La canna passiva

La prima cosa che ti chiedono in fabbrica quando spieghi che per alcune mansioni, ma solo per alcune particolari mansioni, bisogna fare i test sulle droghe: “Ma allora gli altri possono?

Lo sai che scherzano, e ci ridi su, con professionale moderazione. Poi salta fuori uno: “E adesso io come faccio?” E tu sei sicuro che anche lui sta scherzando. Forse.

Comunque siamo ad un corso carrellisti e bisogna parlare anche di droghe. Oltre alle audaci rispolverate di Fisica, tra principio della leva, baricentro e forza centrifuga, tocca inoltrarsi negli ombrosi meandri degli accertamenti da eseguire, una volta all’anno, sull’assunzione di sostanze stupefacenti e psicotrope. Argomento che spesso apre inaspettati scenari di vivo interesse, alla faccia di chi sostiene che i corsi di sicurezza e salute nel lavoro sono noiosi.

Domanda: “Perchè il muletto sì e il carroponte no?” Risposta: “In effetti non lo so

D.: “Che tipo di test si fanno? Sui capelli?” R.: “No, si fanno sulle urine

D.: “Perché sui capelli resta per un sacco di tempo, giusto?” R.: “Non so di preciso, pare per qualche mese.”

D.: “Sulle urine invece quanto tempo restano le tracce?” R.: “Mah, bisognerebbe chiedere al medico, mi pare che le droghe leggere lascino traccia per circa venti giorni, quelle pesanti meno.”

D.: “E quanto tempo prima del test veniamo avvisati?” R.: “Al massimo ventiquattr’ore prima.

D.: “Quindi se uno si fa una canna e le tracce restano per venti giorni, ma poi lo avvisano solo ventiquattr’ore prima, lo possono beccare?” Risposta: “Ehm… direi di sì

D.: “Se uno si rifiuta di fare il test?” R.: “Non prende l’idoneità sanitaria e non può usare il carrello

D.: “E se uno non si presenta il giorno del test? Perché, sai, può sempre capitare un imprevisto, uno si sveglia la mattina e sta proprio male…” R.: “Ti possono fissare il test una seconda volta, avvisandoti sempre ventiquattr’ore prima, però se non ti presenti neanche la seconda volta ti danno non idoneo alla mansione.”

D.: “Ma se per caso uno fa il test e viene fuori che c’è qualcosa?” R.: “Eh, faccenda complicata. Il medico fa un secondo test, che si chiama test di secondo livello, più preciso, per essere sicuri che il primo risultato non sia falso. Poi se anche il secondo test dà esito positivo parte tutta una trafila. Bisogna anche fare un percorso al servizio dipendente dell’ULSS, il SERT, o SERD, quello là insomma. Nel frattempo la mansione viene sospesa.”

D.: “Ma positivo non è una cosa buona?” R.: “In questo caso no.”

C’è una pausa di silenzio apparente, in cui senti ronzare in sottofondo le serrate riflessioni degli alunni. Le domande comunque sembrano esaurite e pensi di poter passare oltre, imboccando il viale luminoso delle regole per la guida e per la manutenzione del mezzo, quando dal fondo dell’aula si alza lentamente una mano. Guardi la mano, guardi il proprietario della mano che sta poco sotto.

Lui fa scorrere altre 2 o 3 secondi. Poi: “C’è un mio amico, in un’altra azienda, a cui è capitata una cosa” Ahi ahi ahi, ecco la sindrome dell’amico a cui capitano cose strane, e inconfessabili. “Gli hanno fatto il test delle droghe. È risultato positivo. Il medico gliel’ha detto. Lui ci è rimasto davvero male, ha detto al medico che non era possibile. Che lui non si droga. Non fuma erba. Niente. Al massimo gli è capitato di uscire con gente che ogni tanto, forse, ma forse, fuma qualcosa. Giusto qualche tiro. E che magari lui, essendo nella stessa stanza, si sa mai, potrebbe aver respirato qualcosa. Sì, insomma, può capitare, giusto? Che succede in questo caso? Non è mica giusto perdere il lavoro per un po’ di canna passiva

Inutile controllare: la legge non dice nulla sulla canna passiva.

