Pioggia e arcobaleno

È difficile dire se sia più bella la pioggia o se sia più bello l’arcobaleno.

Qualche giorno fa, di prima mattina, sono passati entrambi, prima una e dopo l’altro. Sono passati sui campi e sui colli, tra le case, sopra le fabbriche e le strade. E sono passati intorno alle scuole.

La pioggia battente, forte e distratta, triste e allegra insieme, la pioggia che nasconde le cose senza nasconderle, che fa rumore senza disturbare, che bagna e lava. La pioggia ti ricorda che là fuori, qualunque pensiero, problema o emozione tu abbia dentro, là fuori le cose continuano ad accadere, con disarmante e rassicurante serenità.

L’arcobaleno vicino e inarrivabile, trasparente e colorato, che si lancia verso il cielo e rimane con i piedi per terra, che chiama il sole e saluta la pioggia, che sembra il portale della felicità, proprio lì a due passi ma quei due passi non finiscono mai, come una promessa, una speranza, un desiderio. L’arcobaleno ti ricorda che là fuori, qualunque pensiero, problema o emozione tu abbia dentro, là fuori le cose continuano ad accadere, con disarmante e rassicurante serenità.

Soprattutto guardando, da dietro le finestre della scuola, con gli occhi dei bambini.

Solo una barca in riva al Ticino

Appena l’ho vista mi è venuto in mente Renzo. Tramaglino intendo. Poco importa se questo è il Ticino e non l’Adda.

Guardo la piccola barca pastello ormeggiata a pochi metri dalla riva, che neanche sembra una riva quanto piuttosto un prato scivolato accidentalmente verso il fiume. Sotto il pelo dell’acqua i fili d’erba fluttuano nella corrente con gli stessi movimenti che avrebbero al vento, indifferenti al cambio di fase.

A dire il vero neanche la piccola barca sembra una vera barca, viene il dubbio che sia lì apposta per essere guardata, una mera composizione estetica. Oppure un ricordo dimenticato di tempi lontani, quando proprio su quella riva, appena a monte dello sperone di terra da cui si stacca il Naviglio Grande, sostavano le chiatte cariche di marmi, in viaggio dalle cave di montagna verso i cantieri di Milano: una pausa veloce nel prato chinato verso l’alveo oppure un riposo in osteria, per rifocillarsi, dormire e discorrere, mettendo in rete le grandi vicende della storia e le piccole storie degli uomini.

Allora quella barca esile e leggera, legata ad un passo dalla riva, era pronta per abbordare una chiatta in arrivo oppure stava in attesa di un pescatore e delle sue lunghe ore solitarie tra le anse. E per un viandante, stanco e spaesato, bisognoso di attraversare il fiume, magari di fretta e col favore della notte per qualche malaugurata vicissitudine, la barca poteva rappresentare l’insperata salvezza oppure un miraggio irraggiungibile, a seconda di quale sponda avesse appena raggiunto a piedi e di quale fosse la sua destinazione.

Probabilmente è per questo che, vedendola, mi è venuto in mente Renzo.

Probabilmente per questo la piccola barca, che galleggia indolente ad una distanza irrisoria ed incolmabile, sopra l’erba mossa sott’acqua dal vento, sullo sfondo impetuoso del fiume in piena, bello e spaventoso da tenere in apnea, non è più una vera barca ma diventa un monito, nitido e severo come solo la natura sa essere: non fermarsi alla prima  vista, non piantarsi su una riva, immaginarsi sull’altra e più a monte e più a valle, spostarsi nel tempo e nello spazio, alzare lo sguardo e gettarlo in tutte le direzioni, anche quelle invisibili, poi richiamarlo indietro e mentre torna osservarsi da fuori, e solo dopo, una volta raccolto tutto, decidere cosa c’è davvero lì davanti.

Fosse anche solo una piccola barca pastello in riva al Ticino una sera d’autunno.

