Barba e Alvise da Pellestrina

Inizio giugno 2020, un primo pomeriggio, a Pellestrina: viene intercettata una chiacchierata tra gabbiani, fronte laguna, in lingua originale (in coda sottotitoli in italiano**).
“Sto giro, Alvise, lì gà molà fora sul serio.”
“Oh, Barba, varda lì, i xè tuti in giro”.
“Taxi và, e tuti tra i piè par isoe oncò, sti fioi.”
“Me digo che no xè restà nesun in teraferma”.
“I core e i ciacoa come pioci imbriaghi”.
“Eh, amigo, i lì gà sarà su a carnevae e da alora ghe sarà restà el borezo”
“Te ghè rason, Alvise, sarà par queo che i xè tuti in màscara”.
“Craaaaa, craa. A te me fe morir, Barba. In màscara…”
“Ma i xè dei cancari, seto. Naso fora, boca fora, màscara in scarsea.”
“Ma gai capio calcosa secondo ti?”
“Un casso i gà capio. Vardali, bei fa el sole, tuti imucià, in festa.”
“Fin ieri l’altro tuti sarà su, tuti spaventà. Deso basta, come no fose suceso gnente.”
“Alvise, scoltame mi: i unici fioi che gà capio davero xè sempre i fioi morti, ma quei no parla pì, e i altri va’ xò de spris.”
“Se stava mejo però, Barba, sensa tuto sto casin. I xè molesti a manego, sti fioi.”
“Sì, molesti e cojoni i xè, i fa altro che bacàn e sporco. Ma a calcosa i ne serve anca”.
“I ne serve sì. I buta in giro de tuto, e calcosa da magnar rumemo sempre.”
“E dopo, Alvise, credeme: mi el me mancava el zugo de volarghe sora e centrarli in testa col schito.”
“Anca mi, Barba, xè mia ugual schitarghe in testa ai colombi.”
“Vanti lora, godemosela prima che el corona lì incuea ancora”.
E volano via, a craaaaa craa alterni, in direzioni opposte, stesso cielo.

** Sottotitoli ufficiali, versione autorizzata dal tavolo permanente tra Ministero del Salto di Specie e parti sociali:
“Stavolta, Alvise, li hanno fatti uscire davvero.”
“Ebbene sì, Barba, guarda, sono tutti in giro.”
“Per giunta tutti qui che vanno per isole oggi.”
“Non ne sarà rimasto alcuno in terraferma.”
“Corrono e chiacchierano assai vivacemente.”
“Eh, amico mio, sono rimasti chiusi da Carnevale e sarà rimasta loro la smania di spassarsela.”
“Hai ragione, Alvise, sarà per quello che sono tutti in maschera.”
“Craaaaa, craa. Sei un burlone, Barba. In maschera…”
“Ma sono degli stolti, sai. Naso fuori, bocca fuori, maschera in tasca.”
“Secondo te hanno imparato qualcosa?”
“Non hanno imparato alcunché. Guarda che spensierati, assembrati e in festa.”
“Fino a pochi giorni fa tutti rinchiusi e spaventati. Adesso basta, come non fosse successo nulla.”
“Alvise, dammi ascolto: di tutti gli umani gli unici ad aver imparato davvero la lezione sono sempre quelli venuti meno, ma quelli non parlano più, e gli altri restano a far baldoria.”
“Si stava meglio però, Barba, senza tutto questo movimento. Disturbano parecchio questi umani.”
“Sì, disturbano e fanno stupidaggini, strepitano e sporcano. Ma ci servono anche.”
“Ci servono, sì. Gettano in giro di tutto, e noi possiamo sempre reperire qualcosa di commestibile”.
“E inoltre, Alvise, ti dico la verità: sentivo la mancanza del nostro gioco, volare sopra gli umani e prenderli di mira”.
“Anch’io, Barba, non è lo stesso prendere di mira i colombi.”
“Allora andiamo a divertirci, prima del prossimo lockdown.”

Tre volte a Capaci

Mi è capitato due volte di percorrere quel tratto di autostrada da Punta Raisi a Palermo, un rettilineo che non sembra un rettilineo, srotolato nell’interregno tra il mare e le montagne, attraverso quartieri soffusi, costruzioni non del tutto costruite, scorci di natura e spezzoni di umanità.