Frontiere

Mi è difficile non pensare alle frontiere in questi giorni, alle molte cose che rappresentano.
Segnano aspirazioni, limitazioni, varchi e barriere. Andate e ritorni, addii e arrivederci, sfide e avventure, vittorie e sconfitte, fughe bisognose e viaggi di piacere.
Sono punti di passaggio, di arrivo, di partenza, di stallo. Luoghi di speranza e disperazione, di scontro e incontro, di integrazione e separazione, di concentramento e dispersione, di svago e smarrimento.
Portano nel contempo appartenenza e alienazione.
Eppure le frontiere, tolti gli artifizi, semplicemente non esistono.
Esistono le montagne e le foreste, i fiumi, i laghi e i mari con le loro rive.
Esistono la storia, le storie, le culture, i culti, gli usi e i costumi.
Ed esistono le convenzioni, che tracciano linee immaginarie e su di esse pongono steccati.
In effetti è difficile non pensare alle frontiere in questi giorni, però è altrettanto difficile non pensare che in realtà, al netto delle convenzioni, le frontiere non esistono.

Farsi un’opinione

Non dovrebbe essere normale lavorare un po’ per farsi un’opinione, faticarci su e guadagnarsela?
Tipo che, prima di farsi un’idea, si costruiscono le fondamenta, informandosi, ascoltando, comparando, dialogando e poi… contando fino a 100.
Tipo che, prima di essere d’accordo o in disaccordo, si curiosa qua e là, ci si interessa, si critica e ci si fa criticare.
Tipo che, prima di dare risposte, si formulano domande e che, prima di aderire agli slogan del branco, si cercano e scelgono con cura le proprie parole.
Tipo che, prima di prendere posizione, si studia la geografia delle mille posizioni possibili e degli infiniti collegamenti tra di esse.
Sarà pur faticoso e impegnativo, ma è anche divertente e responsabile.
Oltre che necessario, oggi particolarmente.

Un istante

Un istante prima del crollo chi avvisava del pericolo e promuoveva soluzioni, anche radicali, era un allarmista, un racconta-favole o peggio uno speculatore. Un istante dopo il crollo chi minimizzava il pericolo e osteggiava le soluzioni è sprovveduto, inaffidabile o peggio un assassino.
Un istante prima volteggiavano negazionisti, conservatori e pre-nostalgici, quelli che “tranquilli non succederà nulla, è sempre stato così”, quelli che “ci sono cose più importanti” e “dovrete passare sul mio corpo”. Un istante dopo volteggiano esperti e giudici, quelli che “l’avevo sempre detto”, quelli che “non toccava a me decidere” e “al rogo i responsabili”.
Tra quei due istanti, vicini eppure inconciliabili, c’è un vuoto che, assieme a ponti e scuole, inghiotte competenza, intelligenza, sensibilità, onestà, visione politica e anche coraggio: tutti strumenti necessari per fare prevenzione, per investire su ciò che non si vede e su ciò che non deve accadere, per valutare e combattere i rischi quando sono ancora tali, semplici e inconsistenti possibilità, che forse si materializzeranno in danni, o forse no.
Prima era uno spreco, poi non è mai abbastanza. Prima non c’era fretta, poi è troppo tardi.
In mezzo c’è un vuoto da colmare.

Mezquita Catedral di Córdoba

Per chi ha la fortuna di nascere e crescere in un luogo in cui una cattedrale sorge all’interno di una grande moschea, a sua volta insediata ed espansa dove prima c’era una chiesa, il tutto un paio di metri sopra una più antica città romana, risultato (mai definitivo) di secoli, millenni di successioni, alternanze, integrazioni e contaminazioni, è più facile maturare una visione ampia e profonda della storia, delle diversità culturali e religiose, delle differenze tra popoli e tra singoli esseri umani.
Per chi non ha questa fortuna, è forse più difficile, ma non impossibile.
(Un punto di vista dalla Mezquita Catedral di Córdoba)

L’insostenibile leggerezza delle emissioni

I problemi delle emissioni in atmosfera iniziano col loro nome: uno immagina di vedere o di sentire qualcosa che viene emesso da un certo posto. Un fumo colorato, di solito bianco o nero (ma sono ammesse tutte le sfumature di grigio), che sbuffa da un camino. Una nube di polvere che sale da un cantiere. Un odore fastidioso che scappa da una fabbrica e raggiunge le case vicine.

Se non vedi e non senti qualcosa che esce, allora non può esserci emissione!

La legge, è noto, non ha occhi né naso (e neanche cuore, sostengono i maligni), quindi non può vedere né sentire le emissioni, ma si ostina a definirle e, una volta definite, pretende che vengano autorizzate.

