridente se si pensa al chiassoso e irrequieto motivo per cui ci troviamo riuniti nella sala: i vaccini anti-covid per i lavoratori.

Il medico, quello competente, ha appena concluso il suo intervento, una sventagliata ampia e a tratti appassionata sulla storia dei vaccini, sulla loro natura e sul loro ruolo nell’evoluzione della salute umana. Ha parlato a lungo, rimestando informazioni note e cenni di immunologia, schierando al suo fianco le vacche di Jenner e le rabbie di Pasteur, stigmatizzando derive antiscientifiche e stemperando con qualche facezia. Mentre parlava rivedevo i grandi affreschi della camera del consiglio al Palazzo delle Nazioni di Ginevra, murales incombenti in cui l’artista catalano racconta per capitoli i più grandi progressi dell’umanità: il capitolo della salute, tra tutti, è dedicato proprio ai vaccini.

Al termine il medico chiede se ci sono domande, e si ferma. Ferma è anche la platea, in bilico tra l’imbarazzo e l’agguato, pulsante tra diffidenza e deferenza. La platea, d’altra parte, non è casuale. Qualche giorno prima l’azienda ha iniziato una campagna a favore dei vaccini anti-covid, per preparare il terreno, per saggiare gli intenti, perché in questa strana corsa a tappe con cui la pandemia ha travolto il mondo del lavoro c’è stato il tempo dei codici ateco, quello delle mascherine e delle sanificazioni, quello dei rientri dall’estero e quello dei tamponi, e verrà il tempo dei vaccini. Allora bisognerà combinare in azienda misure collettive e scelte individuali, obblighi di massima tutela in capo al datore di lavoro e persistente diritto al rifiuto per lavoratori che, come quelli ora in platea, non intendono vaccinarsi.

Di domande, dubbi e anche obiezioni ce ne sarebbero di sicuro, sono lì che frusciano dietro le quinte ma si ostinano a non rompere quel silenzio precario. Allora lo rompo io. Già che mi hanno chiesto di partecipare provo a dare un contributo, e anzitutto mi costituisco. In un’epoca che pullula di virologi ed epidemiologi, che neanche i c.t. della nazionale durante i mondiali di calcio, ammetto che come semplice rspp non ho titolo né velleità di cimentarmi in dissertazioni sanitarie, e poco conta che, potendo, io mi vaccinerei seduta stante. Però di prevenzione e protezione in azienda mi devo occupare, e se è vero, come è vero, che il vaccino è una forma di prevenzione e protezione, la più ambita, avanzata e risolutiva contro la piaga coronavirale, verrà il momento in cui in azienda bisognerà adottarlo. Magari anche la legge cambierà, sancendo inequivocabili obblighi laddove oggi inequivocabilmente non ci sono: per adesso, malgrado lontani echi di cogenza nei dotti dibattiti tra giuristi (“il Datore di lavoro è sempre tenuto a mettere in atto le misure di tutela più efficaci ed evolute e il lavoratore, da parte sua, è tenuto ad applicarle”), bisogna limitarsi a raccomandare fortemente, fortissimamente i vaccini ai lavoratori, lasciandoli però liberi di declinare. Non resta che informare, sensibilizzare, approfondire e invocare criteri più culturali e sociali, quasi etici, finendo a parlare di responsabilità. A maggior ragione in attività di intenso contatto con utenti e pazienti, come quelle assistenziali e socio-sanitarie.

La platea si anima, perché la responsabilità è un concetto complesso e squisitamente personale, ed è difficile per chiunque ammettere di non esercitarla a dovere, tanto più difficile tollerare che altri lo insinuino. Nel mormorio viene avanzata un’ipotesi conciliatrice: se la maggior parte dei lavoratori si vaccina, si potrebbe riorganizzare il lavoro in modo da isolare e proteggere i non vaccinati. Non so cosa ne pensino i veri esperti di virus, ma da rspp mi permetto di far notare che, sì, si può anche fare, come già viene fatto nelle scuole da quando sono stati reintrodotti gli obblighi vaccinali (collocazione dei bambini non vaccinati in modo che in ogni gruppo classe ce ne sia uno solo, o meno possibile), ma c’è una differenza: a scuola se ci sono bambini non vaccinati è perché non possono vaccinarsi, per oggettive motivazioni sanitarie, non per scelta dei genitori. Nel lavoro provate a imporre ai lavoratori vaccinati di cambiare reparto, orario, gruppo o mansione perché ci sono colleghi che non hanno voglia di vaccinarsi. Qui scatta, piccata, la precisazione: non è che non abbiamo voglia, è che non vogliamo. Glisso sui fronzoli lessicali e ascolto l’onda montante: non ci fidiamo, non vogliamo far da cavie, perché al momento non possiamo essere sicuri che i vaccini anticovid funzionino, non conosciamo gli effetti collaterali, non c’è stata abbastanza sperimentazione, non c’è una lunga storia di applicazione come per gli altri vaccini e, insomma, magari più avanti, quando ci saranno più garanzie, quando efficacia e sicurezza saranno accertate, quando l’avrà fatto così tanta gente che le paure saranno attenuate, se non svanite.

