Fuori

Microconferenza sulla Brexit.
Titolo dell’intervento: “Oggi la Gran Bretagna è uscita dall’Europa”
Relazione: “Ma come? Che brutto!
Adesso quindi per andare a Londra servirà il passaporto? Magari anche no, ma comunque sarà tutto più difficile. Più triste. Per loro soprattutto.
Ma insomma! C’e un sacco di gente che vorrebbe entrare in Europa, perché si sta bene e ci sono molti vantaggi. E loro che c’erano dentro sono usciti? Xei semi???”
Relazione conclusa, con postilla in idioma tipico di una circoscritta regione europea.
La sala conferenze è l’auto che scala i tornanti.
Il relatore ha 10 anni.
Alla fine non c’è il buffet.
Alla fine c’è solo l’uscita.

Un ramo, e l’altro

Guardava verso il primo sole, ogni mattina di primavera, la giovane foglia protesa dal suo ramo. S’intiepidiva le venature giocando con gli obliqui chiaroscuri dell’alba, insieme alle sue compagne, e intanto sbirciava con diffidenza quelle sagome scure laggiù, sull’altro ramo, foglie anche loro, sì, ma così lontane ed estranee, accecate com’erano dalla piena luce, evanescenti e al tempo stesso cupe, inquietanti.
Si allargava sicura e raggiante sotto il sole del mezzogiorno estivo, la foglia ormai adulta aggrappata al suo ramo. Vibrava e frusciava con le compagne al tenue solletico del vento e, pur fingendo di non vederle, sapeva che laggiù si agitavano, sofferenti e sgraziate, quelle strane, insignificanti foglie penzolanti dall’altro ramo. Lo sapeva perché era sempre stato così, e anche perché lo ronzavano le api mentre pasteggiavano di fiore in fiore. Raccontavano, le api, di quanto lì fosse bello e accogliente e ricco e ordinato, non come là in fondo, dall’altra parte, dove tutto era diverso e si versava in miseria, sbando e dissolutezza.
Si arricciava quieta agli ultimi raggi del sole autunnale, la foglia dorata sul suo ramo. Con le sue compagne ripercorreva i ricordi di una vita felice, vissuta con fatica e merito qui, dalla parte buona, dove il sole si attardava nella magia del crepuscolo e la sera scintillava di pensieri ed emozioni, anche quando laggiù, sull’altro ramo inghiottito dal buio, tutto già taceva, inerte e smarrito. E non credeva ai racconti tubati dalla tortora striata, che svolazzando al tramonto si ostinava a inventare leggende inverosimili. Narrava di un tronco solo, poco più sotto, in cui i due rami si congiungevano, e di un unico grande albero che si componeva guardando da distante. Narrava anche di un cielo infinito, appena un po’ più sopra e tutto intorno, un cielo che conteneva entrambi i rami e tutte le foglie e l’albero intero, e che avvolgeva ogni cosa in un unico abbraccio.
Piroettava nell’aria picchiettata dalla pioggia, mentre lasciava il suo ramo, la foglia ormai caduca verso l’inverno. Accompagnata dalla brezza umida planava tra l’intrico di fronde, e fu con incredulità che scendendo vide i due rami congiungersi in un grande tronco unico e vide che il cielo, anche lì, era lo stesso cielo, infinito e avvolgente, giù giù fino in fondo. E quando la foglia si adagiò a terra, circondata dalle sue compagne, si ritrovò fianco a fianco con un’altra foglia, appena scesa come lei, dello stesso colore, dallo stesso albero, attraverso lo stesso cielo.

Fu così che si spensero, fianco a fianco, indistinguibili e immemori dei mille sguardi che, per mesi, si erano furtivamente scambiate da un ramo all’altro.