Provaci tu a colmare il solco atavico tra l’empirica certezza del falegname e l’impalpabile verità normativa. Provaci tu, baldanzoso consulente ambientale, ad inseguire il titolare della falegnameria e la sua impiegata tuttofare su soffici e sdrucciolevoli moquette di trucioli popolate di seghe circolari, piallatrici e toupie (che non sono ciuffi di capelli…), per convincerli di un arcano paradosso: la legge vede fumi che non si vedono e sente gas che non si sentono. Ma non basta: devi costringerli a fermarsi un momento e guardarli intensamente negli occhi (sfiorando la molestia) per svelare che l’autorizzazione alle emissioni in realtà non autorizza proprio le emissioni, bensì le lavorazioni che le producono.

Ma non ne ho di camini io, *caspita*!” il titolare in effetti non dice caspita… “Venga a vedere, andiamo

E ti trascina fuori dal capannone, a congrua distanza, per farti vedere che dal tetto non escono tubi, e neanche dalle pareti, e se non esce niente non ci sono emissioni: per quale assurdo motivo uno dovrebbe chiedere un’autorizzazione per una cosa che non esiste.

Ti viene in mente la sindrome dell’evasore totale, secondo cui non mostrare né dichiarare nulla, neanche di esistere, riduce i rischi di essere beccati. Ma le contingenze escludono questo filone argomentativo, quindi: “Senta, non si formano polveri quando tagliate e levigate?

Sì che si formano, *caspita*” confessa il titolare. “E ve le respirate tutte?” incalzi con pacatezza.

No che non ce le respiriamo, *caspita*! Le tiriamo su con gli aspiratori e vanno a finire nei sacchi lì vicino alle macchine. Sono come dei filtri quei sacchi lì, che crede? Ci teniamo alla salute noi, *caspita*!

Qui scorgi uno spiraglio: “Ecco, vede, quelle sono emissioni, anche se non vanno fuori direttamente per un camino bisogna autorizzarle: si chiamano emissioni diffuse

Lui sgrana gli occhi: “Emissioni diffuse? Mica escono, restano qua dentro, al massimo saranno immissioni”.

Questo è un colpo basso, e chiude lo spiraglio. Vacilli visibilmente ma insisti a testa bassa: “Bè, poi però escono da porte e finestre, e comunque la polvere più sottile, quella più pericolosa, attraversa i sacchi e ve la respirate. Quindi sarebbe meglio portarle fuori direttamente. Pensi che il legno duro è anche cancerog…”

Senta lei, fermo lì, *caspita*, faccio questo lavoro da 40 anni e mai un colpo di tosse. Il legno duro fa male sì, ma solo se lo prendi in testa” La sua mano minacciosamente si alza “Spender soldi per tubi inutili? Siamo matti?

La tua indole da consulente ha un moto d’orgoglio. Mica sei venuto qui di tua iniziativa, ti hanno chiamato loro per mettersi in regola, sapranno far armadi ma in fin dei conti chi è l’esperto di emissioni in atmosfera? Allora riprendi posizione e, pazientemente, autorevolmente, didatticamente, spieghi che non importa se si vedono o sentono le emissioni, non importa quanto dura la lavorazione e quanto spesso si fa, non importa se è aspirata o no, non importa se per decenni senza autorizzazioni è andata dritta: “Ogni volta che lavorando mandi in aria polveri, gas o vapori devi essere autorizzato

Tirando il fiato ti accorgi che entrambi gli interlocutori ti stanno ascoltando in silenzio da quasi 2 minuti. Per la prima volta. Ti guardano, annuiscono, assorbono le spiegazioni, quasi sorridono. Forse ci siamo, forse ora ci capiamo e si va avanti… D’un tratto l’impiegata tuttofare: “Insomma, ingegnere, se qua al lavoro uno va in bagno e scoreggia, anche per quello serve l’autorizzazione?

La risposta corretta: “No, quello no, perché non sono emissioni provenienti da processi di lavorazione

La risposta giusta, che viene dopo tre secondi di silenzio: “OK, capisco. È un mondo difficile. Però ho visto un baretto lì all’inizio della strada. Avete tempo per un caffè, o per una birretta?

EPILOGO: Usciti dal baretto, qualsiasi cosa avessero bevuto insieme, si trovarono infine d’accordo: sui tubi, sulle autorizzazioni e sul mondo difficile sì, ma tutto sommato sfizioso, *caspita*.

Tempi e metodi alla veneta

C’è poco da fare: non sempre la sensibilità per gli adempimenti di sicurezza e salute nel lavoro nasce spontanea. A volte servono stimoli.