La più recente è stata nel cuore di una solare giornata di giugno ed era l’inizio di una vacanza di famiglia. Ritirata l’auto in aeroporto puntiamo verso il centro storico della città e quel contorto rettilineo è già un appuntamento. Più con un significato che con un luogo. Mentre guido sento il bisogno di non perdere l’occasione, di raccontare a Giulia ed Enrico ciò che accadde qui, “Vedete, proprio qui”, 25 anni prima, quando non erano ancora nati. “L’autostrada poi l’hanno ricostruita, ma quel pomeriggio saltò in aria. Insieme alle auto. Insieme alle persone”. E lo sguardo non si trattiene, devia dalla strada e scivola verso destra, insieme curioso e timoroso, per cercare lungo il pendio il mattoncino bianco da cui qualcuno, dicono, premette il pulsante. Ma quella è pur sempre un’autostrada, ha i suoi ritmi e le sue regole, non puoi fermarti ad osservare, non puoi accostare per capire meglio, non puoi sederti sul ciglio e sospendere il flusso. Devi andare avanti, in qualche modo devi andare avanti, e se non ti accorgi in tempo della dimessa piazzola laterale, posta in memoria della strage, la passi via e ciò che accadde quel pomeriggio di 25 anni prima è già alle tue spalle.

La volta precedente, la prima per me, è stata una luminosa mattina di primavera ed era una trasferta di lavoro. A guidare è un tassista, che si presenta subito “Bella giornata, vero? Dove andiamo oggi, dottò?” Lungo l’autostrada mi racconta storie, sui quartieri e sulla gente di Palermo, e proprio intorno a quelle storie il rettilineo sembra arricciarsi, contorcersi. Fino a quando arriva il momento della sua storia della strage. Mi spiega cosa c’è in quella zona, e chi ci vive. Mi mostra il punto esatto in cui la strada esplose e subito dopo mi indica la collina a fianco, dove c’è la minuscola, ingombrante casupola bianca “La vede lassù, dottò, c’hanno scritto sopra NO MAFIA.” Cerco, scruto, la vedo, o almeno credo. “Ecco, l’hanno lasciata lì” mi dice “L’hanno lasciata per ricordare, dottò”. Il suo racconto si dipana in un mirabile equilibrio tra emozione e cronaca, tra intrattenimento e verità, così come quello stesso luogo sembra galleggiare sul filo tra storia autentica e attrazione turistica. Ma poi passiamo oltre, attraversiamo altri quartieri di altre genti, fino al Brancaccio, e quando si è oltre si è altrove.

Mi è capitato due volte di percorrere quel tratto di autostrada, nella stessa direzione delle auto saltate in aria, vedendo gli stessi scorci di natura e gli stessi spezzoni di umanità che vedevano i passeggeri un attimo prima dell’esplosione. Mi è capitato due volte, ed entrambe le volte ho avuto la sensazione di esserci già stato molto tempo prima. Ricordo esattamente la sera del 23 maggio 1992, ricordo con precisione dov’ero, con chi, cosa stavo facendo nel momento in cui la notizia è schizzata fuori dalla televisione e si è dispersa in rivoli. Ricordo le immagini e le voci e soprattutto ricordo la piccola pausa che si prese lo scorrere del tempo. Furono pochi secondi, ma non si può misurare in secondi. Fu una sospensione del flusso, netta e appena percettibile, profonda e impalpabile. Fu come ritrovarmi seduto sul ciglio di quell’autostrada, con tutto intorno immobile e silenzioso.

Sì, a pensarci bene, c’è stata una terza volta.

Che rumore fa, oggi, il silenzio?

Mi è capitato spesso di venire in ufficio il sabato pomeriggio o la domenica. C’è un silenzio defaticante, rassicurante, che consente di fare ordine, nelle cose e nei pensieri, e che, pur interrompendoli, tiene insieme i blocchi delle settimane lavorative, come i ganci di trazione separano i vagoni ma tengono insieme il treno.