L’idea di Aldo Moro, e Argentina ‘78

Sarà che nei mesi scorsi la sospensione dell’ordinario e lo sbando dello straordinario hanno reso più visibili, quasi salvifici gli eventi del passato, specie gli anniversari e le commemorazioni, fatto sta che tra marzo e maggio mi è capitato di incrociare spesso, e con impatto insolito, rievocazioni su Aldo Moro, rapito e ucciso 42 anni fa.
Un pezzo di storia, quasi sconosciuta ai libri di scuola, così recente da renderne oggi tanto difficile il racconto quanto determinante l’effetto.
Mi sono ritrovato a cercare una versione originale, priva di intermediazioni: il mio ricordo di Aldo Moro, l’unico (per così dire) in diretta, risale proprio al 1978 e si colloca nel tinello dei nonni, dietro la guardiola di via Firenze. Avevo quasi 6 anni e nel ricordo è tutto in bianco e nero, non solo l’edizione straordinaria del telegiornale ma anche la credenza alta che incorporava la TV grigia, in una nicchia a misura, e poi la tavola apparecchiata, i commensali con gli occhi al tubo catodico, e fuori dalla finestra i palazzoni di viale Milano e il cielo sopra Vicenza. Poteva essere il 16 marzo, il giorno della strage di via Fani, oppure il 9 maggio, il giorno del ritrovamento del cadavere: il ricordo appartiene per certo ad uno di quei due eventi, ma non ricorda quale, anzi li confonde quasi fossero un evento solo. E forse lo furono.
C’è un clima teso, un’immobilità irrequieta, il fiato sospeso come sull’orlo di un baratro ad occhi bendati, una paura disorientata e solida come un muro contro il quale la Storia si è appena infranta e dietro il quale il futuro è invisibile, irraggiungibile.
Intorno a questo ricordo in bianco e nero, drammatico, crudo e insieme spettacolare, suggestivo, il tempo mi ha formato un’idea nitida, in un certo senso epica, di Aldo Moro, uomo e politico.
Un’idea alimentata da tasselli di informazioni e dalle contorsioni delle attualità successive. Un’idea basata su un certo modo di pensare la politica, stimolata dall’esempio di un padre segretario locale di partito, proprio in quel tempo, e poggiata su una trama di principi e valori tessuta in famiglia, intorno al tavolo della cucina, dove le scelte di paese e i destini della nazione si possono misurare con lo stesso metro.
Ma non ero sicuro che quell’idea fosse corretta, e allora non ho trovato di meglio che prendere in mano un libro su Moro. Il primo che ho incrociato, non importa quale: non cercavo il libro giusto, ma tracce giuste per verificare la mia idea.
E se, come capita per qualsiasi figura e per qualsiasi vicenda della Storia, il merito si declina nella complessità del contesto e nella molteplicità dei livelli di lettura, posso dire che la parte nitida ed epica della mia idea di Aldo Moro ha trovato sostanziale conferma.
Posso condensarla in cinque parole, che riguardano requisiti personali prima ancora che posizioni ideologiche, stile prima ancora che iniziative, fondamenta prima ancora che costruzioni.
CULTURA, intesa come possesso di un sapere ampio e interconnesso, continuamente bisognoso di crescere.
INTELLIGENZA, intesa come capacità di cogliere ed elaborare, interpretare e capire, leggere dentro.
PONDERAZIONE, intesa come valutazione moderata e oggettiva che detta il passo e prevale sullo slancio emotivo.
VISIONE, intesa come proiezione larga e creativa della realtà verso una dimensione potenziale, con onesta ambizione e con coscienza dei nessi causali e dei nodi discriminanti.
STATURA, intesa come spessore morale ed intellettuale che definiscono la qualità dell’individuo e delle sue azioni.
Requisiti essenziali e propedeutici per svolgere l’attività sociale più importante di tutte, la Politica. Requisiti che, fin dal ricordo del 1978, segnano la mia idea di Aldo Moro e che, a cercarli oggi, uno a uno per non dire tutti insieme, restituiscono un senso di nostalgica e malinconica lontananza.


P.S. Ho un altro ricordo del ’78, questa volta a colori, dal verde sgargiante dell’erba alle tinte vivaci delle maglie. Il ricordo a colori si colloca nel soggiorno di casa, divano, poltrone, tavolino e mobile basso con sopra la TV sintonizzata sul mondiale di calcio in Argentina. La magia del grande evento sportivo, l’epopea delle nazionali e dei fuoriclasse, l’Italia in festa per la vittoria sui padroni di casa nel girone iniziale. Non c’è traccia, nel ricordo a colori, della dittatura dei colonnelli che già da un paio d’anni devastava l’Argentina e le sue generazioni. E non c’è traccia, nel ricordo a colori, del cadavere di Aldo Moro, ritrovato appena 22 giorni prima nel bagaglio della Renault rossa.