Tra gli stimoli che, spesso, nelle piccole aziende spensierate inducono ondate di (iper)sensibilità vi sono le ispezioni dello SPISAL. Arrivano gli ispettori, chiedono documenti, vedono cose, parlano con persone, costringono l’imprenditore a focalizzare che certe leggi non solo esistono ma addirittura lo riguardano e capita pure che lascino verbali di contravvenzione.

La sequenza di emozioni che l’ispezione SPISAL provoca nella piccola azienda spensierata comprende tipicamente, e in ordine variabile: insofferenza, stupore, rabbia, paura, orgoglio e… fretta. Dopo l’ispezione SPISAL bisogna correre, bisogna recuperare il tempo perduto.

Allora l’imprenditore chiama il consulente e spiega: “Sono venuti da noi quelli dello SPISAL. Dobbiamo mettere a posto le cose. Dobbiamo fare tutto, noi vogliamo tutto in regola, siamo un’azienda seria, però senza esagerare, eh?!, il minimo indispensabile. Sì insomma, le cose previste dalla legge nuova sulla sicurezza… quella lì, no?“ Il consulente si ostina a dimenticare che la storia è una faccenda relativa, e chiede: “Sì, intende il decreto 81, il testo unico sulla sicurezza, che però ormai ha dieci anni…” L’imprenditore spensierato lo interrompe: “Ma nooooo! Macchè 81! La 626, quella che ci fanno anche gli aggeggi salvalavita!” Il consulente: “La 626, ehm, guardi, la 626 è del ’94, e dal 2008 non c’è più perché…” L’imprenditore ha fretta e non ama le sottigliezze: “Va bene, quella lì, quanto mi costa essere a posto?

Sul concetto di ESSERE A POSTO nel consulente si apre un dilemma: spiegare che la sicurezza è un percorso progressivo e continuo e infinito etc etc., oppure… ma sì, tagliamo corto: “Senta, se per lei va bene vengo a trovarla, vediamo la situazione e poi ci mettiamo d’accordo

Ci si trova in Azienda e l’imprenditore racconta le assurde pretese dello SPISAL riguardo la viabilità, le protezioni sulle macchine, la segnaletica, gli estintori, i corsi, per non parlare delle carte. “Noi dobbiamo lavorare, fare pezzi, mica perdere tempo a far carte…

Solo che lo SPISAL stavolta ha davvero esagerato: “Pensi che sono andati a vedere anche i bagni, e mi hanno fatto un sacco di storie per le pulizie, dicendo che ci potrebbero denunciare, tanto che volevo mandarli fuori a calci… che vadano a lavorare, che portino rispetto per la gente che manda avanti la baracca!

Il consulente a quel punto non si può sottrarre, e in punta dei piedi va a vedere i bagni. Quel che trova è un tripudio di percezioni sensoriali estreme, olfattive e visive anzitutto, ma anche tattili per la scivolosità del pavimento e uditive per le perdite dello sciacquone. Mentre arretra, guardingo e solerte, osa suggerire: “Bè, in effetti, bisognerebbe tenerli meglio

La risposta và colta in versione originale: “Ma va là, xelo mato gnanca? El cesso sta ben onto. Pì che l’è onto manco i ghe perde tempo drento, e prima i torna a laorar”.

Traduzione per il pubblico internazionale: “Suvvia, non scherziamo. È opportuno che i servizi igienici rimangano sporchi. Più sono sporchi, meno i lavoratori vi si trattengono e, in tal modo, riprendono prima il loro lavoro”.

Non fa una piega: strategie di tempi e metodi, senza master né specializzazioni.

E da qui partiamo, in punta dei piedi, per ESSERE A POSTO.

CER una volta… l’immondizia

La scena si svolge davanti ad un cassone dei rifiuti, nel piazzale dietro un capannone industriale.

Metà pomeriggio, giornata calda, cielo limpido, sole che batte.

Mi accompagna l’addetto ai rifiuti, quello che normalmente va a prenderli in giro per lo stabilimento e li sistema lì, in quel luogo mitologico chiamato DEPOSITO TEMPORANEO, dove giacciono inoffensivi e protetti finché qualcuno non li carica su un camion per portarli via.

