Attaccàti all’ATECO

L’accento và sulla terza “a” e lo rende il participio passato del verbo attaccàre, benchè l’espressione sia profondamente innestata nel tempo presente. Ma se anche l’accento scivolasse per sbaglio sulla seconda “a”, poco male: ci sta pure l’imperativo.

Quanto all’ATECO, si tratta di una strana bestiola che rimane rintanata per anni nei protocolli delle camere di commercio, nei faldoni di notai e commercialisti e nelle cartelle degli uffici amministrativi. Si annida lì, in letargo, o magari in agguato, apparentemente innocua ed estranea alle quotidiane vicende del lavoro vero. Quando si manifesta, lo fa timidamente, di sfuggita, in forma di distratti codici alfanumerici, tramite i quali si identifica nientemeno che l’AT-tività ECO-nomica svolta dall’Azienda.

Solo un’altra volta mi è capitato di assistere ad un’incursione, energica e persistente, dell’ATECO nel mondo reale, nel dicembre del 2011, quanto un provvedimento della conferenza stato regioni declinò i principali obblighi formativi in Azienda proprio su quelle inesplorate combinazioni alfanumeriche: di colpo un’astrazione impalpabile, buona al massimo per i collegi sindacali, ricadeva pesantemente nella vita di fabbrica, condizionando durate e contenuti dei corsi e inchiodando legioni di lavoratori alla gerarchia dell’alto, medio o basso rischio. C’erano pure, allora, deroghe e casi particolari, ma la sostanza era quella. La bestiola era uscita dalla tana e aveva lasciato il segno.

Un segno rilevante, questo sì, ma non erano poi questioni di vita e di morte…

Ecco, questioni di vita e di morte, appunto, di salute e di malattia.

Allora no.

Ora sì.

Chi l’avrebbe mai detto che nel marzo 2020 lo schivo ATECO sarebbe ripiombato all’improvviso nella brulicante esistenza di milioni di lavoratori e dei loro datori di lavoro, in un momento in cui la quotidianità era già smarrita nelle contorsioni dell’emergenza virale e in cui gli orizzonti, personali e professionali, erano già offuscati da coltri di incertezze. Ecco che, in una lenta, surreale domenica di inizio primavera, silenziosa come solo la quiete prima della tempesta, gli insidiosi codici alfanumerici si avventano sulle trame del tessuto economico e vi affondano i propri artigli affilati. Qui con precisione chirurgica, lì con zampate grossolane.

Un momento dopo ci si trova a dare i numeri: questo c’è, questo no, il mio l’ho visto, il tuo manca. È bastata una scarna griglia, allegata ad un decreto crepuscolare, per sancire chi, in regime di coronavirus, avrebbe chiuso e chi sarebbe rimasto aperto, chi sarebbe rimasto a casa e chi sarebbe andato ancora al lavoro. Non senza eccezioni e sfumature, ovviamente, e con gli immancabili, audaci esercizi di “mirror climbing”. Questa volta sì l’incursione tocca elementi strutturali e tasti vitali, per le persone impaurite dal virus, certo, ma anche per le aziende relegate in un limbo da cui chissà quando, chissà come e chissà se usciranno.

Nell’emergenza sanitaria in corso, che come si poteva prevedere è giunta imprevista, molte cose appaiono più importanti di quanto sembri in tempo di pace, cose che ci ripromettiamo di considerare di più e meglio quando sarà finita, di tenercele più attaccate.

Una è il codice ATECO. Magari non sta proprio in cima alla graduatoria, però oggi, 25 marzo 2020, il giorno di chi si ferma e di chi prosegue, oggi forse anche sì.

