La Politica nel vuoto

Ebbene sì, mezzora strappata al flusso di una giornata di lavoro. Uno stacco, il salto di una battuta, un piccolo spazio di vuoto non previsto in agenda. E il vuoto, a lasciarlo fare, è bravissimo a riempire lo spazio.

Fatto sta che a metà pomeriggio finisco il sopralluogo, salgo in auto, esco dalla rotatoria e arrivo ad un bivio: a sinistra è indicata l’autostrada, a destra è indicato il lago. Le ruote, come sui binari, tirano di là. Le mani fremono, tamburellano e poi decidono che si va di qua. Ma sì, che sarà mai? giusto una sosta, due passi tra la riviera e i vicoli di Peschiera. Già che sono qui, mica ci vengo tutti i giorni…

Dal molo il lago si allarga fino alla foschia che vela le montagne. Il sole rimbalza a scaglie sulle piccole onde. Incrocio una di quelle gelaterie che ti chiamano dentro e poi, poco distante, una panchina affacciata su un canale, sulle barche ormeggiate e sulla ringhiera fiorita. Davanti, disteso sull’altra sponda, c’è un edificio di una bellezza discreta, che è difficile non guardare, ed è difficile non fotografare. La foto però non restituisce i rumori, e anche lo sguardo, di suo, li vorrebbe ignorare. C’è un quadro di silenzio e di quiete lì davanti, non fosse per quella gru là dietro, ferma e distratta. Eppure il rumore c’è, e viene proprio da quell’edificio, un rumore duro e battente, di martelli demolitori, di utensili che scavano e frantumano, di lavori in corso dietro la facciata impassibile. Da fuori non si vede, ma là dentro qualcosa sta profondamente cambiando, dentro qualcosa si sta rompendo e ricostruendo.

È difficile spiegare il collegamento, bisognerebbe chiederlo al vuoto che, appunto, è bravissimo a riempire lo spazio, basta lasciarlo fare, e lo fa a modo suo. Eppure un collegamento deve esserci se su quella panchina, guardando l’edificio immobile con i rumori dentro, mi vengono in mente questi giorni di Bruxelles ed i palazzi dove si parla di Europa. Ciò che si vede e ciò che si sente, ciò che appare e ciò che traspare, le cose come sono e come vorrebbero essere e, ancora, come potrebbero essere. E mi viene in mente che per un appassionato di Politica questi giorni di Bruxelles sono uno spettacolo straordinario, un esercizio ed una formidabile esperienza. Un surrogato degli Europei di calcio, perduti nella pandemia.

Per un appassionato vero di Politica, non di quelli che sanno tutte le risposte prima di fare le domande, non di quelli che sbandierano il tifo invece di osservare il gioco come gli ultras di spalle in curva, non di quelli che setacciano dune di informazioni per tenere solo i granelli del loro colore, non di quelli che hanno già deciso chi ha ragione e chi ha torto, chi elogiare e chi screditare, e non c’è verso di cambiare idea, perché cambiare idea mette fuori squadra, perché cambiare idea non conviene o, peggio, fa una paura tremenda, come uno spazio vuoto. Per un appassionato vero di Politica, di quelli che fanno domande per cercare risposte, di quelli che esaminano la struttura e ne interpretano i rumori, uno per uno, dagli scricchiolii alle demolizioni alle ricostruzioni, e provano ad immaginare in anticipo come sarà e come potrà essere meglio, di quelli per cui la ragione e il torto sono il risultato e non il presupposto, di quelli che mettono alla prova il proprio punto di vista prendendo a prestito quello degli altri, di quelli che non hanno paura di cambiare idea e di vuotare spazi e lasciare che si riempiano di nuovo.

Poi il gelato finisce, la panchina si allontana, il canale sfila di lato insieme all’edificio e ai suoi rumori.

L’auto riparte, le ruote tornano sui binari e infilano l’autostrada.

“Cavacamisa” e gli eroi del ciclismo

Nella foto è quello al centro e si chiamava Giordano, come suo padre, ma lo sapevano in pochi. Per tutti, e per me, era Piero, perché era nato il 29 giugno, giusto un secolo fa, nel 1920, e benché quella data nel calendario sia dedicata a due santi si sa che Paolo viene sempre per secondo. Compiva gli anni un giorno dopo di me e questo gli dava sempre l’occasione per dirmi che tra noi ero io il più vecchio.
Mi viene in mente che amava il ciclismo, quello delle montagne e degli eroi che faticano e tentano le imprese, uscendone a volte vincenti e a volte sconfitti, ma sempre eroi, perché l’impresa vera non è sotto lo striscione del traguardo ma sul ciglio dei tornanti. Il Giro d’Italia in tv nei pomeriggi di primavera era un rituale sobrio e solenne, celebrato tra la tappa in corso e la nostalgia dei grandi campioni, da Coppi a Merckx a Moser-Saronni. Una passione da spettatore, certo, ma poggiata su fondamenta più profonde, come un intreccio di piacere e sofferenza che arrivava da lontano e che riemerse nelle salite di Pantani, gli occhi su quella schiena esile e curva e su quegli scatti agili e inquieti. Pantani era insieme la tappa in corso e la nostalgia dei grandi campioni, un incrocio epico che trasmetteva in diretta l’adrenalina di un trionfo e il presagio di una disfatta.