Stiamo passando in rassegna le piazzole e i contenitori dei rifiuti, tutti identificati da sgargianti cartelli che riportano nell’ordine:

  • un criptico codice di 6 cifre, che per i cultori della materia si chiama codice CER (per Catalogo Europeo Rifiuti); c’è chi dice che i CER siano sempre esistiti, fin dai tempi più remoti, ma qualche archeologo di normativa ambientale sostiene che siano comparsi in Italia nel 1997, con l’antico Decreto Ronchi, soppiantando gli ancor più antichi CIR (ebbene sì, la “I” sta per Italiano, e le cifre erano solo 4 con una lettera davanti); sia quel che sia, i CER non sono semplici sigle, ma compongono un vero e proprio linguaggio, il Rifiutese, parlato fluentemente e orgogliosamente dal popolo degli addetti ai rifiuti: “Il 130802 và qui”, “Fate portar via il 170405”, “Il 120101 è pieno”, “Macchè 080199! È un codice a specchio, 080111 o 080112”; e pare che addirittura, per lo più, si capiscano;
  • una denominazione ufficiale, estratta sempre dal catalogo europeo;
  • in alcuni casi una “P” corredata di altre sigle HP-numeriche, che narrano di pericolosità.

Torniamo alla scena iniziale.

Siamo davanti ad un cassone e l’addetto ai rifiuti mi spiega: “Qui và l’immondizia”.

Guardo il cartello e leggo: 150106 – IMBALLAGGI IN MATERIALI MISTI.

Obietto: “Ma come l’immondizia? Qui è scritto imballaggi”.

Mi rassicura: “Sì sì, infatti: 150106 è l’immondizia”.

Riprovo: “Aspetta: il 150106 non è l’immondizia, sono rifiuti di imballaggio composti da vari materiali, quelli che non riesci a dividere l’uno dall’altro”.

Lui è d’accordo: “Infatti, se non li dividi e non sai dove metterli, li metti tutti insieme qui, nell’immondizia”.

Faccio un altro tentativo: “Fermo lì: immondizia è generico, contiene di tutto e non vuol dire nulla, mentre qui puoi mettere solo imballaggi, anzi puoi metterci solo quei particolari imballaggi composti di più materiali che non sei in grado di separare. Se invece puoi separarli, li devi separare: il legno col legno, la plastica con la plastica, la carta con la carta e così via”.

Lui conferma: “Esatto, proprio così. Questo è il cassone dell’immondizia. Guarda dentro

Guardo dentro. Ha ragione lui, lì dentro c’è di tutto: cartoni, nylon, bombolette, stracci, utensili rotti, i resti di una cassettiera e parecchi mozziconi di sigarette. È proprio il cassone dell’immondizia.

Morale 1: in lingua Rifiutese 150106 si scrive Imballaggi in materiali misti ma si legge Immondizia.

Morale 2: se in un cassone c’è immondizia, il cartello per forza vuol dire immondizia.Morale 3: le prime due morali portano a combinare guai, penalmente sanzionati, ma è difficile spiegarlo davanti ad un cassone di immondizia, nel piazzale dietro un capannone industriale, sotto il sole del pomeriggio.

Le aspirazioni del RSPP

Tutti sanno che il tipico esemplare di RSPP, faticosamente chiamato anche Responsabile del Servizio Prevenzione e Protezione, non vive fisso in reparto, ma qualche volta compare. E quando compare, coloro che lavorano tutto il giorno in reparto non possono far finta di nulla.

Poco tempo fa, come RSPP, stavo facendo un sopralluogo periodico nei reparti produttivi di un’azienda metalmeccanica, una di quelle sempre ordinate e pulite, in cui non capitano mai infortuni e in cui, per scovare qualche magagna, devi rovistare tra i cavi elettrici dietro le macchine oppure tra i barattolini sui banchi di lavoro.

Sono quasi alla fine del tour ed ecco che, avvicinandomi ad un centro di lavoro acquistato da poco, ancora scintillante ma già in piena attività, scorgo l’addetto che, con movimento felino e gesto furtivo, piroetta verso un quadro comandi e mette mano ad un interruttore.

Poi si gira, con il sorriso sgargiante di chi sa che ha combinato un guaio ma sa anche che la passerà liscia, e si costituisce: “Ho acceso ora l’aspiratore

Bene” dico io, guardandolo “e come mai solo ora?

Perché…” (pausa ad effetto) “…la macchina ha iniziato da poco a lavorare

Sapete quando si dice che, prima di parlare, bisognerebbe contare fino a 10? Ecco: io non dico nulla, lo guardo e inizio a contare.