Anno 2025 – Mese di marzo: discorso a reti unificate

Sono le 21.30, ora locale, quando il premier si presenta in diretta tv, radio, web e social, in un comprensibile clima di tensione e inquietudine, e inizia il suo discorso:

“Care concittadine, cari concittadini, non è tempo di mezze misure, non è tempo di incertezze e polemiche. È tempo di fermezza e unione. Sono qui, stasera, davanti a voi, con voi, a comunicare decisioni mai prese prima d’ora, rese necessarie dalla situazione grave e straordinaria in cui oggi, purtroppo, ci troviamo, una situazione che non ammette ritardi e tentennamenti. Sono la nostra storia e il nostro futuro a chiederci di agire, subito, con determinazione. Sono le voci profonde di chi è venuto prima di noi e ha costruito, con impegno e fatica, l’identità e i valori della nostra civiltà. Sono anche, e soprattutto, le voci dei nostri figli, e dei figli dei nostri figli, cui lasceremo in eredità i risultati dei nostri sacrifici, oppure le conseguenze nefaste della nostra indifferenza.

A noi la responsabilità, a noi la scelta, ma non in un lontano giorno a venire, non domani. A noi la scelta e la responsabilità ora.
Eccoci quindi chiamati ad unire le forze e le volontà, quelle del nostro popolo insieme a quelle di tutti i popoli del mondo, in nome di un bene comune, imprescindibile, vitale. Quel bene è nientemeno che la nostra casa, l’unica che abbiamo, la più bella che possiamo immaginare: quel bene è la nostra Terra.
Per questo già da domattina saranno in vigore nuove regole, stringenti, rigorose e immediatamente applicabili. Regole che cambieranno radicalmente le nostre abitudini, che ci imporranno adattamenti ritenuti finora impraticabili, che porteranno difficoltà e restrizioni che mai avremmo pensato di dover davvero affrontare. Ma saranno queste regole, e il loro rispetto da parte di ognuno di noi, a condurci fuori dal tunnel in cui decenni di errori, leggerezze e distrazioni ci hanno portato.

Vado ad illustrare i punti principali. Da domattina gli spostamenti entro 5 km dal proprio domicilio dovranno essere svolti a piedi o in bicicletta, salvo limitazioni attestate da certificato medico. Gli spostamenti con veicoli a combustione saranno vietati, se non per comprovati motivi di lavoro, salute o necessità. Le aziende, singolarmente o in associazione, dovranno attivare un piano di trasporti collettivi, con mezzi elettrici, tali da evitare gli spostamenti individuali verso e dal posto di lavoro. Sarà vietato portare i figli a scuola in proprio, se non a piedi o in bicicletta, rendendo obbligatorio il trasporto scolastico collettivo, adeguatamente potenziato e basato su mezzi elettrici. Analoga formula collettiva sarà obbligatoria per la partecipazione ad attività sportive, ricreative, sociali e culturali. Gli impianti termici a combustibile saranno ammessi esclusivamente per il riscaldamento dei locali di vita e lavoro, per le necessità di presidio sanitario e ambientale e per le utenze industriali e commerciali strettamente indispensabili alla produzione: per tali impianti i soggetti responsabili, singolarmente o in associazione, dovranno attuare un piano di compensazione, espresso in verde equivalente, tale da portare a zero il bilancio delle emissioni ad effetto serra. Per impianti termici a combustibile non rientranti nelle casistiche precedenti, l’utilizzo sarà subordinato ad un piano di compensazione, espresso in verde equivalente, con bilancio positivo superiore al 20%. Per il quadro integrale degli obblighi, indifferibili e penalmente sanzionati, rimando al testo del decreto.

Concittadine e concittadini, non sarà facile, non sarà breve, ma non abbiamo alternative e stringendo i denti ne usciremo salvi, più forti e consapevoli di prima. So che possiamo farcela, lo sappiamo tutti. Lo sappiamo perché ci siamo già riusciti una volta, cinque anni fa, quando, in emergenza, fummo costretti ad adottare misure drastiche senza precedenti e con quelle misure, insieme, riuscimmo a sconfiggere la pandemia di coronavirus.”