Mi viene poi in mente che Piero amava il gioco delle carte, e mi ritrovo nella guardiola di via Firenze, una portineria appena visibile dal marciapiedi, laggiù in fondo all’atrio incastonato tra il negozio di moto e la scuola guida. Ci passavamo le ore in guardiola, interi pomeriggi, anzitutto con “cavacamisa”, gioco essenziale, meccanico, che insegna la serenità e la brutalità dell’ineluttabile. Poi con la “briscola”, una combinazione di fortuna e di arbitrio. Poi ancora con “scala 40”, ma solo dopo anni di gavetta.

E mi è tornato in mente in questi giorni, andando per sentieri di montagna, incrociando i segni della Grande Guerra, impigliati nei nomi dei luoghi, nelle gallerie scavate per proteggere e per avvistare, nei viottoli trasformati in strade per farci passare l’artiglieria, in una memoria che sembra oggi appartenere più alle cose che alle persone. Piero mi è tornato in mente anche se quella non fu la sua guerra. Lui arrivò subito dopo, giusto in tempo per affrontare e attraversare, da appena ventenne, l’altra guerra mondiale, la seconda, ancora più grande in effetti nei numeri e nei drammi.

Mi è tornato in mente perché lui, come molti altri, in guerra c’è andato davvero, e forse quando sei in piedi, con il fucile in mano, di fronte ad un altro uomo in piedi, anch’egli con il fucile in mano, e sai che per almeno uno dei due quello sarà l’ultimo atto, non conta più in che guerra sei, perché è scoppiata, chi sono i buoni e chi sono i cattivi: conta solo che è un ultimo atto.

Mi è tornato in mente perché una volta sola ho visto Piero offendersi davvero per colpa mia, al punto da alzarsi, sbattere la sedia e andarsene. Eravamo a tavola, a cena, si parlava del fascismo, della guerra e di chi la combatté. Ero fresco di studi scolastici su quel periodo storico e, con il filtro del tempo e le certezze della teoria, non avevo dubbi di cosa fosse giusto e cosa fosse sbagliato. Lui ricostruiva la sua storia, a episodi e impressioni, sul filo dei ricordi e dell’orgoglio. Ma io, nella mia dotta inesperienza, insistetti che sostenere il fascismo e combattere quella guerra erano stati grandi, tragici errori e che non era concepibile che qualcuno, davvero, in coscienza, potesse pensarla diversamente, ora come allora. Che era impossibile che qualcuno andasse al fronte pensando di aver ragione.

Ecco, sono in ritardo di oltre trent’anni su quella discussione, e sono in ritardo di oltre vent’anni sull’ultima occasione che ho avuto di dirlo proprio a lui, ma adesso vorrei scusarmi, ammettere che mi sbagliavo.

Non sul debole e scellerato regime che ci portò in guerra, e che poteva innestarsi solo in un sistema sociale e politico ancor più debole e scellerato. Non sul grossolano, drammatico errore delle avventure belliche che ne seguirono, dalle capricciose e scomposte aggressioni colonialistiche fino all’incerta e fallimentare partecipazione alla seconda guerra mondiale. No, io mi sbagliavo su di lui, sul suo punto di vista, su quello che poteva vivere un ragazzo di vent’anni partito per forza dalla campagna del basso vicentino, insieme a suo fratello Luigi (alla sua destra nella foto), per ritrovarsi in prima linea sul fronte greco-albanese, nelle squadre degli arditi, quelli che quando era il momento dovevano andare giù pesante di grappa e partire di corsa, a piedi, su un terreno sconosciuto, senza nome, con il fucile in mano, per incontrare da qualche parte, vedendolo da lontano o trovandoselo addosso all’improvviso, il nemico col fucile in mano.

Mi sbagliavo sul valore del ricordo e dell’orgoglio che lui aveva serbato per mezzo secolo e che, a tanti anni di distanza, gli consentivano di convivere con un pezzo ingombrante e indelebile della sua vita, un pezzo forte, potente, inafferrabile nella sua soverchiante realtà, un pezzo che per stare dentro alla sua esistenza successiva non poteva che essere semplicemente, unicamente come lo aveva visto lui e come lui lo teneva dentro.

Ineluttabile come “cavacamisa”.

Epico e fragile come gli eroi del ciclismo.