C’è una nota stonata nel coro astensionista, una nota che subito non afferro del tutto, anche perché il medico energicamente riprende le redini e si spinge oltre: per carità, a tutti è concesso il diritto individuale di opporsi a scienza e medicina, di negare che l’uomo è stato sulla luna e di credere che la terra sia piatta, ma caspita… il fatto è che la verità è un’altra!

La riunione piega verso il finale, gli umori si accavallano e probabilmente nessuno ha cambiato idea né riconsiderato davvero la propria posizione. Và così. Saluto, esco e mi metto in strada. Tre minuti e qualche chilometro dopo afferro, fatalmente in ritardo, la nota stonata. Mi vengono in mente gli assaggiatori di cibo e bevande dei potenti, quelli che un tempo (o anche ora?) mangiavano e bevevano prima dei sovrani per proteggerli dai rischi di avvelenamento, e solo dopo, rassicurati e protetti, i sovrani pasteggiavano. E mi viene in mente che la distinzione tra buoni e cattivi, diritti e privilegi diventa spesso un mero gioco di ombre e riflessi, e di orgogliosi, spauriti arroccamenti.

È un attimo passare da squadristi della dittatura sanitaria ad umili assaggiatori di vaccini, così come è un attimo far passare per difesa della libertà di scelta la scelta unilaterale di mandare intanto avanti gli altri.

Ultimo giorno di Scuola

Ieri è stato, in un certo senso, il mio ultimo giorno di scuola.
Si è conclusa, insieme ad un anno speciale, un’avventura speciale iniziata una sera del 2008, durante una sparuta assemblea dei genitori dell’asilo, ops… scuola dell’infanzia, a cui partecipavo come papà con una figlia nei piccoli, allora treenne.
Un’avventura iniziata come spesso iniziano le avventure di paese, per caso o per sbaglio. “Chi è disponibile ad entrare in comitato di gestione”. Silenzio. “Dai, su, proprio nessuno?” Silenzio e gelo. Un incauto istinto mi muove un braccio per sistemare gli occhiali. “Ecco, finalmente uno disponibile, tu Alberto, sì, hai alzato la mano!” “A dire il vero, io…” Ma sì, che sarà mai? proviamo! Più o meno è iniziata così.
Sono passati più di 12 anni, di cui 7 da presidente. La figlia, allora treenne, sta già al liceo e l’altro figlio, arrivato poco dopo, va ormai alle medie, invece io sono rimasto all’”asilo”, che nel frattempo è diventato il Polo dell’Infanzia di Brendola. In effetti fa strano.
Spesso mi è capitato di chiedermi, o che mi chiedessero, che ci facevo ancora lì. Una risposta è che a quella scuola mi ci sono affezionato, ma assomiglia un po’ alle risposte evasive degli studenti pluribocciati. Un’altra risposta è che è successo, e mentre succedeva diventava pian piano un progetto e si arricchiva di idee, obiettivi e sfide, e quando fai partire un progetto devi portarlo a compimento, anche se ad un certo punto non capisci più bene se sei tu a condurlo o lui a condurre te. A maggior ragione a scuola, un posto in cui pensi di entrare e invece è lei che ti entra dentro, e non ti lascia più.
Ieri comunque è stato il mio ultimo giorno, punto. Un filo di commozione, una lunga fila di ricordi, una galleria di immagini e momenti, persone e circostanze. Soprattutto una grande lezione. Sì, perché a scuola essenzialmente si va per imparare, e non solo gli alunni: a scuola, volendo, tutti imparano da tutti e da tutto. Così, mentre la porta di un luogo e di un pezzo di vita si chiude alle spalle, rivedo in un ultimo sguardo fuggitivo dodici anni di lezione.
Tra le tante cose, ho imparato che spesso si confonde il difficile con l’impossibile e che a far la differenza è la qualità delle persone col loro equipaggiamento di talenti, volontà e perseveranza.
Ho imparato l’importanza di un obiettivo chiaro e ambizioso, e come l’obiettivo diventi la bussola per orientarsi nelle scelte e tra le tante strade possibili, dirette e tortuose, comode e disagevoli, strade che a volte possono anche tornare indietro e far giri larghi.
Ho imparato che ogni piccola azione è guidata da un obiettivo, e che se gli obiettivi sono diversi prima o poi viene fuori, e così capita che anche le azioni divergano.
Ho imparato che la Storia esiste solo se e come viene raccontata, e che ogni primo giorno di scuola è per ogni bambino il suo primo giorno di scuola, unico e irripetibile.
Ho imparato il valore del volontariato, il patrimonio di umanità, risorse e possibilità che porta con sé e, insieme, la responsabile dignità che deve mantener viva, non sentendosi immune e meritevole a priori ma rispettando sempre ruoli, competenze, propensioni e capacità.
Ho imparato il significato dei ringraziamenti e quanti livelli di profondità e autenticità possano nascondersi dietro un “Grazie”, a seconda di chi, quando, come e dove viene detto.
Ho imparato che per quanto tu riesca a dare ad una scuola, la scuola riesce sempre a darti di più.
E ho imparato il valore dei dettagli, quelli che spesso sfuggono ma se li afferri sistemano tutto. Come qualche giorno fa, poco prima di Natale, quando sono entrato al Polo per l’ultima volta, per gli auguri e per un commiato. Apro la porta di ingresso e laggiù in fondo al corridoio, a quasi 50 metri, nel Salone Fuoco, due bambini sui 4 anni stanno appostati di guardia. Svegli e reattivi, mi scorgono subito, mi fissano, confabulano tra loro. Intuisco da lontano che mi vedono come un intruso: “Chi è quello? Che ci fa qui nella nostra scuola?” Faccio appena pochi passi verso di loro nel corridoio e noto che cambiano espressione. Ridono ed esclamano: “Ah sì, è lui!” Avanzo rassicurato, quasi orgoglioso, e li raggiungo per salutarli. Col sorriso da vecchi amici dico loro: “Subito non mi avevate riconosciuto, eh?” Loro mi guardano, in silenzio. “Dai, su, vi ho sentito. Ora avete capito chi sono, vero?” Silenzio e gelo. Finalmente rispondono: “No!” e se ne vanno a giocare.
Più o meno è finita così. Per caso o per sbaglio. O magari per qualche altra ragione.