Contatti stretti (Il lavoro ai tempi del COVID-19)

In “tempo di pace” il concetto di CONTATTO STRETTO tra persone in un normale ambiente di lavoro non è in cima agli ordini del giorno, a meno di episodi conflittuali (di quelli in cui si viene alle mani, e pur capita talvolta) oppure di episodi, come dire?, affettivi (di quelli in cui, più o meno consensualmente, si… fondono due spazi individuali, e pur capita talvolta).
In “tempo di pace”, appunto.
Ma in questi giorni, in cui almeno a livello socio-sanitario il tempo non è di pace, anche il CONTATTO STRETTO diventa nel lavoro, e non solo, un concetto determinante e discriminante, che può fare la differenza tra la salute e la malattia, ma può anche fare la differenza tra la continuità del lavoro e la sua interruzione, per i singoli e, potenzialmente, per l’intera azienda.
Ecco allora che torna molto utile un recente documento della Regione Veneto (link sotto), in cui, a pagina 3, viene puntualmente definito il CONTATTO STRETTO, derivando da tale definizione importanti indicazioni operative per i lavoratori e per i datori di lavoro.
Chi l’avrebbe letto fino a 10 giorni fa?

https://www.regione.veneto.it/web/sanita/covid-19-ambienti-di-lavoro

Chiuso per virus

Pubblicato su IN PAESE 177 di marzo 2020 – http://prolocobrendola.it/inpaese/

Fa strano trovarsi a confezionare un numero di IN PAESE con l’agenda vuota, anzi svuotata. Ci siamo dati l’impegno di uscire entro la fine di ciascun mese, in modo da poter presentare l’intera locandina di eventi del mese successivo, che in questo caso è marzo 2020. E invece, dopo l’annullamento della Marcia La Brendolana e di molti altri appuntamenti sportivi e culturali di fine febbraio, senza contare la chiusura delle scuole, ecco che marzo 2020 si presenta davanti a noi come un foglio bianco, su cui le uniche, ricorrenti, battenti presenze sono avvisi come quello qui sotto. Lo riproponiamo non tanto per informare, no, ormai tutti sanno tutto sul coronavirus, ognuno ha le proprie verità incrollabili e i propri dubbi insanabili, e non saremo certo noi a cambiare la situazione.

Vogliamo piuttosto lasciare un segno riconoscibile sulla prima pagina di questo numero, il 177 in 17 anni di uscite, per ricordare che, anche quella volta che tutto si è fermato per un virus venuto dall’estremo oriente, noi IN PAESE c’eravamo.

Quindi, tra le altre cose, niente Festa (anzi Fiera) di San Rocco, tradizionale ricorrenza che ogni anno, intorno al 3 marzo, unisce l’intera comunità brendolana e che, ironia della sorte, getta radici in una storia di emergenze sanitarie: la pestilenza che imperversava in Italia circa 3 secoli fa e l’intercessione con cui il Santo avrebbe allora preservato Brendola dalla malattia.

La situazione attuale lascia ampi spazi a riflessioni, anche radicali, su punti di forza e di debolezza del nostro sistema, non solo sanitario ed economico ma anche politico, sociale e culturale. Senza contare i risvolti emotivi.

E per alleggerire (ma neanche tanto) potremmo rileggere, o rivedere, o anche riascoltare, La guerra dei mondi, un titolo pionieristico della fantascienza: il libro di H.G. Wells è del 1897; l’esplosivo esperimento radiofonico di un altro Wells, il ben più famoso Orson, è del 1938; il film, quello originale di B. Haskin, è del 1953; l’adattamento di cronaca vera, al netto degli alieni, con qualche ricombinazione di ruoli e soprattutto per il finale, è di inizio 2020, qui intorno a noi.