Giganti al passo

I primi a spingersi fin lassù, sul passo, furono i cacciatori delle valli del nord. Era un inverno gelido e secco, gli animali erano migrati prima del solito e i piccoli villaggi sentivano i morsi di una carestia cui la natura, stavolta, non sembrava voler porre rimedio.
Erano i tempi in cui gli dei risiedevano nelle cose, gli spiriti parlavano la lingua degli uomini e le leggende orientavano la realtà.
Fu in quell’inverno gelido e secco che presero a riecheggiare antiche storie sulle calde valli del sud, dove il sole intiepidiva i periodi più bui e il verde prosperava sempre e gli animali non migravano mai. Così i cacciatori si misero in marcia, addentrandosi in selvagge vallate mai battute, risalendo pendii di abeti spettrali e seguendo solchi di torrenti ghiacciati.
Per sei giorni cercarono la via, tra falsi sentieri, tracce mendaci e direttrici interrotte. Fu poco prima dell’alba del settimo giorno, al termine di una rigida, limpida notte stellata, allo stremo di forze e riserve, che finalmente giunsero al passo. Davanti a loro all’improvviso il cielo si aprì per poi espandersi giù giù verso il basso, verso le valli del sud.
Avanzarono stanchi ma rianimati dalla speranza, quando alla svolta di un colle laterale, stagliati contro la primissima luce di levante, li videro: videro i giganti.
Stavano lì, immobili, affiancati, silenziosi e possenti, i volti scuri e le espressioni severe, a guardia del passo.
I cacciatori indietreggiarono, spiarono, ascoltarono, attesero. Nulla accadeva.
I cacciatori diedero una voce, si annunciarono. Nessuna risposta.
Forse i giganti dormivano. O forse erano in agguato. O più probabilmente, nel silenzio immoto, la loro ira stava montando contro gli estranei visitatori che disturbavano la quiete e profanavano il regno.
E quando un sibilo tetro, quasi un lento e lugubre ululato, iniziò a risuonare sul passo, nei cacciatori i presagi si trasformarono in certezze e la paura virò in terrore.
Solo col passare del tempo, col maturare della luce, fu chiaro che i giganti erano di spalle, del tutto disinteressati agli estranei visitatori e assorti ad ammirare il sorgere del sole, e che sul sole tenevano fisso lo sguardo, ruotando loro stessi per seguirne il percorso durante la giornata. E, quando il sole fu allo zenit e i giganti si volsero finalmente verso il passo, fu chiaro che sui loro volti rosati si allargavano grandiosi, quieti sorrisi e che, insieme al vento leggero, risuonavano sublimi, mistiche canzoni di pace.
Ma tutto questo i cacciatori non lo seppero mai, perché già da parecchie ore si precipitavano attraverso abeti spettrali e lungo torrenti ghiacciati, per la via del ritorno, atterriti, a mani vuote e senza speranza.

Tavoli in malga

In malga è tutto pieno, c’è gran traffico di sciatori.
Scorgo barlumi di spazio a due tavoli quadrati addossati, occupati entrambi da due persone. Mi avvicino e chiedo se possiamo starci anche noi, un adulto e un bambino.
Mi viene spontaneo, senza pensarci, un po’ come quando nei sentieri in quota incroci sconosciuti, li saluti e spesso attacchi brevi scambi su distanze, meteo e suggestioni del luogo. Sarà forse perché lassù bisogna decidere di arrivarci e arrivarci costa qualche fatica, e questo fa già una certa selezione e, insomma, come dire? ci si trova tra persone che hanno qualcosa in comune.
Perciò mi coglie di sorpresa la reazione infastidita ed ostile dello sciatore seduto al tavolo. Gli dico “Se è un problema andiamo da un’altra parte” e lui, visibilmente contrariato e rigidamente arroccato, “Be’, noi dobbiamo mangiare! Se riuscite a starci lì…”, indicando un remoto angolino.
D’istinto mi verrebbero un’espressione colorita ed una teatrale dipartita, invece mi sforzo di restare in modalità montagna: in nome della pacifica convivenza tra i popoli, unita all’oggettiva necessità di ristoro, ci adattiamo al remoto angolino.
Il resto è normale condivisione di spazi in malga, più un paio di domande:
1) chissà se a livello del mare avrei chiesto di sedermi ad un tavolo già occupato, e chissà come avrei reagito io ad una tale richiesta;
2) se un migliaio di metri in verticale fanno questo effetto, figurarsi i chilometri in orizzontale.

Parole e immagini per il 2020

Quando ti chiedi se puoi fare qualcosa, la risposta è sempre SÌ.

“Libertà è poter dire la verità senza far mai soffrire nessuno” (Otto e mezzo, F. Fellini)

“Cerca di non diventare una frase fatta, perché tu sei poesia” (28 giorni, Betty Thomas)

Sappiamo che la perfezione non esiste, eppure dobbiamo continuare a cercarla.

“È sempre più facile essere prodighi quando si è in ristrettezze. Sono rari quelli che continuano ad esserlo una volta che ne hanno i mezzi” (Il primo uomo, Albert Camus)

Una volta sulla strada si è già altrove.

“Il sentiero procedeva su pendii che avevano intorno immobili tumulti di colline” (Le parole la notte, Francesco Biamonti)

“Era d’altronde uno di quegli uomini che amano assistere alla propria vita, ritenendo impropria qualsiasi ambizione a viverla” (Seta, Alessandro Baricco)

“La professionalità, Steve, è rendere il massimo anche nelle condizioni peggiori” (54, Wu Ming)

“La gente è infallibile: sceglie quello che ti manca e poi non te lo dà” (Pastorale Americana, Philip Roth)

“La guerra non è una buona cosa, poiché sconfiggere un uomo è amaro quanto esserne sconfitto” (Il primo uomo, Albert Camus)

Chi non si arrabbia mai è pericoloso: potrebbe avere qualcosa di più grande da nascondere.

