Cervelli a senso unico

È un sabato pomeriggio di gennaio.

Potremmo trovarci in mille altri posti simili, ma prendiamo Brendola, precisamente l’incrocio tra via De Gasperi e via Pacinotti, dove si apre l’accesso a senso unico di Piazzetta delle Risorgive.

Arrivo in auto dalla via principale, svolto a destra verso la zona industriale e subito rallento per svoltare di nuovo, stavolta a sinistra, ed entrare nel parcheggio. Sono ormai di traverso sulla corsia opposta quando il varco di accesso viene occupato, contromano, da un’auto in uscita.

Date le scomode circostanze, d’istinto suono il clacson e faccio segno di arretrare. L’altra auto si ferma, attende e dopo qualche interminabile secondo arretra di un metro, lasciandomi giusto lo spazio per togliermi dalla corsia.

I finestrini si abbassano, appare un signore sui 60 anni, padovano secondo la targa. Dico: “Non si può uscire da qui”. Dice: “Cosa vuoi da me?” Dico: “È un senso unico, si può solo entrare”. Dice: “Fatti i fatti tuoi.” Razionalmente non mi sembra una conversazione logica, emotivamente i toni di voce si alzano. Dico: “Guardi il cartello lì davanti, c’è il divieto”. Lui non guarda il cartello e dice: “Cossa te interesa ti? Fora dai piè, dai!” Dico: “Ma caspita, è un senso unico e lei è contromano”. Dice: “Lassame stare, va vanti movate, te gò anca lassà el posto par parcheggiare. Te dovarisi dirme grasie!” Dico, o forse un po’ grido: “Deve tornare indietro, non si esce di qui!” Dice, e chiaramente è il suo asso nella manica: “Ma chi sito ti, un carabiniere? Se non te sì un carabiniere, no sta romparme el c***o”. Conversazione finita, avanzo con l’auto per liberare l’accesso carraio e mi giro per prendere la targa, che però è già svicolata insieme all’auto e al sessantenne padovano.

Parcheggio con addosso un appiccicoso senso di disagio, che attribuisco almeno a due fattori: il primo è chiaramente il fallimento della mia iniziativa civica; il secondo, forse più profondo, è la siderale, incolmabile distanza di punti di vista tra due persone ai finestrini delle reciproche auto accostate.

Allora ci provo. So che è un esperimento complesso e insolito, ma ci provo.

Mi concentro e…

Ora sono io il 60enne padovano, sono capitato di passaggio in questo piccolo paese dal nome strano, disperso nella provincia vicentina, e ho approfittato per fermarmi in un negozio adocchiato per caso lungo la strada. Ora devo andarmene da questo parcheggio sconosciuto, tra auto in manovra e carrelli della spesa. Si può uscire da là in fondo, vicino alla rotatoria, oppure anche dal passaggio qui vicino, da cui ho appena visto passare un paio di auto.

Faccio manovra, mi affaccio al varco e lì davanti, in mezzo alla corsia della strada in cui devo immettermi, si piazza un tizio che mi blocca l’uscita e pure mi strombazza col clacson. Cosa vuole questo qua? Vedo che non si toglie dai piedi e allora arretro un po’ per farlo passare, ma questo tizio di mezza età deve proprio essere un attaccabrighe perché mi si ferma di fianco e abbassa il finestrino. Abbasso anch’io, e comincio a innervosirmi.

La conversazione che segue è già nota. Cambia solo il finale: dopo aver zittito il tizio con la geniale stoccata sul carabiniere, me ne vado tanto stizzito quanto soddisfatto e vittorioso e penso che non ci metterò più piede in questo paese dal nome strano, dimenticato da Dio e popolato da gente rognosa e invadente.

Torno in me, e mi chiedo: al suo posto l’avrei vissuta così? Lo ammetto, forse un po’ sì, forse in un tranquillo sabato pomeriggio mi avrebbe infastidito quel tizio di mezza età e quel suo puntarmi così insistentemente e forse me ne sarei andato con la sensazione di un posto sgradevole, in cui non tornare.