La materia dell’anno

Vediamola così.

Quest’anno a scuola si farà una materia nuova. Anche se non prevista dal PTOF e non inserita formalmente nei percorsi curricolari approvati nei collegi docenti, inevitabilmente in aula si tratterà tutti i giorni un argomento che potremmo chiamare “SICUREZZA COVID-19”, ma che ognuno potrà ribattezzare a modo suo, a seconda della competenza e della fantasia: “MISURE DI CONTRASTO DELLA DIFFUSIONE DEL SAR-COV-19”, “PROTOCOLLI ANTICONTAGIO”, “PREVENZIONE SANITARIA” o più divulgativamente “OCCIO A VIRUS”.

Sarà una materia trasversale che si infilerà in tutte le lezioni, sarà sviluppata prevalentemente con didattica esperienziale e con continue esercitazioni laboratoriali, ma certamente avrà bisogno di qualche base teorica. Non avrà un suo libro di testo ma tanti documenti informativi, distribuiti o affissi, che verranno integrati, adeguati e calibrati nel corso del tempo. Ne abbiamo preparato uno, breve e qualitativo, giusto per (ri)partire, e l’abbiamo chiamato “RIENTRIAMO A SCUOLA IN 10 PASSI”. È pensato con l’ottica del RSPP che per una volta si rivolge direttamente a loro, ragazzi e ragazze, bambine e bambini che finalmente stanno per tornare in aula. E che, a scanso di equivoci, ci torneranno come sempre per imparare, crescere, maturare, anche e soprattutto per la particolarità di quest’anno.

“SICUREZZA COVID-19” sarà quindi una materia di notevole impatto e di immediata applicazione, coinvolgerà le famiglie come difficilmente riescono a fare le “materie normali” e aprirà un varco in un’area tematica più ampia, che potremmo chiamare “SALUTE PUBBLICA”, la quale a sua volta può essere ricondotta ad una delle discipline più strutturali, determinanti e sottovalutate del mondo scuola, l’”EDUCAZIONE CIVICA”.

Vediamola così: il problema sanitario esiste, l’opportunità educativa và colta e coltivata.

Non serve scomodare Albert Einstein per osservare che le crisi sono (anche) delle benedizioni, che portano progressi, creatività e scoperte, che fanno emergere il peggio e il meglio di ognuno.

Non serve Einstein, è sufficiente una scuola.

“Mascherine baciate”

Avranno 12 anni, 13 al massimo. Stanno seduti fianco a fianco in vaporetto, sui sedili schierati a coppie sotto coperta.
Lei è più alta, più intraprendente, più autorevole, conduce la danza fingendo di non condurla.
Lui è più minuto, più composto, più attendista, si fa condurre fingendo di condurre.
Fianco a fianco non è una descrizione precisa: sono piuttosto fianco a faccia. Lei per lo più rivolta verso di lui, non solo gli occhi e il viso ma tutta la sua vivace figura ruotata sul sedile nella direzione che le interessa, e che vuole interessare. Lui per lo più rivolto in avanti e continuamente richiamato verso di lei, un’intermittenza di occhiate vispe e bisbigli veloci e gesti incrociati per poi tornare in ordine, fino all’intermittenza successiva, o fino a quando lei giocando a far l’indifferente si ricompone indolente sul sedile e allora è lui a voltarsi per richiamarla.
Lei più alta, ma spesso si inclina a sinistra e si abbassa per posare la testa sulla spalla di lui, che allora diventa il più grande dei due. Lui più minuto, ma spesso si arrampica verso destra e con la mano circonda le spalle di lei per trarla a se.
Entrambi indossano la mascherina, per tutto il tempo, o quasi. Talvolta l’abbassano o la sollevano di pochi centimetri e per pochi istanti, ognuno la propria oppure l’una quella dell’altro, e viceversa. Giusto pochi istanti, fugaci e clandestini, per un tocco scherzoso, un moto di affetto, o per guardarsi di più, per riconoscersi dietro e dentro.
E ad un tratto si ritrovano faccia a faccia, i loro visi si avvicinano, distrattamente quasi, e con lentezza, come se in qualsiasi punto si possa recedere, far marcia indietro, ma non si fermano, si avvicinano ancora fino a quando le due mascherine vengono a contatto, aderiscono l’una all’altra e nella pressione cercano di oltrapassarsi, di indovinarsi, per pochissimi e incalcolabili secondi in cui il vaporetto si svuota e le increspature della laguna rallentano.
Poi le mascherine si staccano, e la danza riprende.