Quando sono al cinque, lui aggiunge:

E comunque questa lavorazione è a bassa velocità, quindi non fa tanta nebbia d’olio

Continuo a guardarlo e riprendo a contare da zero, ma stavolta lui mi ferma al tre:

E poi mi dà fastidio il ronzio dell’aspiratore… lo senti? Questo rumore qua, continuo, è proprio fastidioso

Io neanche me n’ero accorto” dico “però adesso che me lo dici, in effetti, riesco a sentirlo. A dire il vero lo sento appena, perché si confonde con il resto dei rumori della fabbrica. Ma tranquillo, questo rumore di sicuro non ti darà problemi all’udito

All’udito no, ma può darmi problemi psicologici, me l’hanno detto al corso sulla sicurezza: certi rumori, anche se sono bassi, ma continui e fastidiosi, come si dice? quelli che hanno una frequenza fissa, ecco sì, così mi hanno detto, frequenza fissa. Bè, insomma, uno neanche se ne accorge, però poi magari va a casa stressato, nervoso, e litiga con tutti, oppure fa fatica a dormire di notte e qualche volta addirittura possono venirgli dei problemi sessuali

A questo punto bisognerebbe contare oltre il dieci, ma scegliamo una via d’uscita più semplice, tipica della fabbrica: un patto tra gentiluomini. Lui si impegna a tenere sempre acceso l’aspiratore quando la macchina lavora e, se per caso percepisce anomalie di tipo psicologico (o di altro tipo…), lo fa presente, così da approfondire la questione.

Me ne vado sereno e soddisfatto, per due motivi: il patto è sancito e la formazione sul rumore, registri e attestati a parte, ha lasciato un segno.

P.S. Ah, solo per togliere il dubbio: quando parliamo di aspirazioni del RSPP, non intendiamo quelle che si accendono in fabbrica solo quando passa l’RSPP.

Gli occhiali nell’armadio non proteggono gli occhi

Qualche giorno fa, mentre giro per i reparti per un controllo sulle condizioni di sicurezza e salute nel lavoro, incontro un lavoratore che sta facendo una pulizia a banco con una pistola ad aria compressa. È senza occhiali di protezione.
Mi fermo a chiedergli se ha a disposizione gli occhiali. Lui indica un armadio poco lontano, assicurando che gli occhiali sono lì disponibili.
Gli chiedo perché sono nell’armadio e non davanti ai suoi occhi. Mi risponde che normalmente li usa ma che in quel momento sta facendo un lavoretto veloce veloce e quindi non li ha presi.
Gli spiego che una bavetta o una scheggia (lo dice anche il nome!) sa essere ancora più veloce veloce del lavoretto e arriva nell’occhio in una frazione di secondo. Mi dice di non preoccuparmi, che sta solo facendo una pulizia e non c’è pericolo.
Gli ribadisco che proprio facendo le pulizie con aria compressa saltano in giro schizzi, schegge, granelli e altri piccoli oggetti che si possono infilare nell’occhio.
Mi fa un cenno di assenso con la testa, e sorride. Penso che sia un sorriso di intesa, come per dire “D’accordo, tranquillo, ho capito il messaggio”.
A quel punto me ne vado per fare altri controlli poco lontano, nello stesso reparto. Dopo qualche minuto sento ancora il rumore della pistola ad aria compressa e penso: “Non serve che vada a controllare… certamente ora il lavoratore ha capito il messaggio e siamo d’accordo e ha messo gli occhiali davanti agli occhi”.
Ma un dubbio mi rimane: quel sorriso era davvero “D’accordo, tranquillo, ho capito il messaggio”? O era qualcos’altro?
Torno quindi dal lavoratore, per scrupolo, sperando di potermi adesso complimentare con lui e dirgli: “Bravo, hai messo gli occhiali, ora ci siamo capiti”.
Invece trovo tutto come prima: getto, pistola, lavoratore e… occhiali nell’armadio.
Faccio due ipotesi:

  • mi sono spiegato male e quindi il lavoratore non ha capito;
  • il lavoratore ha capito ma… “chi se ne frega, e poi che vuole sto tizio che gira per il reparto e non sa lavorare, però si permette di andare lì a fare le prediche a chi lavora davvero”.

Forse il lavoratore non ha tutti i torti riguardo “sto tizio”, ma in entrambe le ipotesi c’è una certezza: gli occhiali servono per proteggere i suoi occhi, mica quelli del “tizio”, e dovrebbe essere lui stesso, il lavoratore, a volerli mettere ogni volta che c’è un rischio.
Ma se serve ricordarglielo, ebbene il “tizio” è lì anche per quello.