Credo però che, al suo posto, una cosa in più l’avrei fatta. Tra una battuta e l’altra, magari di sfuggita e senza farmi troppo notare, avrei alzato gli occhi per vedere se c’era davvero il cartello di divieto.

E credo che, come spesso accade, una volta alzati gli occhi il cervello sarebbe uscito dal senso unico.

Parole e immagini per il 2019

Decidi tu se il confine è un ostacolo o un obiettivo. E poi ricorda di averlo deciso tu.

“Viva la posta! Per brevi attimi puoi aspettarti qualunque cosa!” (Pippo, quello di Walt Disney)

“Ogni pensiero emette un colpo di dadi” (Ogni rivoluzione è un colpo di dadi, Jean-Marie Straub e Danièle Huillet)

Prima di rispondere, ascolta la domanda.

“È buffo come l’infinito degli esseri stia facile sulla punta delle dita… un gesto… tra cielo e terra…” (Nord, Louis-Ferdinand Céline)

“Quando ti aspetti il peggio dalla gente di solito è proprio ciò che ottieni” (Sirene, Richard Benjamin)

La vita, se corri, si accorcia.

Confine. Linea immaginaria tra due nazioni, che separa i diritti immaginari dell’una dai diritti immaginari dell’altra. (Ambrose Bierce)

“E mi chiesi se un ricordo è qualcosa che hai o qualcosa che hai perduto” (Un’altra donna, Woody Allen)

“Più si ha intelletto, più si scoprono uomini originali. La gente comune non trova nessuna differenza tra un uomo e l’altro” (Pensieri, Blaise Pascal)

“Ci sono pensieri che basta pensare una volta, e uno non se ne libera più” (Il ponte, Vitaliano Trevisan)

“Non ci sono altezze troppo alte, ma soltanto ali troppo corte” (Giovanni Papini)

“Per quanto tempo continuare a fingere di guardare una tela prima di passare a fingere di guardarne un’altra?” (Pastorale Americana, Philip Roth)

Parole che piacciono a tutti

Ci sono parole che, a prima vista, mettono tutti d’accordo. Parole come solidarietà, giustizia, rispetto, accoglienza, comunità, volontariato. Si và sul sicuro, sono di uso comune, richiamano valori universali e ricorrono nei contesti più eterogenei, dalle scuole alle chiese, dalle associazioni alle piazze alle conversazioni in casa, dalla politica internazionale alle amministrazioni locali. Si potrebbe dire che riuniscono gli estremi opposti.
Parole che ricorrono e si rincorrono sempre, ancor più nel periodo natalizio, in cui, tradizionalmente, “siamo tutti più buoni”.
La forza di queste parole è che, appunto, piacciono a tutti.
La debolezza di queste parole è che, appunto, piacciono a tutti.
Ma proprio a tutti.
Persone che, nei pensieri e nelle azioni, sembrerebbero agli antipodi, persone che un attimo dopo litigheranno su cosa sia giusto e solidale e rispettoso, persone che sopra quei valori universali costruiscono le più variegate, e spesso contrapposte, interpretazioni.
Allora un dubbio si fa strada: certo, sono parole buone che a prima vista mettono tutti d’accordo, ma siamo proprio sicuri che abbiano per tutti lo stesso significato?
Siamo sicuri che abbiano per tutti la stessa dimensione?

Qualche grado di inclinazione

Stazione dei treni di Vicenza, un sabato pomeriggio d’autunno, binario deserto.
Due sguardi, due immagini.
Il luogo è lo stesso, l’orario è lo stesso e anche il punto di osservazione è esattamente lo stesso.
Solo lo sguardo cambia leggermente, eppure…
Lo spazio non sembra più lo stesso e neanche il tempo, il binario non è più deserto, prende vita, e soprattutto cambia la prospettiva, che non è solo questione di geometria.
Forte quel che può accadere liberando appena lo sguardo, concedendo qualche grado di inclinazione alla testa.