Coronavirus al lavoro

La nota situazione sanitaria, derivante dalla diffusione del “Nuovo Coronavirus” anche in territorio nazionale e regionale, rende necessaria per i Datori di lavoro un’immediata azione di informazione e di tutela verso i lavoratori della propria Azienda e verso tutte le persone potenzialmente coinvolte nell’attività aziendale.
Siamo consapevoli della particolarità del momento e dell’oggettiva difficoltà, allo stato attuale, nel definire criteri e regole di applicabilità generale e di validità garantita. Non siamo in grado di sapere se il rischio, che ha origini esterne alla gestione aziendale, sia in questi giorni sottovalutato o sopravvalutato né se le misure in atto, cogenti o volontarie, siano effettivamente congrue.
Inoltre, a fronte di precise e restrittive disposizioni istituzionali per la popolazione e di una grande quantità di informazioni disponibili, più o meno accreditate, mancano ancora prescrizioni ufficiali specificamente dedicate alla tutela dei lavoratori e degli ambienti di lavoro, siano essi fabbriche, uffici o centri commerciali, rimandando ancora una volta alla valutazione dei rischi in capo al Datore di lavoro.
In questo contesto stiamo cercando di raccogliere esigenze e spunti e di riproporli in modo fruibile. Già ieri avevamo impostato e distribuito un primo documento orientativo (nella foto ), che oggi abbiamo integrato con ulteriori contenuti di dettaglio per disciplinare i momenti aziendali di aggregazione (come riunioni, corsi, pause ristoro, mense) e i contatti con persone esterne e con il pubblico (clienti, fornitori, appaltatori, reception, sportelli etc.): cerchiamo così di impostare un approccio utile e cautelativo al problema.
Ma è uno dei tanti approcci possibili, fondati sulle competenze, sulle esperienze e sul senso di responsabilità di ognuno. Se non sono daccordo i virologi più autorevoli, come possiamo esserlo noi umili consulenti aziendali?
È per questo che, per ora, preferiamo non pubblicare la versione integrale: la riserviamo ai nostri Clienti, con i quali condividiamo valutazioni, scelte e… rischi.
Naturalmente ogni Datore di lavoro ha facoltà di adottare misure diverse, più o meno restrittive e prudenziali, ed è evidente che qualsiasi futura disposizione normativa sarà automaticamente prevalente.
Il problema sanitario in corso è molto più grande di ciascuno di noi, quanto più grande non sappiamo ma sappiamo che ciascuno con la propria condotta può fare la differenza. Per sé stesso e per gli altri intorno.
Come sempre.
Alla fine torniamo sempre lì: al concetto di rischio, alla sua percezione e a ciò che siamo disposti a investire sulla sua gestione.
In definitiva, che si tratti di un lavoro in altezza, di un semaforo arancione o di un virus venuto dalla Cina, la questione è sempre quella: cosa conta di più?

Il Chiavetta-Virus

(Per chi, legittimamente, si sta chiedendo: “Ma di che **** scrive costui?”, c’è una nota a piè di pagina)

Si manifesta negli ambienti di lavoro in forma di piccolo oggetto metallico, sfuso ovvero associato a mutevoli accessori prensili. Presenta in genere dimensioni visivamente apprezzabili ad occhio nudo ma per le sue capacità mimetiche risulta difficile da individuare senza sofisticati strumenti diagnostici, che vanno dall’osservazione prolungata dei luoghi all’ispezione tecnico-psicologica dei processi.

Il Chiavetta-Virus appartiene ad un’antica famiglia di agenti patogeni virali, caratterizzata da sintomatologie e decorsi clinici assai differenziati nelle epoche e nei comparti. I meccanismi di diffusione sono particolarmente subdoli e aggressivi: il periodo di incubazione è pressoché asintomatico, con durata variabile tra i pochi minuti e i lustri, e l’andamento espansivo da individuo ad individuo tende al contagio pandemico dell’intera popolazione aziendale.