È un rituale antico, un quarto di secolo per quanto mi riguarda, quello di chiedere, al rientro dalla mostra del cinema, quale film sia piaciuto di più.
Ecco, quest’anno, anche se non era sugli schermi e non passerà nelle sale, benché senza regista né dialoghi e con sottotitoli immaginari, potrebbe scapparmi di rispondere: un corto fuori concorso, ambientato a Venezia, dal titolo “Mascherine baciate”.

C’è il tempo della scuola

C’è stato il tempo delle chiusure, dei primi protocolli anticontagio e delle serate ad aspettare l’estrazione degli ATECO: chi vince al lavoro e chi perde a casa, o viceversa. Tutti sapevano tutto e nessuno sapeva davvero. Tempo di conferenze in diretta, attese come le partite dei mondiali, e di autodichiarazioni pronte, “patente e libretto”, per legittimare l’uscita da casa.
C’è stato il tempo delle riaperture, delle alchimie sanificanti e delle mascherine mascherate, delle regole impossibili e poi difficili e poi normali, delle soluzioni impraticabili ma solo prima di metterle in pratica. Tutti sapevano tutto e nessuno sapeva davvero. Tempo di mani pulite e di termometri che davano i numeri: 36,4 “ok”; 37,8 “aspetta che vieni da fuori, sei stato al sole e magari è per quello”; 31,3 “ok vai pure” “ma con 31 sono morto!” “non importa, basta che non hai la febbre”.
C’è stato il tempo dei rientri dall’estero, dei ripassi di geopolitica e degli incroci di decreti che ogni giorno sfornavano nuovi, inebrianti cocktail estivi di viaggi, quarantene e tamponi, da far invidia ai bar della riviera al tramonto. Tutti sapevano tutto e nessuno sapeva davvero. Stati vietati, semivietati e ammessi ma forse, e se il volo da Kiev delle 23.55 fosse tardato di 10 minuti sarebbe atterrato in una dimensione parallela, chissà se qualcuno al terminal sarebbe stato un grado di venirne a capo.
C’è ora il tempo della scuola, delle speranze e delle paure, dell’impegno e dell’incertezza, dei misteriosi banchi a rotelle e della rivincita dei righelli, che per 3 centimetri sentenziano il destino di una classe. Tempo di sintomi mai sentiti nominare che si manifesteranno di sicuro almeno a mattine alterne, di stanze covid “e chi ci va dentro con l’alunno untore?” e delle scommesse “se capita il positivo fermano solo la sezione, tutta la scuola o l’intera galassia centrale”?
C’è ora il tempo della scuola, dopo più di 200 giorni.
La scuola.
Quella cosa che prende il nome da una parola greca antica che significa “ozio”, “tempo libero”, perché allora il lavoro vero era solo manuale, fare di mano e faticare di membra, mentre lo studio, la lettura e le attività intellettuali erano altro, ai margini.
La scuola, nata come un lusso, ci ha impiegato millenni per trasformarsi in un diritto e oggi sembra tornata un lusso.
E allora via di dissertazioni e chiacchiericci, luminari e opinionisti, inquietudini apocalittiche e squilibri negazionisti, tutti sanno tutto e nessuno sa davvero.
Ma non importa: a sapere davvero saranno loro, bambine e bambini, ragazze e ragazzi, alunni e studenti.
C’è ora il tempo della scuola, c’è ora il loro tempo.
Servirebbe un po’ di silenzio.
Per sentire la prima campanella.
E lo scalpiccìo dei passi che, finalmente, ritornano nei corridoi e nelle aule.