Quella vocale tra corretto e corrotto

Il colloquio è in Inglese e l’intervistatore è Spagnolo, anzi Catalano: forse per questo le sue frasi partono in ordine per poi accelerare e venirmi addosso in un groviglio sonoro da cui, dosando concentrazione e fantasia, estraggo faticosamente il senso delle domande. Magari è solo un mio problema di familiarità con le conversazioni cosmopolite, e penso che, chissà, se lui parlasse in Catalano ed io in Veneto…

Comunque il colloquio si snoda, cortese e serrato, malgrado il tema scottante: sono io un soggetto a rischio corruzione? Non è che ce l’abbiano proprio con me, ma si dà il caso che la Multinazionale stia conducendo una campagna, virtuosa e ineccepibile, contro la corruzione e che io sia stato selezionato, tra i fornitori della filiale italiana, come caso interessante per un’intervista (nella mia agenda ho segnato scaramanticamente “Interrogatorio”).

Inizia più o meno così: “Per noi è una procedura normale, non c’è nulla di personale. Questo è un progetto della casa madre e lo stiamo mettendo in pratica in tutto il mondo.” Io, sollevato, ammicco: “Non solo qui in Italia, dunque”. Lui: “No, non solo in Italia, però l’Italia è segnata in rosso nella nostra mappa europea, insieme al Portogallo, quindi qui poniamo più attenzione.” Ah, ecco.

Prima dell’intervista mi avevano sottoposto un questionario online, e lì avevo dato una risposta pericolosa, di quelle che il software trasforma in pallini rossi lampeggianti. Ebbene sì, ho risposto che nel mio lavoro di consulente ambientale e di RSPP ho regolarmente a che fare con gli enti pubblici: per il software anticorruzione avere a che fare con gli enti pubblici rappresenta automaticamente una criticità. Non fa una piega. Ma al colloquio mi rassicurano: “Capiamo bene che è normale nel tuo lavoro, quindi non preoccuparti.” Io non mi preoccupo e procediamo secondo protocollo.

Le domande sono semplici e nascondono insidie, come tutte le domande semplici. Mi scappano verità scomode: “In vent’anni ho conosciuto molti funzionari e ho costruito buoni rapporti di stima e collaborazione. Sempre rapporti corretti, ognuno nel suo ruolo e con qualche soddisfazione, come quando un Cliente mi dice che gli ispettori parlano bene del mio studio.” Pallini rossi che lampeggiano! “Sono componente del comitato valutazione impatto ambientale della Provincia di Vicenza, esperienza molto utile per vedere il mio lavoro da un altro punto di vista, quello di chi lo giudica. E poi c’è modo di confrontarsi apertamente con colleghi e ispettori.” Altri pallini rossi che vorticano, e una domanda: “Non è che qualche cliente venga da te proprio per avere rapporti di favore con gli enti?” Rispondo circospetto: “Se i miei rapporti e le mie esperienze servono a risolvere i problemi del cliente, ben venga, ma sempre in modo onesto e professionale.” L’intervistatore catalano scrive qualcosa nel taccuino e mi chiede se ho famigliari o parenti nella pubblica amministrazione, o magari con incarichi politici. Questa è una domanda facile, sorrido e rispondo: “No, nessuno. Bè, non so se conta, ma tempo fa mio padre è stato Sindaco del paese”. Qui i pallini rossi lampeggianti sembrano roteare e sibilare come una sirena d’allarme: “Di recente?” Fortunatamente sono passati quasi trent’anni e la faccenda può ritenersi prescritta.

Il colloquio è oggettivamente impegnativo, divertente a momenti e disagevole in altri. Mi chiedo che senso abbia, come quando per entrate in uno Stato ti chiedono di scrivere se hai intenzione di compiere atti terroristici, e verrebbe voglia di mettere SÌ solo per vedere cosa succede. Poi mi vengono in mente altre cose, un po’ alla rinfusa. Un cliente che affida la formazione ad un concorrente, perché “viene da noi un paio d’ore e mi dà un attestato da 16 ore.” Leggende su certificati d’analisi rilasciati senza bisogno di fare campionamenti. Professionisti apprezzati perché nei loro documenti non emergono mai problemi né adeguamenti da realizzare. Dicerie di autorizzazioni che si ottengono solo rivolgendosi a certe persone.