Che si chiamasse Giordano, come suo padre, lo sapevano in pochi. Per quasi tutti era solo Piero, ma per me è qualcosa in più: per me è il nonno Piero.

Luglio fa male

Quando si dicono queste cose in azienda c’è chi si affretta a toccare materiali e oggetti scaramanticamente appropriati, c’è chi ti addita come portatore di malasorte e c’è chi annuisce in silenzio confidando che riguardi sempre gli altri, ma lo dico lo stesso: A LUGLIO NEL LAVORO CAPITANO PIÙ INFORTUNI!

Lo mostrano le statistiche e lo conferma l’esperienza diretta. Ai corsi di formazione spieghi che oggi i morti sul lavoro, in Italia, sono in media dai 2 ai 3 al giorno per tutto l’anno, e che gli infortuni complessivi sono in media alcune migliaia al giorno per tutto l’anno. Poi vai oltre, racconti che dietro le medie si nascondono fenomeni significativi, ricorrenti, che determinano picchi di disgrazie nei lunedì mattina e nei venerdì pomeriggio, nei primi minuti e negli ultimi minuti del turno lavorativo. Non solo, conta anche l’anagrafe, se è vero che gli incidenti coinvolgono maggiormente i più giovani e inesperti (“non so che è pericoloso e ci casco”) e i più anziani ed esperti (“so benissimo che è pericoloso ma non ci cascherò mai”).

Ad un certo punto, ai corsi, fai la domanda: secondo voi in che periodo dell’anno ci si fa più male? Di solito i partecipanti conoscono d’istinto la risposta, e mentre stanno lì al sicuro, seduti sulle sedie in aula (o davanti allo schermo in videoconferenza), sorridono e ti guardano con complicità, o magari con condiscendenza: prima delle ferie, sì, anche a dicembre, ma soprattutto a luglio. Perché soprattutto a luglio? Perché fa caldo, perché si è stanchi, perché si corre di più per finire le commesse e per completare le spedizioni prima della sosta. Perché capita che a luglio la testa parta un po’ in anticipo per le vacanze, lasciando indietro il corpo, dimenticato e indifeso sul posto di lavoro.

Poi un anno, il 2020 per la precisione, ci si mette pure il coronavirus, che scombina i piani e indebolisce gli animi, rende incerti il lavoro e anche le ferie, confonde l’ordinario con lo straordinario, e ci si ritrova a luglio ancora più esposti del solito. Esposti a cosa? Be’, all’errore, all’imprudenza mascherata di fatalità, all’imponderabile, proverbiale deviazione dallo standard che, per quanto isolata, anche se capita una sola volta nella storia dell’umanità, può essere fatale.

Ai corsi su queste cose siamo tutti d’accordo. Anche alle riunioni periodiche. Anche nelle chiacchierate davanti al caffè con datori di lavoro, preposti e lavoratori. Tutti d’accordo, tutti consci, tutti sul pezzo. È solo per goliardia che ti mandano a quel paese quando avverti: OCCHIO COMUNQUE, CHE A LUGLIO NEL LAVORO CAPITANO PIÙ INFORTUNI! Poi il corso finisce, così come finiscono la riunione e la pausa caffè, e ognuno, tra una risata e un sospiro, scaccia i pensieri fastidiosi e torna alla sua normalità.

Perché in fondo le parole non ti tagliano la punta del dito, le statistiche non si conficcano in profondità nell’occhio, gli avvisi non ti schiacciano il piede appena sopra il puntale, le risate e i sospiri non ti spingono violentemente contro uno spigolo né ti fanno cadere dalla scala a pioli.

Fino all’istante in cui succede, magari proprio a luglio.

Allora inizia un’altra storia.

Il Lido del Cinema

Bianco, vuoto, in disinteressata attesa, come lo schermo in sala fuori orario di proiezione.
Così trovi il Palazzo del Cinema una mattina di giugno. Non sei lì per lui eppure lui, senza un cenno, ti trattiene.

Ti aggancia con l’immobilità e col silenzio e, presto, arrivano loro.

Arrivano come la corsa dei bisonti che, lontani nella prateria deserta, sgranano di polvere il filo dell’orizzonte. Come il treno quando è ancora invisibile ma se appoggi l’orecchio alla rotaia lo senti dentro.

È così che sopraggiungono e si riappropriano del loro spazio al Lido i decenni di Mostra del Cinema. Saettano e indugiano, si accalcano e si diradano immagini, suoni, impressioni. Sfilano, vociano, ammiccano e sfuggono i personaggi. I curiosi e gli appassionati, i dimessi e gli esibizionisti, le maschere e i mascherati, gli addetti ai lavori e gli addetti agli addetti ai lavori. Le ragazzine che si insediano ai bordi della passerella già alla mattina, sotto il sole, per accogliere trepidanti in prima fila le star della sera. I ragazzini che recitano la stessa trepidazione pur di stare addosso alle ragazzine. I cineasti potenziali che escono dalla sala spiegando come l’avrebbero girato meglio, loro, quel film. La famosa attrice in borghese che passa quasi inosservata, l’attore ignoto che viene acclamato all’unica conferenza stampa della sua vita. I vestiti di gala a metà pomeriggio, gli zainetti degli instancabili dopo l’ottava proiezione di giornata, i dieci minuti di applausi per l’opera inaspettata e sorprendente, i fischi impietosi sui titoli di coda con il regista seduto lì accanto.