Natale a pelle

Di natalizio c’è poco nel sopralluogo in conceria. Sarà pur dicembre ma quando sei lì a trafficare tra cilindri, comandi e ingranaggi dell’ultima macchina installata e relative scartoffie (ops, manuali d’uso e manutenzione) per capire se “è tutto a posto”, altro che jingle bells…

Il riparo c’è, la segnaletica ok, ecco lì il pulsante di arresto, forse qui manca un cordino di sicurezza: tocca chiedere al fornitore! Avrete mica già pagato, vero? Va bene, verifichiamo con l’ufficio acquisti, altrimenti è un po’ una rogna.

Ad un certo punto vedo il caporeparto e il referente interno che confabulano, mi guardano, bisbigliano e ridono divertiti. “Adesso glielo dò, sì, se lo porta via” “Di che colore è?” “Nero, tutto nero.”

La faccenda mi incuriosisce. Muovendomi in equilibrio su quel filo di schiettezza che in conceria separa sempre la facezia scanzonata dalla trappola infida, chiedo: “Cosa state tramando voi due? Cosa dovrei portarmi via?”

“Eh, vedrai vedrai…” Immagino già un goliardico sacchetto di carniccio scuro o un allegro fustino di morchie tenebrose, così metto le mani avanti: “Non sono mica sicuro di portarmi via quello che avete in mente.”

La questione cade, almeno per il momento, e lascia spazio al resto dell’ispezione su conformità e sicurezza della nuova macchina. Approfittiamo anche noi di questo spazio per concederci un veloce flashback.