Mi è capitato anche di attardarmi in fabbrica verso sera, dopo la fine turno, quando tutto è ormai fermo e la luce elettrica ritaglia ombre dense dietro gli spigoli, eppure sembra di udire ancora in trasparenza l’eco dei fischi e dei colpi delle macchine utensili e nell’aria permangono strati resistenti, pigri di nebbie d’olio. Tutto fermo, sì, ma tutto pronto per rimettersi in moto la mattina successiva, o anche subito se serve. Quasi che, facendo un “Ehi!” al carrello elevatore appisolato nella postazione di ricarica, quello si ridestasse solerte e ripartisse a caccia di bancali.

Mi è poi capitato di passeggiare in cantiere in pausa pranzo, quando i lavoratori sostano nei loro rifugi di fortuna, estraendo generosi panini dalle sacche e fresche bevande da frigoriferi che un minuto prima, giureresti, non c’erano. Per non parlare delle sapienti miscele idroalcoliche, predosate con cura e protette da brevetto, tali da garantire, ti assicurano, tutto il gusto del vino senza alcun rischio di ubriacarsi. Ecco che nei ponteggi vuoti, nella gru immobile, nella betoniera sudata, nell’odore di calce e cemento aleggianti tra i muri in costruzione senti vibrare la certezza del prossimo passo, la promessa del lavoro che sta per creare cose.

Anche oggi, un luminoso lunedì di primavera dell’anno 2020, c’è un gran silenzio, ma è un silenzio diverso, che affatica e non rassicura. La strada qui davanti, su cui si affaccia il mio ufficio, è vuota e lenta, ma non è lo stesso vuoto della domenica pomeriggio, è un vuoto sospeso, e la lentezza ha venature irrequiete. Il telefono di là in segreteria è inerte, come il sabato mattina, ma di un’inerzia differente, ansiosa e mesta. In fabbrica le nebbie d’olio si saranno ormai posate a terra e si saranno appiccicate addosso alle macchine utensili, a soffocare ogni eco di fischi e colpi. In cantiere i frigoriferi e gli aromi di calce e cemento saranno svaniti insieme alle certezze e alle promesse, nel limbo di una pausa che non ristora, di una sosta che non riposa.

Non tutti i silenzi sono uguali e quello di oggi, che è e resta pur sempre un luminoso lunedì di primavera, è di un tipo mai sentito prima.

Io non sono ferma

Oggi sono passato a Scuola, giusto per vedere come stava, se aveva bisogno di qualcosa.

Non c’è nessuno qui” mi avvisa appena entro. “Esattamente un mese fa i bambini avrebbero dovuto rientrare da quella porta, ma non li ho più visti”.

Vero, non ci avevo pensato che è già passato un mese” rispondo “Sai, i bambini sono tutti a casa, anche i loro genitori. Ognuno sta a casa, oppure si muove il minimo indispensabile. È per la faccenda del virus. È tutto strano là fuori, e tutti sono preoccupati. Qui invece, tutto bene?

Sì, sì, nessun problema, come vedi qui è tutto in ordine. Io aspetto, non c’è fretta. Prima o poi tornano, i bambini. Come quando facciamo pausa in estate o a Natale. Come quando li saluto il pomeriggio all’uscita e poi il giorno dopo li rivedo entrare. Lo so che una mattina, guardando verso il corridoio di ingresso, vedrò finalmente comparire una bambina per mano alla sua mamma, e poi un bambino con il suo papà, e poi un’altra e un altro ancora, e poi arriverà il pulmino ed entreranno in gruppo, correndo e gridando, e poi… poi tutto tornerà…

Certo!” intervengo “Là fuori lo dicono tutti, non vedono l’ora che le cose tornino come prima, e ripetono che tutto andrà bene.

Lei mi corregge: “Non so se tutto andrà bene, anche se lo spero di cuore. E spero anche che tutto torni, sì, ma non come prima. Non potrà tornare tutto come prima, non sarebbe giusto, non sarebbe logico. Ma secondo te, dopo una giornata di scuola, un bambino torna come prima?” Fa una pausa, io attendo, lei riprende: “Dopo una giornata di scuola un bambino è diverso, è cresciuto, è diventato… di più. Ogni lezione, ogni esperienza cambia le persone, le rende più ricche, più mature. Ecco, ti pare che una lezione come questa, un’esperienza così forte lasci tutto come prima?” Non oso interromperla. “Tornerà la normalità, sì, ma sarà una normalità diversa, in cui sapremo cose nuove, avremo visto e toccato e pensato cose nuove. Non sarà come prima, sarà meglio di prima”.