Mi vengono in mente alla rinfusa, ma mettono un po’ d’ordine sul nostro colloquio anticorruzione. Ha senso, sì, e non è finita. Arriva una domanda secca: “Ti è mai capitato che un Cliente ti chieda di dare soldi ad un funzionario pubblico per avere vantaggi?” Lo guardo, ci penso un po’ su: “No, in vent’anni non mi è mai capitato. Sa, forse sono stato fortunato, o forse non sono il tipo di persona a cui chiedere una cosa così. Non si sa mai, ma il modo con cui ti presenti, lo stile con cui lavori qualcosa contano.” Sorride anche lui stavolta, e scrive qualcosa nel taccuino.

Me ne vado, con un’esperienza in più e con un ultimo pensiero, che lampeggia come un pallino rosso. In fondo tra corretto e corrotto ci passa solo una vocale, magari può bastare una grafia imprecisa o una lettura frettolosa per far confusione. Chissà se questo problema esiste solo con l’Italiano.

Il ragazzo del ’99 e la ragazza del ’30

Pubblicato su IN PAESE 161 di ottobre 2018 – http://prolocobrendola.it/inpaese/

Pretto Eugenio, nato a Brendola nel 1899, fu un ragazzo del ‘99. Partecipò alla battaglia del Piave nel 1918, a Nervesa della Battaglia.

Pluridecorato per il valore militare, per molti anni è stato Presidente della locale Associazione Combattenti e Reduci, che il 4 novembre di ogni anno celebra la propria giornata di festa e memoria.

Nel centenario di quella battaglia e della fine della Grande Guerra, la figlia Margherita Pretto lo ricorda con affetto e con stima. Margherita oggi ha 88 anni e vive nella sua casa di Vo’ di Brendola, che per tanto tempo ha condiviso con il marito Aurelio Dal Prà, storico veterinario del paese. Margherita racconta il suo affetto e la sua stima per il padre Eugenio attraverso alcune foto di mezzo secolo fa, che conserva in una busta dell’epoca e che mi mostra un sabato pomeriggio di settembre. “Le ho trovate qui a casa” dice “e mi è venuto in mente che, forse, potrebbero interessarti per il giornale”. Sono foto del 4 novembre 1967, scattate a Brendola durante la cerimonia commemorativa sul monumento ai caduti, di fronte al Municipio. I luoghi erano un po’ diversi rispetto ad oggi, ma si riconoscono. Così come si possono riconoscere le persone, almeno alcune. Tra queste c’è Eugenio, che fa il suo discorso da presidente e da ragazzo del ‘99. E da quelle foto Margherita ripesca ricordi e sensazioni, mentre meticolosamente prepara un caffè: moca, vassoio, tazzine, cucchiaini, zucchero e… “Corretto cognac?” Non lo bevo mai corretto, ma stavolta bisogna andare fino in fondo: come si fa a ostacolare un tal rituale?

C’erano figli che incontravano i loro padri al fronte, nel 1917. Avevano appena 18 anni, qualcuno arrivava in guerra e proprio lì trovava il papà che era partito anni prima.” Un episodio su Eugenio in quel finale della Grande Guerra? “Una volta era su una barca lungo il Piave, su una sponda c’erano gli Italiani e sull’altra gli Austriaci, e si sparavano contro. La barca si rovesciò e andarono tutti in acqua. Mio papà fu fortunato e, malgrado la corrente, riuscì ad afferrare un cespuglio che affiorava. Rimase lì, aggrappato e nascosto, per ore, ma verso sera l’acqua cominciò ad alzarsi, sempre di più. Non sapeva che fare, poi passò un’altra barca, erano Italiani, e lo raccolsero. Così si salvò”. Un episodio, tra mille episodi. Margherita sorride, ma ammette: “C’è una cosa che mi dispiace. Non essermi fatta raccontare di più quando mio padre era vivo. Non aver ascoltato di più quelle storie. Ma allora ero giovane, avevo altre cose in mente”. Mille storie, la stessa storia. E mentre io finisco il caffè, a prendere gli appunti ci pensa Enrico, mio figlio di 8 anni.