Barba e Alvise di ritorno dalla Croazia

Agosto 2020, tarda mattinata, da qualche parte nel Terzo Bacino: in mezzo al canneto viene intercettata una chiacchierata tra gabbiani, in lingua originale (in coda sottotitoli in italiano**).
I gabbiani sono due, originari di Pellestrina e già noti alle autorità.
“Dal vero, Alvise, no go mia capio parchè i se imucia tuti su par la riva de là del mar… ghe piase proprio sbregarse i piè sui pieroti slavi pitosto de star de qua sul sabion nostran?”
“Barba, a parte che lori ghe piase imuciarse sempre e dapartuto, ma… dal bon no te ghè ancora capio? Te gò anca menà de là in Croassia a darghe un’ocio!”
“Ghesboro, Alvise, i xè sta in gabia par mesi, i ris-cia ancora la pele pal virus, i cria che no i gà petachini, ma a mi i me par solo rincojonii”.
“Scolta, lori no ghe piaxe mia pensar, lori ghe piase straviarse fora. E de là del mar i se sente pì fora, i và par sfogarse. Ti te ragioni da gabiàn, ma i omini i ga i so istinti, co i va in boreso no tei tien mia. Te i ghe visti i grandi che se brustolava al sole e i cei che girava da soli, a s-ciapi, e te ghe visti i cei pì grandeti sderenai de spris e spuaci!”
“Poareti, asemoli fare va’. Dopo i torna casa e i par mati par farse tamponare. Na volta se uno vegnea tamponà el tirava xò santi e madone.”
“Craaaaa, craa. A te me fe morir, Barba”
“Speta, mia finia: na volta i se perdea drio el balon e le sagre, desso i par mati par decreti, ordinanse e conferense stampa.”
“Tasi va là. La gheto vista l’ordinansa co l’elenco dei stati foresti da cui se pol entrar liberamente in Veneto? Oh, Barba, par cueo ghe xè anca l’Italia in elenco, smisià dentro tra Islanda e Liechtenstein!”
“Viva el leon! Poareto anca quelo…”
“Ciò Barba, ma parchè gheto vosuo tornar par teraferma daa Croassia? Podeimo mia traversar el mar come all’andata?”
“No caro, par mare i te vede da lontan e no te ghe scapi. Par teraferma invese te cati sempre dò canne o un’albera par scondarse.”
“Scondarse? E parchè dovarisimo scondarse, ciò?”
“Seto ti? Metti che de boto salta fora l’ultimo so-tuto-mi e dà colpa ai gabiani. O che i se incaponise de far el tampon a tuti quei che torna zolando. Seto ti cossa che i se inventa sti qua?”
“Ostregheta, beco serà e su coe rece. Però ndemo desso, che go pressa de tornar a Pelestrina. Vojo vedare se i me gà acetà la domanda.”
“Quala domanda, Alvise?”
” El bonus, no? Sta primavera ghemo o no ghemo perso gran parte del nostro lavoro? Ghe gera nessun in giro da schitarghe in testa, vuto che i me daga mia anca a mi sti marsi de siesento euro?”
Fruscio di canne e volano via, a craaaaa craa alterni, bassa quota, direzione laguna.

** Sottotitoli ufficiali, versione autorizzata dal tavolo permanente tra Ministero del Salto di Specie, parti sociali e Pulizia di Frontiera:
“Davvero, Alvise, non ho ancora capito perché si assembrino sull’altra sponda dell’Adriatico. Amano forse ferirsi sugli scogli croati piuttosto che godersi la sabbia veneta?”
“Barba, premesso che a loro piace assembrarsi sempre e ovunque, davvero non hai ancora capito? Ti ho anche portato in Croazia a controllare”.
“Accidenti, Alvise, sono stati in lockdown per mesi, rischiano ancora la salute, lamentano di essere senza soldi, ma a me sembrano solo spaesati.”
“Senti, a loro non piace ragionare, a loro piace svagarsi. Così vanno all’estero e si sfogano. Tu ragioni da gabbiano, ma gli uomini hanno i loro istinti, quando sale loro la smania non si contengono. Hai visto coi tuoi occhi gli adulti rilassarsi al sole e i bambini abbandonati a branchi, e i ragazzi spassarsela tra aperitivi e droplet!”
“Lasciamoli fare, poveretti. Poi vengono a casa e non vedono l’ora di farsi tamponare. Una volta se uno veniva tamponato non era per nulla contento”.
“Mi fai ridere assai, Barba.”
“E non è finita: una volta andavano matti per il calcio e per le feste paesane, adesso si dilettano con decreti, ordinanze e conferenze stampa.”
“È vero. Hai visto l’ordinanza con l’elenco degli Stati esteri da cui si può entrare liberamente in Veneto? Per fortuna c’è anche l’Italia nell’elenco, tra Islanda e Liechtenstein.”
“Bene.”
“Senti Barba, perché hai voluto fare il tragitto sopra la terra per tornare? Non potevamo rifare quello sopra il mare come all’andata?”
“Eh no! Per mare ti vedono da remoto e non puoi scappare. Per terra si trova sempre un canneto o una pianta per nascondersi.”
“Nascondersi? E perché mai?”
“Non si sa mai. Metti che arriva l’ultimo esperto e dice che il virus è trasmesso dai gabbiani. O metti che si fissano di applicare indiscriminatamente il tampone a qualsiasi rientro per via aerea.”
“Vero, becco chiuso e stiamo attenti. Però adesso andiamo, ho fretta di tornare a Pellestrina. Voglio vedere se mi hanno accettato la domanda.”
“Che domanda, Alvise?”
“La domanda del bonus. La scorsa primavera anche noi abbiamo avuto una rilevante contrazione del giro d’affari, vuoi che non spetti anche a me il sussidio di 600 euro?”