E ti viene in mente perché, tra tutte le arti, il cinema tanto tempo fa ti ha conquistato e non ti ha lasciato più: perché il cinema è tutte le arti, tutte insieme allo stesso tempo, combinate e sovrapposte, mitigate e potenziate. Ti viene in mente che il cinema ti tira dentro, finge di raccontarti le storie e intanto te le fa vivere.

E ti viene in mente che in una sala fuori orario di proiezione, se guardi bene, se le lasci arrivare, puoi riconoscere le tracce di tutte le storie che ci sono passate: sono ancora lì, impresse sullo schermo bianco, vuoto, in disinteressata attesa, come sul Palazzo del Cinema una mattina di giugno.

Rino guarda le montagne

Quando indica la direzione alza il braccio con un movimento simile all’effetto del vento sull’erba alta, l’indice appena incurvato. Il movimento aggancia il mio sguardo e lo spinge direttamente lassù, al Colle degli Alpini, non lungo tornanti e per sentieri, ma in linea retta, come se non fosse una meta da raggiungere ma un luogo in cui essere già.
Dal colle, dice, si vedono bene la vallata e le pale.
Ci pensa, o forse si sposta.
Però secondo me “ai Stoli” è anche meglio.
Il braccio si alza ancora, e adesso il vento lo dirige un po’ più a sinistra.
Da là si vedono la vallata e le pale, ma anche il Vanoi, le Feltrine e lo Schenèr. E proprio sotto ci sono le gallerie della grande guerra, si possono accendere le luci dentro, hanno i pannelli solari. Però poi bisogna spegnerle prima di andar via.
Era arrivato poco prima sotto il portico del Rifugio Vederna, passo lento e sguardo schivo. Schivo ma attento. Lento ma famigliare.
Ci ritroviamo vicini di tavolo, in un posto che, secondo il gestore, apre davvero tra una settimana. Eppure siamo lì a mangiare: misteri della montagna, che ha stagioni e orari e regole ma a modo suo è sempre aperta.
È di qui? chiedo.
Sempre stato qui, sì. Avanti e indietro, su e giù per queste montagne. Una volta… adesso meno. Una vita qui comunque.
Ho un maso un chilometro in là, ci ho cresciuto i miei figli. Si stava bene al maso. 18 metri è lungo, da qua a là.
Il braccio e il vento lo aiutano a spiegare. Lo sguardo rimane fisso sul bosco e sui pendii.
Avevate anche bestiame?
Ah, solo bestie piccole. Conigli. Galline. Stavamo proprio bene al maso. Ora non posso più. Gli anni… Ora sto da solo, giù in paese. Però vengo qui.
Il braccio si appoggia sul tavolo, il vento si ferma.
La mia casa è qui.
Il suo racconto corre sul filo, tra orgoglio e nostalgia, tra ciò che c’è e ciò che manca, come un cammino in cresta al tramonto, un passo sul versante che brilla dell’ultimo sole e l’altro sul versante già immerso nell’ombra.
Arriva il caffè. Beve un sorso in silenzio.
Poi bisbiglia: è troppo denso, serve il diluente.
Bisbiglia solo, non c’è nessun altro intorno, ma poco dopo sul tavolo compare la bottiglia di grappa.
È davvero bello qui, rilancio.
La mia vita è la montagna. Ognuno ha i suoi gusti, per carità, ma per me non c’è paragone. Viaggi, città, no no. Neanche il mare. Mi piace l’acqua però.
Mi guarda.
Quest’anno sono 67 anni di licenza di pesca.
Tento un conteggio sull’età, rinuncio e chiedo: Acqua dolce immagino.
Sì, torrenti.
Sorride, forse. O forse no.
Ho una cugina a Firenze, ho anche dei parenti a Roma, ci sono stato dieci giorni.
Scuote la testa, quasi per scrollarsi di dosso immagini e sensazioni scomode.
No, no, non fa per me, io scelgo sempre quella roccia.
Il vento si ridesta e porta il braccio verso il Pavione.
Io: vorrei salirci sul Pavione prima o poi, dicono ci sia una vista fantastica.
Lui: da lassù vedi lontano, ma bisogna andarci dopo un temporale, allora vedi ancora più lontano, fino all’Austria.
Io: sì, e dietro si vede la pianura…
Lui: là di fronte puoi contare anche 4 o 5 catene di monti, a strati, come onde.
Il braccio ora è fermo, ma il vento soffia deciso e sono le parole a muoverlo.
Io: da una parte i monti e dall’altra fino al mare, fino a Venezia, vero?
Lui mi guarda un istante, poi torna sulle rocce: sì, ma io guardo le montagne.
Capisco.
Lo saluto.
Gli chiedo il nome.
Rino, dice.
Arrivederci Rino, dico, magari ci rivediamo qui.
Sorride, forse. O forse no.
Grazie, arrivederci.
Non l’ha fatto, ma se mi avesse chiesto perché ho voluto sapere il suo nome credo che gli avrei detto la verità.
Per dare il titolo a questa storia.