Torniamo indietro di 10 mesi, stesso stabilimento, stesso reparto, stesso caporeparto, che chiameremo Mario. Anche allora siamo lì per parlare di sicurezza, rischi, problemi e proposte. Finiamo nel suo ufficio per una sorta di intervista, come dire? “dammi il tuo punto di vista su ciò che capita davvero qui in fabbrica”. Solo che il mio punto di vista è distratto da un oggetto sul tavolo. L’oggetto mi sta subito simpatico, ma per capire cosa sia ci metto qualche secondo. Osservo bene e viene fuori che è un torello stilizzato, una bella miniatura ricavata da uno scarto di pelle finita e sagomata a mano da Mario in persona. Una di quelle cose semplici e originali, che ti chiedi come mai non siano già venute in mente ad altri e come mai non siano diffuse dappertutto e proprio per questo diventano speciali. Mi mostra qualche altro esemplare e mi dice che ci vuole un attimo per farli e che ogni tanto se ha tempo e trova il ritaglio giusto li costruisce. La faccenda mi intriga, forse anche per un vago eco di circolarità: pelle di animale che torna in forma di animale. Argino le derive filosofiche e gli dico, più come apprezzamento che come richiesta: “Che forte! Mi piace proprio, ne voglio uno anch’io!” Lui ringrazia e risponde evasivo: “Si sa mai…”

Flashback finito e finito pure il sopralluogo di dicembre. Sto per andarmene, del tutto immemore sia dell’episodio storico sia del recente complotto su oscuri oggetti che dovrei portarmi via. Mario sparisce e ricompare con in mano quello che, inequivocabilmente, è un torello nero stilizzato a modo suo.

Punto.

Anzi no.

C’è da aggiungere un errata corrige: basta un gesto per rendere natalizio un sopralluogo in conceria.

Quando Paolo Rossi tirò giù il Brasile e la veranda

Se stendo la mano con il palmo verso il basso, posso ancora sentire il contatto con la superficie ruvida della gradinata, la graniglia in rilievo che lasciava per un po’ i puntini rossi sulla pelle. Le ruote delle macchinine grattavano sul gradone scabro, con saltelli intermittenti e con un rumore stridulo che però non arrivava quasi mai alle orecchie, neutralizzato dagli altri e più grandi rumori dello stadio.

Erano i distinti laterali numerati del Romeo Menti, incastrati tra l’austera tribuna coperta e la chiassosa curva sud. Era il 1978 e avevo cinque anni. Era il Real Vicenza e, lo confesso, non ero molto interessato. Mio papà mi portava lo stesso allo stadio e forse solo ora lo apprezzo davvero. Allora invece avevo in mente di tenermi in tasca un po’ di macchinine per dribblare i lunghi momenti di noia durante la partita. Intorno stavano seduti e poi si alzavano e poi si sedevano ancora e poi di nuovo balzavano in piedi, così che sul mio rozzo piano di gioco si alternavano luci e ombre. Là davanti con la stessa alternanza, dal mio punto di osservazione, il campo verde pastello compariva e scompariva, ora sagomato dalle linee mobili di schiene e teste e ora completamente nascosto da alti colonnati umani che, nella memoria infantile, si chiudevano a volta oscurando il cielo.

Ricordo soprattutto i suoni.

Quello dall’altoparlante che, prima della partita e durante l’intervallo, annunciava gli sponsor e le formazioni con un timbro pacatamente euforico, riconoscibile e famigliare, e mi sono sempre chiesto se c’era proprio qualcuno al microfono o se era una specie di voce meccanica, un po’ come gli avvisi dei treni in stazione.

Quello dei cori ritmati che emanavano dalla curva cui, talvolta ma non sempre, rispondevano timidi echi in altre parti dello stadio, eccetto quanto il suffragio universale del gol fondeva l’intera categoria dei tifosi in una democratica esplosione.

Quello delle bestemmie e degli insulti di chi in campo avrebbe fatto meglio dei giocatori, di chi li avrebbe cacciati o addirittura fatti fuori, di chi non trovava vie di mezzo tra il tripudio e l’ira, e così facendo disturbava le evoluzioni delle mie macchinine e mi strappava accigliati rimproveri: “Ma basta, provate a starci voi in mezzo al campo!”

E soprattutto quello inconfondibile dei colpi al pallone, secchi e morbidi insieme, amplificati dal catino dello stadio, duplicati dall’impercettibile distacco temporale tra l’azione vista e l’azione udita, la prima laggiù nel campo e la seconda da qualche parte vicino al cuore.

C’erano nomi, nel 1978, allo stadio Romeo Menti di Vicenza, che segnavano la storia. Tra questi, su tutti, Paolo Rossi, che si intrufolava nella passione della gente con la stessa sobria, furtiva e penetrante abilità con cui si intrufolava nelle difese avversarie.