Siamo arrivati al salone e le dico, a voce bassa: “Spero tu abbia ragione, mi fa piacere che tu sia ottimista. D’altra parte tu sei una scuola, e la scuola è fatta proprio per insegnare cose e per migliorare le persone. Ma non sempre le persone sono brave ad imparare e a migliorare.” Do uno sguardo intorno. “E poi, guarda qui, è tutto in sospeso. Aule vuote, salone vuoto, mensa vuota. La scuola è ferma e i bambini perdono un pezzo importante del loro percorso”.

Sorride, mi prende per mano e mi porta davanti alla finestra che dà sul cortile. “Vedi là fuori le margherite nel prato?” Le vedo, e non c’erano un mese fa. “Ecco, ti pare che io sia ferma? Qui non c’è nessuno ora, ma io non sono ferma. Ogni margherita che nasce, ogni filo d’erba che cresce, ogni foglia che spunta è scuola. Ogni bambino che a casa sfoglia un libro o fa un disegno o scopre un gioco è scuola. Ogni mamma che inventa una storia per raccontarla a suo figlio e ogni papà che sceglie un film per vederlo con sua figlia è scuola. Ogni nonno che telefona al nipote perché non lo vede da tanto e gli mostra a parole ciò che di solito gli mostra dal vivo è scuola. Ogni persona che si ammala e guarisce e anche ogni persona che si ammala e non ce la fa, anche quello è scuola. Ogni parola, ogni emozione, ogni pensiero, ogni idea per stare vicini senza avvicinarsi, per correre senza muoversi, per volare stando in casa, tutto questo è scuola. Qui ora non c’è nessuno, ma neanche io sono qui. Io sono come la casa, come la chiesa, come i sentimenti. Io sono ovunque ci sia un bambino curioso, un genitore disponibile, un nonno affettuoso, un paziente preoccupato, un medico che non si stanca mai e un infermiere che non dice mai di no. Ti pare che adesso io sia ferma? Io sto ferma solo se tu decidi di fermarmi. Io mi fermo solo se ognuno, giorno per giorno, istante per istante, sceglie di fermarmi. Altrimenti io sono sempre al lavoro.

Attaccàti all’ATECO

L’accento và sulla terza “a” e lo rende il participio passato del verbo attaccàre, benchè l’espressione sia profondamente innestata nel tempo presente. Ma se anche l’accento scivolasse per sbaglio sulla seconda “a”, poco male: ci sta pure l’imperativo.

Quanto all’ATECO, si tratta di una strana bestiola che rimane rintanata per anni nei protocolli delle camere di commercio, nei faldoni di notai e commercialisti e nelle cartelle degli uffici amministrativi. Si annida lì, in letargo, o magari in agguato, apparentemente innocua ed estranea alle quotidiane vicende del lavoro vero. Quando si manifesta, lo fa timidamente, di sfuggita, in forma di distratti codici alfanumerici, tramite i quali si identifica nientemeno che l’AT-tività ECO-nomica svolta dall’Azienda.

Solo un’altra volta mi è capitato di assistere ad un’incursione, energica e persistente, dell’ATECO nel mondo reale, nel dicembre del 2011, quanto un provvedimento della conferenza stato regioni declinò i principali obblighi formativi in Azienda proprio su quelle inesplorate combinazioni alfanumeriche: di colpo un’astrazione impalpabile, buona al massimo per i collegi sindacali, ricadeva pesantemente nella vita di fabbrica, condizionando durate e contenuti dei corsi e inchiodando legioni di lavoratori alla gerarchia dell’alto, medio o basso rischio. C’erano pure, allora, deroghe e casi particolari, ma la sostanza era quella. La bestiola era uscita dalla tana e aveva lasciato il segno.

Un segno rilevante, questo sì, ma non erano poi questioni di vita e di morte…

Ecco, questioni di vita e di morte, appunto, di salute e di malattia.

Allora no.

Ora sì.