Un bambino del ’09, che prende appunti mentre Margherita, una ragazza del ’30, racconta di suo padre, un ragazzo del ’99. Questi numeri sfiorano, con la delicatezza e la forza della vita vera, tre secoli di Storia, e la Storia, così lunga e complessa, preziosa e insidiosa, diventa piccola, vicina, lineare, maneggevole. Come il cucchiaino d’argento nella tazzina in ceramica del caffè al cognac. La Storia è tutta qui, ora, a volerla afferrare.

La dignità delle portate

PROLOGO:

Questa storia è dedicata a chi, in epoca di fragilità sociale, incertezza economica, evoluzione politica e crisi culturale, si ritrova a soffrire sui dati di portata delle emissioni in atmosfera.

Chi non ha problemi di emissioni e relative portate, non potrà capire appieno e probabilmente si annoierà a morte: è quindi autorizzato a saltare a piè pari questa lettura per dedicarsi agli altri temi, non meno importanti, sopra elencati.

LA STORIA:

C’era un tempo in cui, a dirsela tutta, nessuno si occupava granchè della portata delle emissioni in atmosfera. In quel tempo per trovare un dato in metricubi/ora bisognava rovistare con pazienza tra le pagine delle relazioni e le righe piccole delle autorizzazioni, spesso senza successo.

Poi venne il tempo, circa un decennio fa, in cui le portate cominciarono a conquistare la dignità del “dimensionamento”, cioè quella condizione rassicurante per cui il numero finale è il risultato di un processo logico e fondato di input, assunzioni, scelte e calcoli. Nel processo si mescolano in dosi assai variabili rigore scientifico, spannometria esperienziale ed equilibrismo tecnico-economico, ma ancora una volta il fine giustifica i mezzi: l’importante è dimostrare che quella è proprio la portata che serve, né più né meno. Nè più, perché le portate in eccesso insinuano sospetti di diluizione. Né meno, perché all’inizio del tubo c’è gente che lavora e che respira.

Inevitabilmente la dignità della portata pretese altrettanta dignità per la sua verifica sul campo: inutile scervellarsi e bisticciare sui conti se poi non riusciamo a fare misure attendibili nei tubi. Curve, innesti, filtri, cambi di sezione e ventilatori diventarono acerrimi nemici, da temere e tenere più lontani possibile. Bisognava scovare o addirittura creare appositamente tratti di tubo rettilinei, intatti, indisturbati, tratti perfettamente cilindrici di lunghezza pari a svariati diametri, dove il flusso scorresse placido e ordinato. Una parola iniziò a farsi strada, austera e maliziosa, tra i banchi delle officine manutenzione e le scrivanie degli addetti ai lavori, una parola nuova che veniva dalle norme tecniche ma che emanava echi esoterici: “isocinetismo”. In nome dell’isocinetismo, sempre in bilico tra fondamenti scientifici e teorie dell’occulto, si scatenò lungo i tubi la caccia al “foro conforme”, il punto giusto in cui infilare sonde e dispositivi per garantire la correttezza dei campionamenti.

Ma poiché la dignità non regge senza il puntello della regola (e della relativa sanzione), ecco che ai nostri giorni la portata diventa un limite numerico fissato dall’autorizzazione, da rispettare con scrupolo e monitorare con cura. Scrupolo e cura cui, magnanimamente, si concede una certa flessibilità: venti per cento in più o in meno, un pietoso range all’interno del quale si tollerano le impalpabili fluttuazioni dei metricubi/ora, le esuberanti evoluzioni del flusso gassoso che prende vita dentro la fabbrica insinuandosi nelle cappe, scivola furtivo lungo le tubazioni, permea attraverso i filtri, saltella tra le pale dei ventilatori e sale su, su fino a sbuffare dal camino verso il cielo.

Ma attenzione: fuori da quel più o meno venti per cento l’emissione perde poesia e si addentra nei meandri del codice di procedura penale. Non importa se in uscita la quantità e la qualità degli inquinanti restano comunque dentro i loro limiti. Non importa se in reparto l’aria è buona. Quando la portata aumenta troppo o diminuisce troppo non è più esuberante: è fuorilegge.