Secondo l’epidemiologia tradizionale la comparsa del Chiavetta-Virus in una comunità lavorativa è riconducibile al contatto con un portatore sano appartenente ad una specie estranea, tipicamente un installatore di macchine o un manutentore esterno. Recenti studi accreditati ipotizzano tuttavia che l’agente patogeno sia endemico di ogni comunità lavorativa, ove risiederebbe allo stato di quiescenza, e che in qualsiasi momento possa essere riportato allo stato virulento da complessi fenomeni di innesco, che solitamente coincidono con circostanze di cambiamento organizzativo e interruzione delle routine.

In ogni caso il Chiavetta-Virus provoca sul paziente zero un’iniziale fase di ingannevole benessere, con un rilascio di endorfine professionali che, a seconda dei soggetti, può portare a stati di iperattività, gaia creatività o addirittura estasi da onnipotenza. Gli studiosi spingono oltre l’analogia con le sostanze stupefacenti, riconoscendo processi di assuefazione e dipendenza che da un lato impediscono di riconoscere i sintomi della patologia e dall’altro ne accelerano e radicano il decorso. Ecco allora che il paziente zero, ignaro della degenerazione clinica in corso, anzi convinto di agire in piena coscienza e beata efficienza, comincia a svolgere operazioni anomale e pericolose, con iniziative dapprima timide e circospette e poi via via sempre più ricorrenti, audaci e sguaiate.

A questo punto una comunità sana e consapevole dovrebbe riconoscere ed isolare l’elemento deviante, ma il vero potenziale epidemico del Chiavetta-Virus si manifesta proprio nella dimensione sociale della prognosi, a tutt’oggi inestricabile malgrado la dovizia di studi sperimentali e casi empirici: gli individui circostanti al paziente zero, intenti alle proprie faccende e rispettosi di un rigoroso assunto giurisdizionale (“Ognuno pensi ai fatti propri”), tendono ad ignorare deliberatamente i segnali della malattia o addirittura ad equivocarne la natura (“Che bravo, come si ingegna!”), per arrivare, progressivamente e inesorabilmente, ad aderire al metodo patologico, in osservanza di un ulteriore assunto ancestrale noto come effetto-branco (“Fanno tutti così, vuoi che sia l’unico stupido a fare diversamente?”).

Pur avendo più volte isolato e codificato il genoma, la ricerca scientifica non è ancora pervenuta ad un vaccino efficace contro il Chiavetta-Virus, sia per le sue multiformi e camaleontiche espressioni sia perché quasi sempre le informazioni biogenetiche raccolte sul campo vengono istantaneamente e inspiegabilmente smarrite nei meandri degli archivi aziendali.

Pare che ad oggi l’unico strumento vaccinale di provata efficacia contro il Chiavetta-Virus sia l’esperienza diretta dell’infortunio grave, a seguito del quale i pazienti e l’intera comunità lavorativa (laddove sopravvissuti) hanno buone probabilità di sviluppare un elevato grado di immunità a successivi contagi. Tuttavia non è ancora disponibile un metodo validato, o comunque legale, per la somministrazione controllata di infortuni gravi ai lavoratori a scopo preventivo e terapeutico.

NOTA: Le chiavette in questione (come quelle delle foto sopra) sono piccoli oggetti, apparentemente innocui ma intrinsecamente diabolici, che consentono di eludere le protezioni di macchine/impianti: inserendole nei microinterruttori di porte e ripari, imbrogliano i sistemi di sicurezza e… promettono scorciatoie operative.

Fuori

Microconferenza sulla Brexit.
Titolo dell’intervento: “Oggi la Gran Bretagna è uscita dall’Europa”
Relazione: “Ma come? Che brutto!
Adesso quindi per andare a Londra servirà il passaporto? Magari anche no, ma comunque sarà tutto più difficile. Più triste. Per loro soprattutto.
Ma insomma! C’e un sacco di gente che vorrebbe entrare in Europa, perché si sta bene e ci sono molti vantaggi. E loro che c’erano dentro sono usciti? Xei semi???”
Relazione conclusa, con postilla in idioma tipico di una circoscritta regione europea.
La sala conferenze è l’auto che scala i tornanti.
Il relatore ha 10 anni.
Alla fine non c’è il buffet.
Alla fine c’è solo l’uscita.