Migrazioni di categoria

È una giornata di inizio agosto, un’esemplare, inequivocabile giornata estiva, di quelle che si apprezzano molto o incombono molto a seconda di cosa c’è in agenda. Di quelle che spezzano l’umanità e le sue percezioni in due grandi categorie esistenziali: coloro che se la godono e coloro che se la soffrono.
Io in agenda ho un sopralluogo in cantiere, e mica un cantiere qualunque. Qui bisogna entrare in alta uniforme, mettendo insieme giubbino d’ordinanza ben riconoscibile (catarifrangente sì, traspirante così così), scarpe antinfortunistiche, mascherina boccanaso anticontagio, casco paracolpi e occhialoni paraschizzi. Questi ultimi, per noi ipovedenti non lentiacontatto-dotati, vanno sopra gli occhiali da vista: i due dispositivi bisticciano un po’, ma in qualche modo se ne fanno una ragione.
Un sole forte oggi, il cielo appena striato da vapori di nuvole, temperature alte anche più dell’uniforme.
Arrivo in cantiere, guardo, parlo, aspetto, controllo, faccio foto, scrivo, giro, guardo ancora. Gli operai che formicolano in tuta monouso e semimaschera con cartucce filtranti (di quelle serie). Il caposquadra che, sotto le protezioni e sopra il rumore, grida anche solo per salutare. La polvere che sbuffa controluce e brulica a terra. La scorta di bottiglie d’acqua tiepide, seminascoste all’ombra di un impalcato. La documentazione inzaccherata ma pronta, lì al suo posto, che non si sa mai. Spezzoni di conversazioni multilingue in cui, si capisce, la mimica fa più delle parole.
Poi ad un certo punto me ne vado.
E mentre me ne vado mi è chiaro che oggi tra tutti coloro che stavano in cantiere io, che me ne sto andando, ero quello con l’uniforme più leggera, con i compiti meno pesanti (tralasciando di pesare la responsabilità, che anche messa sulla bilancia ognuno ci legge il valore che vuole) e con più margine di pensare alle temperature, di sbirciare il cielo striato e di giudicare il sole.
Insomma adesso, mentre raggiungo l’auto accaldata in parcheggio, mi è evidente a quale delle due categorie esistenziali io appartenga oggi. E fa strano pensare a quel tipo che appena un’oretta fa entrava in cantiere: a prima vista mi assomigliava parecchio, ma apparteneva all’altra categoria.

From The Fat to ValleyHouse

A fermarmi è stato il cavallo nocciola, che beccheggiava lungo le stringhe del recinto. Aveva due complici, a dire il vero: la luce sbieca che lo avvolgeva e, sullo sfondo, la sottile fascia di trapasso tra il profilo scuro della campagna e la pennellata arancio del basso cielo.
Il cavallo con i suoi complici mi ha fermato all’improvviso, sul tappeto verde al centro della capezzagna, e senza scalciare né scartare mi ha disarcionato dalla pianura brendolana per proiettarmi, con subitaneo abbrivio, in un’altra pianura.
Una pianura altra.
Ci ho messo un po’ a riconoscerla per nome, giusto il tempo di ricongiungere sguardo fuori e sguardo dentro. Ci ho messo un po’ anche perché il suo nome era fatto di due nomi, che fino a lì non avevo ancora accostato.