A quel punto ti trovi di fronte al titolare del camino, il quale incredulo e adirato tiene in mano la diffida e ti chiede: “Perché?”. Ci provi con argomentazioni classiche sugli obblighi normativi e sulla tutela ambientale e ti spingi ad evocare il culto dell’isocinetismo. Capisci che non basta, lo capisci dal suo sguardo glaciale ma anche dal tuo stesso tono di voce. E allora non resta che giocarsi l’ultima carta, quella della saggezza popolare e delle ancestrali, ineluttabili verità: “Senta, capisco che è dura, ma le cose stanno così: anche la portata oggi ha una sua dignità. E come Lei sa bene la dignità, qualsiasi dignità, ha sempre un prezzo.”

A volte funziona. A volte no.

Opinioni vacillanti

C’è qualcosa di vertiginoso, ed essenziale, nel lasciare che le proprie opinioni vacillino, che si smarriscano nei dubbi per ritrovarsi poi più forti, o magari per cambiare.
Siamo al tavolo di una birreria, tra amici, e la conversazione via via si accende, monta e aggredisce temi di viva attualità, politica ed economia, cronaca ed etica. Temi su cui è doveroso avere un’opinione e piantarla lì sopra, sul tavolo della birreria, come una bandierina. La tensione cresce, il dialogo diventa un ping-pong serrato in cui ogni risposta serve per ributtare la pallina dall’altra parte sperando che l’altro sbagli, e se la pallina ritorna bisogna in qualche modo ricacciarla di là. Recepisco il minimo indispensabile per costruire la replica, costruisco la replica per fare il punto. C’è agonismo sul tavolo, c’è il desiderio di prevalere: il giusto sullo sbagliato, il buono sul cattivo, il nero sul bianco. L’io sull’altro.
Ad un tratto mi vedo da fuori, e non mi piaccio. Mi rendo conto che non sto ascoltando, che ho deciso a priori la mia posizione e che ora la sto solo difendendo, attaccando quella contrapposta. Mi accorgo che non è un dialogo ma una partita. Che nessuno può vincere davvero perché nessuno sta davvero giocando.
Ed è allora che inizio ad ascoltare.
Non è che lo decida proprio, semplicemente capita: abbasso la guardia e lascio entrare le parole, gli umori, i ragionamenti, i punti di vista, magicamente ne intuisco le traiettorie e ne indovino le origini.
“E se per caso non avessi ragione io? E se avesse ragione l’altro? E se l’altro avesse torto ma io, per farglielo capire, dovessi prima assorbire, condividere le sue ragioni? E se avessimo ragioni diverse e torti diversi? E se stessimo pensando le stesse cose attraverso filtri diversi? E se in fondo, alla base, fossimo d’accordo?”
Il gioco cambia, le insidie si trasformano in opportunità, gli attacchi in assist, e non è più scontato dove stia la forza e dove stia la debolezza.
C’è una vertigine quando le opinioni vacillano e si smarriscono nei dubbi. Subito perdi gli appoggi, guardi in basso e ti sembra di precipitare. Poi senti l’aria addosso, alzi lo sguardo e ti accorgi che stai volando.