Barba e Alvise da Pellestrina

Inizio giugno 2020, un primo pomeriggio, a Pellestrina: viene intercettata una chiacchierata tra gabbiani, fronte laguna, in lingua originale (in coda sottotitoli in italiano**).
“Sto giro, Alvise, lì gà molà fora sul serio.”
“Oh, Barba, varda lì, i xè tuti in giro”.
“Taxi và, e tuti tra i piè par isoe oncò, sti fioi.”
“Me digo che no xè restà nesun in teraferma”.
“I core e i ciacoa come pioci imbriaghi”.
“Eh, amigo, i lì gà sarà su a carnevae e da alora ghe sarà restà el borezo”
“Te ghè rason, Alvise, sarà par queo che i xè tuti in màscara”.
“Craaaaa, craa. A te me fe morir, Barba. In màscara…”
“Ma i xè dei cancari, seto. Naso fora, boca fora, màscara in scarsea.”
“Ma gai capio calcosa secondo ti?”
“Un casso i gà capio. Vardali, bei fa el sole, tuti imucià, in festa.”
“Fin ieri l’altro tuti sarà su, tuti spaventà. Deso basta, come no fose suceso gnente.”
“Alvise, scoltame mi: i unici fioi che gà capio davero xè sempre i fioi morti, ma quei no parla pì, e i altri va’ xò de spris.”
“Se stava mejo però, Barba, sensa tuto sto casin. I xè molesti a manego, sti fioi.”
“Sì, molesti e cojoni i xè, i fa altro che bacàn e sporco. Ma a calcosa i ne serve anca”.
“I ne serve sì. I buta in giro de tuto, e calcosa da magnar rumemo sempre.”
“E dopo, Alvise, credeme: mi el me mancava el zugo de volarghe sora e centrarli in testa col schito.”
“Anca mi, Barba, xè mia ugual schitarghe in testa ai colombi.”
“Vanti lora, godemosela prima che el corona lì incuea ancora”.
E volano via, a craaaaa craa alterni, in direzioni opposte, stesso cielo.

** Sottotitoli ufficiali, versione autorizzata dal tavolo permanente tra Ministero del Salto di Specie e parti sociali:
“Stavolta, Alvise, li hanno fatti uscire davvero.”
“Ebbene sì, Barba, guarda, sono tutti in giro.”
“Per giunta tutti qui che vanno per isole oggi.”
“Non ne sarà rimasto alcuno in terraferma.”
“Corrono e chiacchierano assai vivacemente.”
“Eh, amico mio, sono rimasti chiusi da Carnevale e sarà rimasta loro la smania di spassarsela.”
“Hai ragione, Alvise, sarà per quello che sono tutti in maschera.”
“Craaaaa, craa. Sei un burlone, Barba. In maschera…”
“Ma sono degli stolti, sai. Naso fuori, bocca fuori, maschera in tasca.”
“Secondo te hanno imparato qualcosa?”
“Non hanno imparato alcunché. Guarda che spensierati, assembrati e in festa.”
“Fino a pochi giorni fa tutti rinchiusi e spaventati. Adesso basta, come non fosse successo nulla.”
“Alvise, dammi ascolto: di tutti gli umani gli unici ad aver imparato davvero la lezione sono sempre quelli venuti meno, ma quelli non parlano più, e gli altri restano a far baldoria.”
“Si stava meglio però, Barba, senza tutto questo movimento. Disturbano parecchio questi umani.”
“Sì, disturbano e fanno stupidaggini, strepitano e sporcano. Ma ci servono anche.”
“Ci servono, sì. Gettano in giro di tutto, e noi possiamo sempre reperire qualcosa di commestibile”.
“E inoltre, Alvise, ti dico la verità: sentivo la mancanza del nostro gioco, volare sopra gli umani e prenderli di mira”.
“Anch’io, Barba, non è lo stesso prendere di mira i colombi.”
“Allora andiamo a divertirci, prima del prossimo lockdown.”