Chi l’avrebbe mai detto che nel marzo 2020 lo schivo ATECO sarebbe ripiombato all’improvviso nella brulicante esistenza di milioni di lavoratori e dei loro datori di lavoro, in un momento in cui la quotidianità era già smarrita nelle contorsioni dell’emergenza virale e in cui gli orizzonti, personali e professionali, erano già offuscati da coltri di incertezze. Ecco che, in una lenta, surreale domenica di inizio primavera, silenziosa come solo la quiete prima della tempesta, gli insidiosi codici alfanumerici si avventano sulle trame del tessuto economico e vi affondano i propri artigli affilati. Qui con precisione chirurgica, lì con zampate grossolane.

Un momento dopo ci si trova a dare i numeri: questo c’è, questo no, il mio l’ho visto, il tuo manca. È bastata una scarna griglia, allegata ad un decreto crepuscolare, per sancire chi, in regime di coronavirus, avrebbe chiuso e chi sarebbe rimasto aperto, chi sarebbe rimasto a casa e chi sarebbe andato ancora al lavoro. Non senza eccezioni e sfumature, ovviamente, e con gli immancabili, audaci esercizi di “mirror climbing”. Questa volta sì l’incursione tocca elementi strutturali e tasti vitali, per le persone impaurite dal virus, certo, ma anche per le aziende relegate in un limbo da cui chissà quando, chissà come e chissà se usciranno.

Nell’emergenza sanitaria in corso, che come si poteva prevedere è giunta imprevista, molte cose appaiono più importanti di quanto sembri in tempo di pace, cose che ci ripromettiamo di considerare di più e meglio quando sarà finita, di tenercele più attaccate.

Una è il codice ATECO. Magari non sta proprio in cima alla graduatoria, però oggi, 25 marzo 2020, il giorno di chi si ferma e di chi prosegue, oggi forse anche sì.

Anno 2025 – Mese di marzo: discorso a reti unificate

Sono le 21.30, ora locale, quando il premier si presenta in diretta tv, radio, web e social, in un comprensibile clima di tensione e inquietudine, e inizia il suo discorso:

“Care concittadine, cari concittadini, non è tempo di mezze misure, non è tempo di incertezze e polemiche. È tempo di fermezza e unione. Sono qui, stasera, davanti a voi, con voi, a comunicare decisioni mai prese prima d’ora, rese necessarie dalla situazione grave e straordinaria in cui oggi, purtroppo, ci troviamo, una situazione che non ammette ritardi e tentennamenti. Sono la nostra storia e il nostro futuro a chiederci di agire, subito, con determinazione. Sono le voci profonde di chi è venuto prima di noi e ha costruito, con impegno e fatica, l’identità e i valori della nostra civiltà. Sono anche, e soprattutto, le voci dei nostri figli, e dei figli dei nostri figli, cui lasceremo in eredità i risultati dei nostri sacrifici, oppure le conseguenze nefaste della nostra indifferenza.

A noi la responsabilità, a noi la scelta, ma non in un lontano giorno a venire, non domani. A noi la scelta e la responsabilità ora.
Eccoci quindi chiamati ad unire le forze e le volontà, quelle del nostro popolo insieme a quelle di tutti i popoli del mondo, in nome di un bene comune, imprescindibile, vitale. Quel bene è nientemeno che la nostra casa, l’unica che abbiamo, la più bella che possiamo immaginare: quel bene è la nostra Terra.
Per questo già da domattina saranno in vigore nuove regole, stringenti, rigorose e immediatamente applicabili. Regole che cambieranno radicalmente le nostre abitudini, che ci imporranno adattamenti ritenuti finora impraticabili, che porteranno difficoltà e restrizioni che mai avremmo pensato di dover davvero affrontare. Ma saranno queste regole, e il loro rispetto da parte di ognuno di noi, a condurci fuori dal tunnel in cui decenni di errori, leggerezze e distrazioni ci hanno portato.