Il primo nome era scritto nella linea di confine dell’orizzonte, sullo sfondo, appena sotto l’arancio del basso cielo e appena sopra il verde scuro della campagna. È lì che, a sorpresa, ho ritrovato la pianura sconfinata e indolente di Cormac McCarthy, gli spazi vertiginosi della “Trilogia di frontiera”. Un’alternanza di messa a fuoco che, nell’impossibilità di contenere l’infinito, ora ingigantisce un dettaglio a pochi passi, prossimo e sperduto, come un cavallo selvaggio o le tracce di un recente bivacco o un viandante senza parole, e ora insegue le nitide linee dell’orizzonte, segue le onde lontane degli altipiani e attraversa le foschie per intercettare un animale solitario, una promessa di pioggia o la polvere che sta per alzarsi col vento. Sembra che, per lo più, non succeda nulla nella pianura di McCarthy, pagine e pagine di spazi, colori, tempi e movimenti leggeri che scorrono lente, come il passo del cavallo sul sentiero che si spinge fino alla frontiera e poi la raggiunge e infine la oltrepassa senza che la frontiera si veda mai. Sembra che non ci sia una vera storia nella pianura di McCarthy perché in realtà la storia è la pianura stessa. E se ogni tanto il racconto accelera e spreme in poche righe scatti di vitalità ed eventi drammatici è solo un’increspatura futile e passeggera nella pianura, che senz’altro la pianura, tra poco, appianerà.

Il secondo nome era scritto nella luce sbieca che avvolgeva il cavallo nocciola, nell’erba strappata da terra a morsi e nelle stringhe del recinto. È lì che, a sorpresa, ho ritrovato Holt e la “Trilogia della pianura” di Kent Haruf, le sagome degli alberi a fine giornata, una finestra illuminata sulla prima casa del quartiere, il rumore di un autocarro in manovra dietro un garage, un cane rauco che abbaia ad un gatto senza coda ed il punto di Luna in un cielo ancora troppo luminoso per riceverne la luce. Tutto accade dove nulla accade, i guizzi dello straordinario scovati tra le coltri dell’ordinario, le profondità della vita tratteggiate su una tavola apparecchiata, per colazione, di fronte alla vetrata che dà sul cortile, sul retro della stalla e, oltre, su praterie indisturbate fino alla statale, che è un limite senza limiti. Haruf racconta una qualsiasi giornata normale vissuta senza i filtri né punti di vista, il bene e il male indistinti, il bello e il brutto fusi insieme, come afferrare il gambo di una rosa a mani nude o camminare in un campo di girasoli e ortiche a piedi scalzi.

Le pianure americane di Cormac McCarthy e di Kent Haruf sono dall’altra parte del mondo eppure, a sorpresa, erano comparse lì, all’improvviso, nella pianura brendolana al tramonto, grazie al cavallo nocciola e ai suoi due complici. Mi hanno fermato mentre percorrevo il sentiero dei campi, che unisce e separa due pezzi del mio piccolo paese, correndo lento lungo rogge e filari, dove indovini la presenza delle bestiole dai moti dell’erba alta e dagli schiocchi nell’acqua.

Che poi, pensavo, se quello stesso sentiero tra i campi, che passa di fianco al recinto del cavallo nocciola avvolto di luce sbieca e stagliato sulla fascia di trapasso tra cielo e campagna, se quel sentiero fosse tracciato in un racconto di McCarthy e di Haruf, cambierebbe nome, diventerebbe, che so?, “the ancient rural trail from The Fat to ValleyHouse”. Ma in fondo, a farselo a piedi in una sera di luglio, senza filtri né punti di vista, può diventare una storia anche nella sua versione originale di vecchia capezzagna dal Grasso a Casavalle.

Il cantiere della Madonna

È stato un cantiere difficile, di quelli in cui un coordinatore per la sicurezza fa fatica a mantenere alta e costante l’attenzione sul rispetto delle normative e sulla tutela delle persone. Ora che i lavori sono terminati posso dirlo: il cantiere della Chiesa di Madonna dei Prati mi ha messo a dura prova, c’era sempre la sensazione di sottovalutare un rischio, di perdere un dettaglio, di distrarsi.