Un ramo, e l’altro

Guardava verso il primo sole, ogni mattina di primavera, la giovane foglia protesa dal suo ramo. S’intiepidiva le venature giocando con gli obliqui chiaroscuri dell’alba, insieme alle sue compagne, e intanto sbirciava con diffidenza quelle sagome scure laggiù, sull’altro ramo, foglie anche loro, sì, ma così lontane ed estranee, accecate com’erano dalla piena luce, evanescenti e al tempo stesso cupe, inquietanti.
Si allargava sicura e raggiante sotto il sole del mezzogiorno estivo, la foglia ormai adulta aggrappata al suo ramo. Vibrava e frusciava con le compagne al tenue solletico del vento e, pur fingendo di non vederle, sapeva che laggiù si agitavano, sofferenti e sgraziate, quelle strane, insignificanti foglie penzolanti dall’altro ramo. Lo sapeva perché era sempre stato così, e anche perché lo ronzavano le api mentre pasteggiavano di fiore in fiore. Raccontavano, le api, di quanto lì fosse bello e accogliente e ricco e ordinato, non come là in fondo, dall’altra parte, dove tutto era diverso e si versava in miseria, sbando e dissolutezza.
Si arricciava quieta agli ultimi raggi del sole autunnale, la foglia dorata sul suo ramo. Con le sue compagne ripercorreva i ricordi di una vita felice, vissuta con fatica e merito qui, dalla parte buona, dove il sole si attardava nella magia del crepuscolo e la sera scintillava di pensieri ed emozioni, anche quando laggiù, sull’altro ramo inghiottito dal buio, tutto già taceva, inerte e smarrito. E non credeva ai racconti tubati dalla tortora striata, che svolazzando al tramonto si ostinava a inventare leggende inverosimili. Narrava di un tronco solo, poco più sotto, in cui i due rami si congiungevano, e di un unico grande albero che si componeva guardando da distante. Narrava anche di un cielo infinito, appena un po’ più sopra e tutto intorno, un cielo che conteneva entrambi i rami e tutte le foglie e l’albero intero, e che avvolgeva ogni cosa in un unico abbraccio.
Piroettava nell’aria picchiettata dalla pioggia, mentre lasciava il suo ramo, la foglia ormai caduca verso l’inverno. Accompagnata dalla brezza umida planava tra l’intrico di fronde, e fu con incredulità che scendendo vide i due rami congiungersi in un grande tronco unico e vide che il cielo, anche lì, era lo stesso cielo, infinito e avvolgente, giù giù fino in fondo. E quando la foglia si adagiò a terra, circondata dalle sue compagne, si ritrovò fianco a fianco con un’altra foglia, appena scesa come lei, dello stesso colore, dallo stesso albero, attraverso lo stesso cielo.

Fu così che si spensero, fianco a fianco, indistinguibili e immemori dei mille sguardi che, per mesi, si erano furtivamente scambiate da un ramo all’altro.