Vado ad illustrare i punti principali. Da domattina gli spostamenti entro 5 km dal proprio domicilio dovranno essere svolti a piedi o in bicicletta, salvo limitazioni attestate da certificato medico. Gli spostamenti con veicoli a combustione saranno vietati, se non per comprovati motivi di lavoro, salute o necessità. Le aziende, singolarmente o in associazione, dovranno attivare un piano di trasporti collettivi, con mezzi elettrici, tali da evitare gli spostamenti individuali verso e dal posto di lavoro. Sarà vietato portare i figli a scuola in proprio, se non a piedi o in bicicletta, rendendo obbligatorio il trasporto scolastico collettivo, adeguatamente potenziato e basato su mezzi elettrici. Analoga formula collettiva sarà obbligatoria per la partecipazione ad attività sportive, ricreative, sociali e culturali. Gli impianti termici a combustibile saranno ammessi esclusivamente per il riscaldamento dei locali di vita e lavoro, per le necessità di presidio sanitario e ambientale e per le utenze industriali e commerciali strettamente indispensabili alla produzione: per tali impianti i soggetti responsabili, singolarmente o in associazione, dovranno attuare un piano di compensazione, espresso in verde equivalente, tale da portare a zero il bilancio delle emissioni ad effetto serra. Per impianti termici a combustibile non rientranti nelle casistiche precedenti, l’utilizzo sarà subordinato ad un piano di compensazione, espresso in verde equivalente, con bilancio positivo superiore al 20%. Per il quadro integrale degli obblighi, indifferibili e penalmente sanzionati, rimando al testo del decreto.

Concittadine e concittadini, non sarà facile, non sarà breve, ma non abbiamo alternative e stringendo i denti ne usciremo salvi, più forti e consapevoli di prima. So che possiamo farcela, lo sappiamo tutti. Lo sappiamo perché ci siamo già riusciti una volta, cinque anni fa, quando, in emergenza, fummo costretti ad adottare misure drastiche senza precedenti e con quelle misure, insieme, riuscimmo a sconfiggere la pandemia di coronavirus.”

Contatti stretti (Il lavoro ai tempi del COVID-19)

In “tempo di pace” il concetto di CONTATTO STRETTO tra persone in un normale ambiente di lavoro non è in cima agli ordini del giorno, a meno di episodi conflittuali (di quelli in cui si viene alle mani, e pur capita talvolta) oppure di episodi, come dire?, affettivi (di quelli in cui, più o meno consensualmente, si… fondono due spazi individuali, e pur capita talvolta).
In “tempo di pace”, appunto.
Ma in questi giorni, in cui almeno a livello socio-sanitario il tempo non è di pace, anche il CONTATTO STRETTO diventa nel lavoro, e non solo, un concetto determinante e discriminante, che può fare la differenza tra la salute e la malattia, ma può anche fare la differenza tra la continuità del lavoro e la sua interruzione, per i singoli e, potenzialmente, per l’intera azienda.
Ecco allora che torna molto utile un recente documento della Regione Veneto (link sotto), in cui, a pagina 3, viene puntualmente definito il CONTATTO STRETTO, derivando da tale definizione importanti indicazioni operative per i lavoratori e per i datori di lavoro.
Chi l’avrebbe letto fino a 10 giorni fa?

https://www.regione.veneto.it/web/sanita/covid-19-ambienti-di-lavoro

Chiuso per virus

Pubblicato su IN PAESE 177 di marzo 2020 – http://prolocobrendola.it/inpaese/

Fa strano trovarsi a confezionare un numero di IN PAESE con l’agenda vuota, anzi svuotata. Ci siamo dati l’impegno di uscire entro la fine di ciascun mese, in modo da poter presentare l’intera locandina di eventi del mese successivo, che in questo caso è marzo 2020. E invece, dopo l’annullamento della Marcia La Brendolana e di molti altri appuntamenti sportivi e culturali di fine febbraio, senza contare la chiusura delle scuole, ecco che marzo 2020 si presenta davanti a noi come un foglio bianco, su cui le uniche, ricorrenti, battenti presenze sono avvisi come quello qui sotto. Lo riproponiamo non tanto per informare, no, ormai tutti sanno tutto sul coronavirus, ognuno ha le proprie verità incrollabili e i propri dubbi insanabili, e non saremo certo noi a cambiare la situazione.

Vogliamo piuttosto lasciare un segno riconoscibile sulla prima pagina di questo numero, il 177 in 17 anni di uscite, per ricordare che, anche quella volta che tutto si è fermato per un virus venuto dall’estremo oriente, noi IN PAESE c’eravamo.