Forse anche per questo in un pomeriggio di luglio di quattro anni dopo venne giù la veranda della roulotte, in un campeggio di Tortoreto Lido. La tv era piccola, appoggiata su un tavolino traballante, con le antenne protese alla tenace ricerca di un segnale sempre lì lì per sfuggire. Intorno era tutto scomparso, la strada bianca tra le piazzole, il blocco di bagni poco lontano e appena più avanti, dietro un filare di giovani alberi, la spiaggia di ciottoli che arginava il mare. Fu al terzo gol di Rossi contro il Brasile che venne giù la veranda, colpita e affondata dal mio braccio che, per scomposta esultanza, urtò ed abbatté uno dei paletti portanti.

E stasera, mentre in TV ripassa ancora una volta la telecronaca di Italia-Brasile del Mundial, quello vero e memorabile, che è stato e sempre sarà España ‘82, e mentre ancora una volta rimango inebetito a guardarla fino alla fine, pensando “dai, ancora un po’… almeno fino al prossimo gol… poi basta… no, dai, ancora uno… ora vado però… aspetta che arriva quello annullato ad Antonioni… ok, chiudo, ma… ormai ci siamo, c’è la parata di Zoff sulla linea…”,  ecco, stasera la graniglia delle gradinate, le macchinine e i suoni dello stadio, la veranda crollata e tutti gli anni passati a giocare al pallone, tra allenamenti nel campo di paese e campionati giovanili di provincia, tornano a galla, fluttuano, si sovrappongono e poi convergono nell’immagine di un ragazzo magro, sorridente ed educato che porta uno dei nomi più comuni e più unici del mondo, Paolo Rossi.

A caccia di risposte

Il rumore e gli schizzi arrivano insieme, e infrangono il tramonto.

Il colpo secco e vicino, troppo vicino nella percezione istintiva, ristagna poi nell’aria per qualche secondo.

Gli schizzi frantumano lo specchio placido della roggia, saltellano, ricadono e si perdono in una tenue diaspora di piccole onde.

A cosa abbia sparato il cacciatore, a poche decine di metri da noi, è una domanda senza risposta. Ad un pesce nell’acqua ormai scura? Ad una nutria che occhieggia dalla tana? Ad un incauto uccello anfibio? O magari alla propria immagine surreale riflessa sullo specchio liquido, avvolta nella campagna autunnale e sovrastata dal cielo rosso?

Il cacciatore si allontana, pigro, lungo l’argine opposto.

Arriviamo nel punto dello sparo quando ormai la roggia e l’aria sembrano averlo già dimenticato. Non c’è traccia alcuna, né di frammenti di specchio né di prede ambite.

Il cacciatore ha attraversato la roggia e torna verso di noi, ci affianca col fucile puntato a terra, sorride distratto o forse piuttosto si schermisce, arretra di un passo quando il nostro cane gli ringhia contro, poi si defila. Ecco, forse il cane non ha già dimenticato lo sparo.

Ma la domanda resta senza risposta: a cosa mirava il cacciatore?

E appena quella domanda si acquieta, torna composta in disparte nella schiera giornaliera dei piccoli episodi non memorabili, ecco che dietro di lei appaiono in fila altre domande, e incalzano, come in attesa, come risvegliate dal rumore e ritemprate dagli schizzi.

Perché lungo la capezzagna al tramonto, poco lontano da casa, incontriamo uno sconosciuto abbigliato da guerra di trincea e armato di fucile a canna lunga?

Perché la quiete rurale della pianura veneta, già sin troppo posseduta delle velleità antropiche, viene deliberatamente infranta da schiocchi di spari?

Perché nelle mattine d’autunno, specie di domenica, le prime luci vengono intossicate da colpi ansiosi e, probabilmente, letali?

Perché un bossolo abbandonato nell’erba ai margini di un campo coltivato è traccia di usanze antiche, e non di inquinamento?

Perché il retaggio di ancestrali pratiche di sopravvivenza viene preservato oggi come inalienabile diritto venatorio, in nome di una gloriosa tradizione, come se la tradizione fosse un valore assoluto e non una passeggera espressione della caducità umana?

Perché a favore della caccia si ergono voci tonanti sul ruolo dei cacciatori nella difesa del territorio, senza però smorzare i bisbigli di un’altra tesi secondo cui anche i cacciatori, al momento opportuno, votano?

E perché la morte, questa sì un valore assoluto, può ancora oggi essere l’esito conforme, cercato e gradito di un trastullo travestito da sport?

Il sole cade dietro i filari, il cielo rosso si stinge tra le nuvole basse, lo specchio della roggia si adombra fin a quando, nella piena oscurità, ritroverà i riflessi della luna e delle stelle. Allora finalmente non ci saranno rumori, se non per l’acqua che scorre, né schizzi, se non per i tuffi dei rospi.