Tre volte a Capaci

Mi è capitato due volte di percorrere quel tratto di autostrada da Punta Raisi a Palermo, un rettilineo che non sembra un rettilineo, srotolato nell’interregno tra il mare e le montagne, attraverso quartieri soffusi, costruzioni non del tutto costruite, scorci di natura e spezzoni di umanità.

La più recente è stata nel cuore di una solare giornata di giugno ed era l’inizio di una vacanza di famiglia. Ritirata l’auto in aeroporto puntiamo verso il centro storico della città e quel contorto rettilineo è già un appuntamento. Più con un significato che con un luogo. Mentre guido sento il bisogno di non perdere l’occasione, di raccontare a Giulia ed Enrico ciò che accadde qui, “Vedete, proprio qui”, 25 anni prima, quando non erano ancora nati. “L’autostrada poi l’hanno ricostruita, ma quel pomeriggio saltò in aria. Insieme alle auto. Insieme alle persone”. E lo sguardo non si trattiene, devia dalla strada e scivola verso destra, insieme curioso e timoroso, per cercare lungo il pendio il mattoncino bianco da cui qualcuno, dicono, premette il pulsante. Ma quella è pur sempre un’autostrada, ha i suoi ritmi e le sue regole, non puoi fermarti ad osservare, non puoi accostare per capire meglio, non puoi sederti sul ciglio e sospendere il flusso. Devi andare avanti, in qualche modo devi andare avanti, e se non ti accorgi in tempo della dimessa piazzola laterale, posta in memoria della strage, la passi via e ciò che accadde quel pomeriggio di 25 anni prima è già alle tue spalle.

La volta precedente, la prima per me, è stata una luminosa mattina di primavera ed era una trasferta di lavoro. A guidare è un tassista, che si presenta subito “Bella giornata, vero? Dove andiamo oggi, dottò?” Lungo l’autostrada mi racconta storie, sui quartieri e sulla gente di Palermo, e proprio intorno a quelle storie il rettilineo sembra arricciarsi, contorcersi. Fino a quando arriva il momento della sua storia della strage. Mi spiega cosa c’è in quella zona, e chi ci vive. Mi mostra il punto esatto in cui la strada esplose e subito dopo mi indica la collina a fianco, dove c’è la minuscola, ingombrante casupola bianca “La vede lassù, dottò, c’hanno scritto sopra NO MAFIA.” Cerco, scruto, la vedo, o almeno credo. “Ecco, l’hanno lasciata lì” mi dice “L’hanno lasciata per ricordare, dottò”. Il suo racconto si dipana in un mirabile equilibrio tra emozione e cronaca, tra intrattenimento e verità, così come quello stesso luogo sembra galleggiare sul filo tra storia autentica e attrazione turistica. Ma poi passiamo oltre, attraversiamo altri quartieri di altre genti, fino al Brancaccio, e quando si è oltre si è altrove.

Mi è capitato due volte di percorrere quel tratto di autostrada, nella stessa direzione delle auto saltate in aria, vedendo gli stessi scorci di natura e gli stessi spezzoni di umanità che vedevano i passeggeri un attimo prima dell’esplosione. Mi è capitato due volte, ed entrambe le volte ho avuto la sensazione di esserci già stato molto tempo prima. Ricordo esattamente la sera del 23 maggio 1992, ricordo con precisione dov’ero, con chi, cosa stavo facendo nel momento in cui la notizia è schizzata fuori dalla televisione e si è dispersa in rivoli. Ricordo le immagini e le voci e soprattutto ricordo la piccola pausa che si prese lo scorrere del tempo. Furono pochi secondi, ma non si può misurare in secondi. Fu una sospensione del flusso, netta e appena percettibile, profonda e impalpabile. Fu come ritrovarmi seduto sul ciglio di quell’autostrada, con tutto intorno immobile e silenzioso.

Sì, a pensarci bene, c’è stata una terza volta.

Che rumore fa, oggi, il silenzio?

Mi è capitato spesso di venire in ufficio il sabato pomeriggio o la domenica. C’è un silenzio defaticante, rassicurante, che consente di fare ordine, nelle cose e nei pensieri, e che, pur interrompendoli, tiene insieme i blocchi delle settimane lavorative, come i ganci di trazione separano i vagoni ma tengono insieme il treno.

Mi è capitato anche di attardarmi in fabbrica verso sera, dopo la fine turno, quando tutto è ormai fermo e la luce elettrica ritaglia ombre dense dietro gli spigoli, eppure sembra di udire ancora in trasparenza l’eco dei fischi e dei colpi delle macchine utensili e nell’aria permangono strati resistenti, pigri di nebbie d’olio. Tutto fermo, sì, ma tutto pronto per rimettersi in moto la mattina successiva, o anche subito se serve. Quasi che, facendo un “Ehi!” al carrello elevatore appisolato nella postazione di ricarica, quello si ridestasse solerte e ripartisse a caccia di bancali.