Quindi, tra le altre cose, niente Festa (anzi Fiera) di San Rocco, tradizionale ricorrenza che ogni anno, intorno al 3 marzo, unisce l’intera comunità brendolana e che, ironia della sorte, getta radici in una storia di emergenze sanitarie: la pestilenza che imperversava in Italia circa 3 secoli fa e l’intercessione con cui il Santo avrebbe allora preservato Brendola dalla malattia.

La situazione attuale lascia ampi spazi a riflessioni, anche radicali, su punti di forza e di debolezza del nostro sistema, non solo sanitario ed economico ma anche politico, sociale e culturale. Senza contare i risvolti emotivi.

E per alleggerire (ma neanche tanto) potremmo rileggere, o rivedere, o anche riascoltare, La guerra dei mondi, un titolo pionieristico della fantascienza: il libro di H.G. Wells è del 1897; l’esplosivo esperimento radiofonico di un altro Wells, il ben più famoso Orson, è del 1938; il film, quello originale di B. Haskin, è del 1953; l’adattamento di cronaca vera, al netto degli alieni, con qualche ricombinazione di ruoli e soprattutto per il finale, è di inizio 2020, qui intorno a noi.

Coronavirus al lavoro

La nota situazione sanitaria, derivante dalla diffusione del “Nuovo Coronavirus” anche in territorio nazionale e regionale, rende necessaria per i Datori di lavoro un’immediata azione di informazione e di tutela verso i lavoratori della propria Azienda e verso tutte le persone potenzialmente coinvolte nell’attività aziendale.
Siamo consapevoli della particolarità del momento e dell’oggettiva difficoltà, allo stato attuale, nel definire criteri e regole di applicabilità generale e di validità garantita. Non siamo in grado di sapere se il rischio, che ha origini esterne alla gestione aziendale, sia in questi giorni sottovalutato o sopravvalutato né se le misure in atto, cogenti o volontarie, siano effettivamente congrue.
Inoltre, a fronte di precise e restrittive disposizioni istituzionali per la popolazione e di una grande quantità di informazioni disponibili, più o meno accreditate, mancano ancora prescrizioni ufficiali specificamente dedicate alla tutela dei lavoratori e degli ambienti di lavoro, siano essi fabbriche, uffici o centri commerciali, rimandando ancora una volta alla valutazione dei rischi in capo al Datore di lavoro.
In questo contesto stiamo cercando di raccogliere esigenze e spunti e di riproporli in modo fruibile. Già ieri avevamo impostato e distribuito un primo documento orientativo (nella foto ), che oggi abbiamo integrato con ulteriori contenuti di dettaglio per disciplinare i momenti aziendali di aggregazione (come riunioni, corsi, pause ristoro, mense) e i contatti con persone esterne e con il pubblico (clienti, fornitori, appaltatori, reception, sportelli etc.): cerchiamo così di impostare un approccio utile e cautelativo al problema.
Ma è uno dei tanti approcci possibili, fondati sulle competenze, sulle esperienze e sul senso di responsabilità di ognuno. Se non sono daccordo i virologi più autorevoli, come possiamo esserlo noi umili consulenti aziendali?
È per questo che, per ora, preferiamo non pubblicare la versione integrale: la riserviamo ai nostri Clienti, con i quali condividiamo valutazioni, scelte e… rischi.
Naturalmente ogni Datore di lavoro ha facoltà di adottare misure diverse, più o meno restrittive e prudenziali, ed è evidente che qualsiasi futura disposizione normativa sarà automaticamente prevalente.
Il problema sanitario in corso è molto più grande di ciascuno di noi, quanto più grande non sappiamo ma sappiamo che ciascuno con la propria condotta può fare la differenza. Per sé stesso e per gli altri intorno.
Come sempre.
Alla fine torniamo sempre lì: al concetto di rischio, alla sua percezione e a ciò che siamo disposti a investire sulla sua gestione.
In definitiva, che si tratti di un lavoro in altezza, di un semaforo arancione o di un virus venuto dalla Cina, la questione è sempre quella: cosa conta di più?

Il Chiavetta-Virus

(Per chi, legittimamente, si sta chiedendo: “Ma di che **** scrive costui?”, c’è una nota a piè di pagina)

Si manifesta negli ambienti di lavoro in forma di piccolo oggetto metallico, sfuso ovvero associato a mutevoli accessori prensili. Presenta in genere dimensioni visivamente apprezzabili ad occhio nudo ma per le sue capacità mimetiche risulta difficile da individuare senza sofisticati strumenti diagnostici, che vanno dall’osservazione prolungata dei luoghi all’ispezione tecnico-psicologica dei processi.