No, no, mica per colpa delle imprese o dei lavoratori, anzi! Mica per i ponteggi creativi che si inerpicavano sulle pareti perimetrali e si attorcigliavano addosso al campanile, su fino alla croce. Mica per le consunte travi del tetto che, una volta svelate, sembravano sospese nel vuoto. Mica per il telo di protezione, teso tra i montanti e posato come un grande cappellino sulla sommità della chiesa, e acrobaticamente adattato all’avanzamento dei lavori.

Macchè! È stato un cantiere difficile per tutt’altri motivi, e i motivi sono due.

Il primo motivo è che quel luogo, Madonna dei Prati, è speciale. Di una bellezza popolare ed esclusiva, modesta e sofisticata insieme, che dirama suggestioni dai piccoli scorci nascosti dietro l’angolo fino alle viste ampie sul paesaggio. Stai guidando verso il cantiere, hai in mente le fasi di lavoro e l’idoneità delle imprese, e mentre ti avvicini senti che tutto intorno si sgretolano le muraglie dell’asfittica urbanistica provinciale, svaporano le calche edificate delle zone industriali e gli assembramenti residenziali. Il cambio di scena è repentino, gli spazi si aprono nella campagna e vi si distendono, si rilassano per convergere verso un baricentro visuale, segnato laggiù da un ciuffo di alberi alti, a cui sembrano tendere i filari di platani lungo la strada. Il piazzale, tra campo da calcio e chiesa, è fermo nel tempo, in attesa, e anche l’asfalto pare antico. Appena varchi la recinzione metallica ti accolgono crocchi di galline residenti, le quali, senza casco né tesserini di riconoscimento, zampettano disinvolte nell’erba e intanto ti osservano sospettose, e non hai dubbi che a vigilare sul cantiere ci pensino loro.

Poi sali, scalando il ponteggio, scaletta, impalcato, scaletta, impalcato, da un lato la parete ruvida del campanile e dall’altro il ciuffo di alberi alti, lo stesso baricentro visuale su cui convergevano gli spazi e le strade, solo che adesso ci sei dentro. Fingi di ispezionare parapetti e botole e ancoraggi ma la verità è che stai solo salendo, su fino al giro più alto, dove normalmente non si arriva, dove appoggi la mano sulle onde rosse di mattoncini della cuspide, dove misuri a spanne la croce apicale piantata sulla pietra, dove fai una pausa, più per rispetto che per stanchezza, e poi liberi lo sguardo tutto intorno, dalle linee del campo di gioco, appena lì sotto, alle scacchiere di terreni coltivati che incontrano i tentacoli dei quartieri e poi, oltre, fino  alle colline declinate di verdi e increspate da pezzi di paese. E dalla parte opposta, dietro le quinte di alberi alti, ancora campagna, ancora spazi aperti, placidi e immemori fino al loro brusco confine, segnato dal fronte dei capannoni industriali, i quali incombono, squadrati e arcigni ma inerti, come una mareggiata di calcestruzzo che si sia cristallizzata lì, improvvisamente, arrestando d’un tratto la sua avanzata, per sempre, o per ora.

Ecco, questo è il primo motivo per cui è stato difficile occuparsi di sicurezza nel cantiere della Madonna. Il secondo motivo erano le persone. Che ti spiegano cosa stanno facendo con il gusto e l’orgoglio di raccontarlo. Che ti forniscono dettagli in bilico tra la pratica edilizia e l’ispirazione artistica, o magari tra l’ispirazione edilizia e la pratica artistica, che poi, volendo, non c’è differenza. Che ti mostrano la testata logora, pericolante di una trave ricostruendone la storia prima ancora che il nuovo appoggio. Che ti parlano di soluzioni, esperimenti e artifizi di cui, oggettivamente, capisci poco, ma ascolti comunque per il semplice piacere di ascoltare, come capita con una canzone in una lingua sconosciuta o con i testi dell’opera a teatro.

Sarà per questi due motivi, sarà per i ricordi di passeggiate infantili, di tornei giovanili, di cerimonie, immagini e pensieri senza età, sarà perché è uno di quei luoghi che appartengono profondamente alla vita di paese ma altrettanto profondamente tengono le distanze, sarà perché ognuno può scegliere quando, dove e come lasciarsi suggestionare, fatto sta che quello di Madonna dei Prati è stato un cantiere difficile da coordinare, e chissà se qualche rischio è stato sottovalutato e qualche dettaglio perso. Bisognerebbe chiederlo alle galline residenti in crocchio, alle quali di certo nulla sfugge.