Mi è poi capitato di passeggiare in cantiere in pausa pranzo, quando i lavoratori sostano nei loro rifugi di fortuna, estraendo generosi panini dalle sacche e fresche bevande da frigoriferi che un minuto prima, giureresti, non c’erano. Per non parlare delle sapienti miscele idroalcoliche, predosate con cura e protette da brevetto, tali da garantire, ti assicurano, tutto il gusto del vino senza alcun rischio di ubriacarsi. Ecco che nei ponteggi vuoti, nella gru immobile, nella betoniera sudata, nell’odore di calce e cemento aleggianti tra i muri in costruzione senti vibrare la certezza del prossimo passo, la promessa del lavoro che sta per creare cose.

Anche oggi, un luminoso lunedì di primavera dell’anno 2020, c’è un gran silenzio, ma è un silenzio diverso, che affatica e non rassicura. La strada qui davanti, su cui si affaccia il mio ufficio, è vuota e lenta, ma non è lo stesso vuoto della domenica pomeriggio, è un vuoto sospeso, e la lentezza ha venature irrequiete. Il telefono di là in segreteria è inerte, come il sabato mattina, ma di un’inerzia differente, ansiosa e mesta. In fabbrica le nebbie d’olio si saranno ormai posate a terra e si saranno appiccicate addosso alle macchine utensili, a soffocare ogni eco di fischi e colpi. In cantiere i frigoriferi e gli aromi di calce e cemento saranno svaniti insieme alle certezze e alle promesse, nel limbo di una pausa che non ristora, di una sosta che non riposa.

Non tutti i silenzi sono uguali e quello di oggi, che è e resta pur sempre un luminoso lunedì di primavera, è di un tipo mai sentito prima.

Io non sono ferma

Oggi sono passato a Scuola, giusto per vedere come stava, se aveva bisogno di qualcosa.

Non c’è nessuno qui” mi avvisa appena entro. “Esattamente un mese fa i bambini avrebbero dovuto rientrare da quella porta, ma non li ho più visti”.

Vero, non ci avevo pensato che è già passato un mese” rispondo “Sai, i bambini sono tutti a casa, anche i loro genitori. Ognuno sta a casa, oppure si muove il minimo indispensabile. È per la faccenda del virus. È tutto strano là fuori, e tutti sono preoccupati. Qui invece, tutto bene?

Sì, sì, nessun problema, come vedi qui è tutto in ordine. Io aspetto, non c’è fretta. Prima o poi tornano, i bambini. Come quando facciamo pausa in estate o a Natale. Come quando li saluto il pomeriggio all’uscita e poi il giorno dopo li rivedo entrare. Lo so che una mattina, guardando verso il corridoio di ingresso, vedrò finalmente comparire una bambina per mano alla sua mamma, e poi un bambino con il suo papà, e poi un’altra e un altro ancora, e poi arriverà il pulmino ed entreranno in gruppo, correndo e gridando, e poi… poi tutto tornerà…

Certo!” intervengo “Là fuori lo dicono tutti, non vedono l’ora che le cose tornino come prima, e ripetono che tutto andrà bene.

Lei mi corregge: “Non so se tutto andrà bene, anche se lo spero di cuore. E spero anche che tutto torni, sì, ma non come prima. Non potrà tornare tutto come prima, non sarebbe giusto, non sarebbe logico. Ma secondo te, dopo una giornata di scuola, un bambino torna come prima?” Fa una pausa, io attendo, lei riprende: “Dopo una giornata di scuola un bambino è diverso, è cresciuto, è diventato… di più. Ogni lezione, ogni esperienza cambia le persone, le rende più ricche, più mature. Ecco, ti pare che una lezione come questa, un’esperienza così forte lasci tutto come prima?” Non oso interromperla. “Tornerà la normalità, sì, ma sarà una normalità diversa, in cui sapremo cose nuove, avremo visto e toccato e pensato cose nuove. Non sarà come prima, sarà meglio di prima”.

Siamo arrivati al salone e le dico, a voce bassa: “Spero tu abbia ragione, mi fa piacere che tu sia ottimista. D’altra parte tu sei una scuola, e la scuola è fatta proprio per insegnare cose e per migliorare le persone. Ma non sempre le persone sono brave ad imparare e a migliorare.” Do uno sguardo intorno. “E poi, guarda qui, è tutto in sospeso. Aule vuote, salone vuoto, mensa vuota. La scuola è ferma e i bambini perdono un pezzo importante del loro percorso”.