Il Chiavetta-Virus appartiene ad un’antica famiglia di agenti patogeni virali, caratterizzata da sintomatologie e decorsi clinici assai differenziati nelle epoche e nei comparti. I meccanismi di diffusione sono particolarmente subdoli e aggressivi: il periodo di incubazione è pressoché asintomatico, con durata variabile tra i pochi minuti e i lustri, e l’andamento espansivo da individuo ad individuo tende al contagio pandemico dell’intera popolazione aziendale.

Secondo l’epidemiologia tradizionale la comparsa del Chiavetta-Virus in una comunità lavorativa è riconducibile al contatto con un portatore sano appartenente ad una specie estranea, tipicamente un installatore di macchine o un manutentore esterno. Recenti studi accreditati ipotizzano tuttavia che l’agente patogeno sia endemico di ogni comunità lavorativa, ove risiederebbe allo stato di quiescenza, e che in qualsiasi momento possa essere riportato allo stato virulento da complessi fenomeni di innesco, che solitamente coincidono con circostanze di cambiamento organizzativo e interruzione delle routine.

In ogni caso il Chiavetta-Virus provoca sul paziente zero un’iniziale fase di ingannevole benessere, con un rilascio di endorfine professionali che, a seconda dei soggetti, può portare a stati di iperattività, gaia creatività o addirittura estasi da onnipotenza. Gli studiosi spingono oltre l’analogia con le sostanze stupefacenti, riconoscendo processi di assuefazione e dipendenza che da un lato impediscono di riconoscere i sintomi della patologia e dall’altro ne accelerano e radicano il decorso. Ecco allora che il paziente zero, ignaro della degenerazione clinica in corso, anzi convinto di agire in piena coscienza e beata efficienza, comincia a svolgere operazioni anomale e pericolose, con iniziative dapprima timide e circospette e poi via via sempre più ricorrenti, audaci e sguaiate.

A questo punto una comunità sana e consapevole dovrebbe riconoscere ed isolare l’elemento deviante, ma il vero potenziale epidemico del Chiavetta-Virus si manifesta proprio nella dimensione sociale della prognosi, a tutt’oggi inestricabile malgrado la dovizia di studi sperimentali e casi empirici: gli individui circostanti al paziente zero, intenti alle proprie faccende e rispettosi di un rigoroso assunto giurisdizionale (“Ognuno pensi ai fatti propri”), tendono ad ignorare deliberatamente i segnali della malattia o addirittura ad equivocarne la natura (“Che bravo, come si ingegna!”), per arrivare, progressivamente e inesorabilmente, ad aderire al metodo patologico, in osservanza di un ulteriore assunto ancestrale noto come effetto-branco (“Fanno tutti così, vuoi che sia l’unico stupido a fare diversamente?”).

Pur avendo più volte isolato e codificato il genoma, la ricerca scientifica non è ancora pervenuta ad un vaccino efficace contro il Chiavetta-Virus, sia per le sue multiformi e camaleontiche espressioni sia perché quasi sempre le informazioni biogenetiche raccolte sul campo vengono istantaneamente e inspiegabilmente smarrite nei meandri degli archivi aziendali.

Pare che ad oggi l’unico strumento vaccinale di provata efficacia contro il Chiavetta-Virus sia l’esperienza diretta dell’infortunio grave, a seguito del quale i pazienti e l’intera comunità lavorativa (laddove sopravvissuti) hanno buone probabilità di sviluppare un elevato grado di immunità a successivi contagi. Tuttavia non è ancora disponibile un metodo validato, o comunque legale, per la somministrazione controllata di infortuni gravi ai lavoratori a scopo preventivo e terapeutico.

NOTA: Le chiavette in questione (come quelle delle foto sopra) sono piccoli oggetti, apparentemente innocui ma intrinsecamente diabolici, che consentono di eludere le protezioni di macchine/impianti: inserendole nei microinterruttori di porte e ripari, imbrogliano i sistemi di sicurezza e… promettono scorciatoie operative.