In treno, senza titolo

Qualche giorno fa salgo in treno, un regionale della domenica mattina.
Siamo alla stazione di partenza, c’è poca gente nei vagoni e scelgo un posto a caso vicino al finestrino. Mi accorgo che poco lontano c’è un ragazzo che dorme, un po’ di borse sparse ed i piedi scalzi appoggiati sul sedile di fronte.
Tra una stazione e l’altra i vagoni si popolano e arriva il controllore che, visto il mio biglietto, si rivolge al ragazzo addormentato. Lo chiama con discrezione due o tre volte, “Signore, signore”. Senza esito. Con altrettanta discrezione gli scuote due o tre volte la spalla per svegliarlo e attirare la sua attenzione. Ancora senza successo. Finalmente ad un’ennesima chiamata un po’ più sonora il ragazzo si muove, socchiude gli occhi e guarda distratto il controllore. Alla richiesta di mostrare il biglietto, farfuglia qualcosa di incomprensibile, in apparente stato di confusione e sofferenza, e improvvisamente ripiomba nel sonno. O forse sviene.
Il controllore prova invano a ridestarlo e nota che collo e braccia del ragazzo mostrano alcune ferite sanguinanti. A quel punto ritiene che il passeggero abbia bisogno di assistenza e, avvisati al telefono i propri superiori, allerta il 118 per un intervento di soccorso alla prossima stazione. Per tutto il tragitto il controllore rimane a vigilare sul ragazzo, cercando ogni tanto di svegliarlo e di chiedergli come si sente, senza ottenere risposte.
All’arrivo in stazione il 118 è già pronto al binario: un’infermiera entra nel vagone, sveglia con decisione il ragazzo e gli chiede “Dove stai andando? Come ti senti? Come ti sei ferito? Sai che stai sanguinando?”. Il ragazzo, sempre confuso e farfugliante, risponde di non avere problemi, di stare bene e di voler solo proseguire il viaggio. Infermiera e controllore insistono per trasferirlo in ambulanza e da lì, caso mai, in ospedale, ma il ragazzo rifiuta, ribadisce la volontà di rimanere in treno fino a destinazione e infine tira fuori il suo biglietto e la sua carta d’identità. Gli viene spiegato che, se non vuole essere soccorso, deve dichiararlo e firmarlo su un modulo, e così avviene. L’infermiera però è proprio un’infermiera e, con cortese decisione, gli raccomanda di togliere i piedi dal sedile e lo convince almeno a farsi medicare le ferite lì nel vagone, prima di riprendere il viaggio.
Nel frattempo il treno è fermo da una mezz’oretta e alcuni passeggeri, spazientiti, si lamentano ad alta voce, rivendicando il loro diritto di non perdere tempo e sollecitando l’uscita del ragazzo. Infermiera e controllore li guardano e, con severa ma pacata fermezza, spiegano come funzionano queste cose ed invitano alla calma, ancora per pochi minuti, così da completare correttamente le operazioni. Trascorrono quei pochi minuti, l’infermiera scende, le porte si chiudono, il treno riparte e il controllore, dopo un ultimo sguardo vigile sul ragazzo, prosegue il suo giro lungo il corridoio.
Il ragazzo ormai è sveglio, sembra ancora intontito e spaesato ma traffica con lentezza tra le sue borse e continua il suo viaggio, oltre la stazione in cui scendo io.
Quello che mi colpisce, in tempo reale, è soprattutto la condotta esemplare del controllore e dell’infermiera, nell’atteggiamento e nelle parole oltre che nelle azioni pratiche. Penso che, se dovessi dare un titolo a questo racconto, riguarderebbe la loro professionalità e la bontà del loro servizio su un regionale della domenica mattina.
Ma non posso fare a meno di chiedermi cosa cambierebbe se invece il titolo si concentrasse sul ragazzo, tipo: “Straniero in stato confusionale blocca un regionale in stazione” oppure “Treni in ritardo a causa di un migrante africano”.
Il racconto sarebbe lo stesso, ma probabilmente attirerebbe qualche lettore in più.

La scuola vuota

Capita anche a me di girare per la scuola vuota, quando nel silenzio è la scuola stessa a parlare.
Di possibilità. Di obiettivi e prospettive.
Di impegni e idee da realizzare. Di percorsi da immaginare.
Di persone da accompagnare per mano e da liberare in volo.
Di vita quotidiana, intensa, stimolante, sofferta per chi, di lì a poco, ci passerà mesi e anni.
Di vita futura per chi, dopo mesi e anni, ne uscirà e andrà altrove.
Non come insegnante, ma come studente prima e ora come genitore, consulente e soprattutto gestore, ho girato e giro molto a scuola. E quando la scuola è vuota, prima che tutto accada, prima che si riempiano gli spazi, si inneschino i tempi e si popolino i silenzi, è un piacere ascoltarla.