Sorride, mi prende per mano e mi porta davanti alla finestra che dà sul cortile. “Vedi là fuori le margherite nel prato?” Le vedo, e non c’erano un mese fa. “Ecco, ti pare che io sia ferma? Qui non c’è nessuno ora, ma io non sono ferma. Ogni margherita che nasce, ogni filo d’erba che cresce, ogni foglia che spunta è scuola. Ogni bambino che a casa sfoglia un libro o fa un disegno o scopre un gioco è scuola. Ogni mamma che inventa una storia per raccontarla a suo figlio e ogni papà che sceglie un film per vederlo con sua figlia è scuola. Ogni nonno che telefona al nipote perché non lo vede da tanto e gli mostra a parole ciò che di solito gli mostra dal vivo è scuola. Ogni persona che si ammala e guarisce e anche ogni persona che si ammala e non ce la fa, anche quello è scuola. Ogni parola, ogni emozione, ogni pensiero, ogni idea per stare vicini senza avvicinarsi, per correre senza muoversi, per volare stando in casa, tutto questo è scuola. Qui ora non c’è nessuno, ma neanche io sono qui. Io sono come la casa, come la chiesa, come i sentimenti. Io sono ovunque ci sia un bambino curioso, un genitore disponibile, un nonno affettuoso, un paziente preoccupato, un medico che non si stanca mai e un infermiere che non dice mai di no. Ti pare che adesso io sia ferma? Io sto ferma solo se tu decidi di fermarmi. Io mi fermo solo se ognuno, giorno per giorno, istante per istante, sceglie di fermarmi. Altrimenti io sono sempre al lavoro.

Attaccàti all’ATECO

L’accento và sulla terza “a” e lo rende il participio passato del verbo attaccàre, benchè l’espressione sia profondamente innestata nel tempo presente. Ma se anche l’accento scivolasse per sbaglio sulla seconda “a”, poco male: ci sta pure l’imperativo.

Quanto all’ATECO, si tratta di una strana bestiola che rimane rintanata per anni nei protocolli delle camere di commercio, nei faldoni di notai e commercialisti e nelle cartelle degli uffici amministrativi. Si annida lì, in letargo, o magari in agguato, apparentemente innocua ed estranea alle quotidiane vicende del lavoro vero. Quando si manifesta, lo fa timidamente, di sfuggita, in forma di distratti codici alfanumerici, tramite i quali si identifica nientemeno che l’AT-tività ECO-nomica svolta dall’Azienda.

Solo un’altra volta mi è capitato di assistere ad un’incursione, energica e persistente, dell’ATECO nel mondo reale, nel dicembre del 2011, quanto un provvedimento della conferenza stato regioni declinò i principali obblighi formativi in Azienda proprio su quelle inesplorate combinazioni alfanumeriche: di colpo un’astrazione impalpabile, buona al massimo per i collegi sindacali, ricadeva pesantemente nella vita di fabbrica, condizionando durate e contenuti dei corsi e inchiodando legioni di lavoratori alla gerarchia dell’alto, medio o basso rischio. C’erano pure, allora, deroghe e casi particolari, ma la sostanza era quella. La bestiola era uscita dalla tana e aveva lasciato il segno.

Un segno rilevante, questo sì, ma non erano poi questioni di vita e di morte…

Ecco, questioni di vita e di morte, appunto, di salute e di malattia.

Allora no.

Ora sì.

Chi l’avrebbe mai detto che nel marzo 2020 lo schivo ATECO sarebbe ripiombato all’improvviso nella brulicante esistenza di milioni di lavoratori e dei loro datori di lavoro, in un momento in cui la quotidianità era già smarrita nelle contorsioni dell’emergenza virale e in cui gli orizzonti, personali e professionali, erano già offuscati da coltri di incertezze. Ecco che, in una lenta, surreale domenica di inizio primavera, silenziosa come solo la quiete prima della tempesta, gli insidiosi codici alfanumerici si avventano sulle trame del tessuto economico e vi affondano i propri artigli affilati. Qui con precisione chirurgica, lì con zampate grossolane.

Un momento dopo ci si trova a dare i numeri: questo c’è, questo no, il mio l’ho visto, il tuo manca. È bastata una scarna griglia, allegata ad un decreto crepuscolare, per sancire chi, in regime di coronavirus, avrebbe chiuso e chi sarebbe rimasto aperto, chi sarebbe rimasto a casa e chi sarebbe andato ancora al lavoro. Non senza eccezioni e sfumature, ovviamente, e con gli immancabili, audaci esercizi di “mirror climbing”. Questa volta sì l’incursione tocca elementi strutturali e tasti vitali, per le persone impaurite dal virus, certo, ma anche per le aziende relegate in un limbo da cui chissà quando, chissà come e chissà se usciranno.

Nell’emergenza sanitaria in corso, che come si poteva prevedere è giunta imprevista, molte cose appaiono più importanti di quanto sembri in tempo di pace, cose che ci ripromettiamo di considerare di più e meglio quando sarà finita, di tenercele più attaccate.

Una è il codice ATECO. Magari non sta proprio in cima alla graduatoria, però oggi, 25 marzo 2020, il giorno di chi si ferma e di chi prosegue, oggi forse anche sì.