Giganti al passo

I primi a spingersi fin lassù, sul passo, furono i cacciatori delle valli del nord. Era un inverno gelido e secco, gli animali erano migrati prima del solito e i piccoli villaggi sentivano i morsi di una carestia cui la natura, stavolta, non sembrava voler porre rimedio.
Erano i tempi in cui gli dei risiedevano nelle cose, gli spiriti parlavano la lingua degli uomini e le leggende orientavano la realtà.
Fu in quell’inverno gelido e secco che presero a riecheggiare antiche storie sulle calde valli del sud, dove il sole intiepidiva i periodi più bui e il verde prosperava sempre e gli animali non migravano mai. Così i cacciatori si misero in marcia, addentrandosi in selvagge vallate mai battute, risalendo pendii di abeti spettrali e seguendo solchi di torrenti ghiacciati.
Per sei giorni cercarono la via, tra falsi sentieri, tracce mendaci e direttrici interrotte. Fu poco prima dell’alba del settimo giorno, al termine di una rigida, limpida notte stellata, allo stremo di forze e riserve, che finalmente giunsero al passo. Davanti a loro all’improvviso il cielo si aprì per poi espandersi giù giù verso il basso, verso le valli del sud.
Avanzarono stanchi ma rianimati dalla speranza, quando alla svolta di un colle laterale, stagliati contro la primissima luce di levante, li videro: videro i giganti.
Stavano lì, immobili, affiancati, silenziosi e possenti, i volti scuri e le espressioni severe, a guardia del passo.
I cacciatori indietreggiarono, spiarono, ascoltarono, attesero. Nulla accadeva.
I cacciatori diedero una voce, si annunciarono. Nessuna risposta.
Forse i giganti dormivano. O forse erano in agguato. O più probabilmente, nel silenzio immoto, la loro ira stava montando contro gli estranei visitatori che disturbavano la quiete e profanavano il regno.
E quando un sibilo tetro, quasi un lento e lugubre ululato, iniziò a risuonare sul passo, nei cacciatori i presagi si trasformarono in certezze e la paura virò in terrore.
Solo col passare del tempo, col maturare della luce, fu chiaro che i giganti erano di spalle, del tutto disinteressati agli estranei visitatori e assorti ad ammirare il sorgere del sole, e che sul sole tenevano fisso lo sguardo, ruotando loro stessi per seguirne il percorso durante la giornata. E, quando il sole fu allo zenit e i giganti si volsero finalmente verso il passo, fu chiaro che sui loro volti rosati si allargavano grandiosi, quieti sorrisi e che, insieme al vento leggero, risuonavano sublimi, mistiche canzoni di pace.
Ma tutto questo i cacciatori non lo seppero mai, perché già da parecchie ore si precipitavano attraverso abeti spettrali e lungo torrenti ghiacciati, per la via del ritorno, atterriti, a mani vuote e senza speranza.

Tavoli in malga

In malga è tutto pieno, c’è gran traffico di sciatori.
Scorgo barlumi di spazio a due tavoli quadrati addossati, occupati entrambi da due persone. Mi avvicino e chiedo se possiamo starci anche noi, un adulto e un bambino.
Mi viene spontaneo, senza pensarci, un po’ come quando nei sentieri in quota incroci sconosciuti, li saluti e spesso attacchi brevi scambi su distanze, meteo e suggestioni del luogo. Sarà forse perché lassù bisogna decidere di arrivarci e arrivarci costa qualche fatica, e questo fa già una certa selezione e, insomma, come dire? ci si trova tra persone che hanno qualcosa in comune.
Perciò mi coglie di sorpresa la reazione infastidita ed ostile dello sciatore seduto al tavolo. Gli dico “Se è un problema andiamo da un’altra parte” e lui, visibilmente contrariato e rigidamente arroccato, “Be’, noi dobbiamo mangiare! Se riuscite a starci lì…”, indicando un remoto angolino.
D’istinto mi verrebbero un’espressione colorita ed una teatrale dipartita, invece mi sforzo di restare in modalità montagna: in nome della pacifica convivenza tra i popoli, unita all’oggettiva necessità di ristoro, ci adattiamo al remoto angolino.
Il resto è normale condivisione di spazi in malga, più un paio di domande:
1) chissà se a livello del mare avrei chiesto di sedermi ad un tavolo già occupato, e chissà come avrei reagito io ad una tale richiesta;
2) se un migliaio di metri in verticale fanno questo effetto, figurarsi i chilometri in orizzontale.