“Il segreto del comando sta nel saper unire alla fede nella propria infallibilità la capacità di imparare dagli errori passati” (1984, George Orwell)

Il montanaro della cabinovia

Ha l’aspetto e il piglio tipici del montanaro residente, di quelli in piena forma fisica e di età impossibile da indovinare, di quelli duri e severi fuori ma certamente buoni e pazienti dentro.
Lo immagineresti in malga o in alpeggio, e invece lo trovi alla stazione di valle della cabinovia, quasi invisibile tra tute psichedeliche e attrezzature sgargianti.
Sta lì, poco più mobile della struttura metallica dell’impianto, a monitorare il punto in cui le cabine chiudono le porte e sfilano verso la montagna.
Subito non lo noti, mimetizzato nel labile e invalicabile confine tra la zona mondana aperta al pubblico e la zona austera riservata agli addetti ai lavori.
Poi vedi che, al bisogno, lui interviene.
Una volta scatta a sistemare un paio di sci scivolati a terra, di traverso sulle porte in chiusura.
Il giro dopo si avvicina per raccomandare, più a gesti che a parole, di non appoggiarsi al meccanismo che chiude le porte.
Il giro dopo ancora bacchetta, con tono perentorio ma comprensivo, uno snowboarder che scrolla la neve sul pavimento dentro la sala, perché semplicemente “bisogna farlo fuori”.
E così ad ogni giro noti un suo movimento, un’accortezza, uno sguardo.
E così di giro in giro il montanaro della cabinovia diventa un riferimento, lo cerchi più della cabina stessa, è il garante della sicurezza, un baluardo del rispetto e dell’ordine, il guardiano delle regole.
Al punto che, quando all’ennesimo giro lo trovi con la sigaretta accesa sotto il cartello di divieto di fumo, non hai alcun dubbio: è il cartello a sbagliare.

Lui ha 9 anni

Lui ha 9 anni e gioca a calcio con mio figlio.
Passo a prenderli allo spogliatoio dopo l’allenamento per accompagnarli alla serata pizza con la squadra.
Il percorso dal campo alla pizzeria è breve, 3 minuti, e la conversazione deve adeguarsi.
“Dove abitano i tuoi nonni?” gli chiedo.
“In Burkina Faso” mi risponde, con un italiano sicuro e corretto ed un accento che rimanda alle radici.
“Ci sei mai stato?” chiedo.
Lui risponde: “Sì, anche troppe volte. ”
“Com’è là dove stanno i tuoi nonni?” chiedo, e intendo com’è il posto, tipo la città o il paese o il paesaggio.
Lui intende com’è davvero, e risponde: “C’è troppo oro, e c’è troppo poco cibo”.
Punto.
Il master integrato in geografia politica ed economia globale è servito.
In meno di 3 minuti.

Una passeggiata su Roma

Una passeggiata su Roma è, anche, un’avvincente esperienza antropologica, una ricca, dinamica esposizione di tipi umani, che prende forma da sola, passo dopo passo, incontro per incontro. Sì, è vero, questo vale, più o meno, per qualsiasi grande città. Il fatto è che a Roma i tipi umani non solo li incontri, ma li trovi accuratamente catalogati. La postura, il passo, lo sguardo, i tempi sono come etichette appiccicate su una teca invisibile: li vedi e subito li riconosci.
C’è quello che ti guarda da lontano, sul marciapiede di Via Nazionale, e tu sai già che ti fermerà per proporti qualcosa. Ha uno sguardo cordiale e magnetico, appiccicoso, che ti inchioda al dilemma: fingo di non vederlo sapendo che lui sa che sto fingendo, oppure lo assecondo e cortesemente lo schivo?
In Piazza di Spagna c’è quello che incede e volteggia con passo da sfilata, da solo o in coppia, sosta davanti alle vetrine perché le vetrine lo vedano, parla e ascolta così che qualcuno gli parli e lo ascolti, e se attorno fosse deserto lui svanirebbe.
In Piazza del Popolo c’è quello che scivola lento sui sempiterni sampietrini, con lo sguardo elevato sopra le teste della gente e venato di una fierezza senza tempo, conscio di appartenere alla città eterna e propenso a misurare col metro dell’eternità le piccolezze dei comuni mortali.
Nei Giardini di Villa Borghese c’è il ragazzo in età di scuola, nato e cresciuto nella capitale, che non ti guarda ma ti vede, che non gliene frega niente ma gli frega un sacco, quello che “non c’ho nulla da chiede’ perché so tutto, ma nun me chiede’ nulla che nun te vojo risponde’”.
In Via del Corso c’è quello che sembra un parlamentare, e lo è davvero, e disserta austero con i suoi pari mentre attraversa distratto un mondo di cui tiene salde le redini. E c’è pure quell’altro che sembra un parlamentare, ed evidentemente non lo è ma gli basta sembrarlo: se ne gode l’immagine per la strada senza prendersene i grattacapi, e non farebbe a cambio.
Nella Piazza davanti al Pantheon c’è quello che sorride con l’aria gioviale, e mentre ti avvicini sembra che si aspetti una domanda, giusto per poter essere d’aiuto, e tu lo saluti soltanto, e lui ricambia, anche se è evidente che è deluso, un saluto non gli basta, lui può fare di più, ma non importa: tu sai che se ripasserai domani, o tra 20 anni, lui sarà lì a disposizione, e sorridente.
In Piazza Navona c’è quello che garantisce l’ordine cosmico, presidiando il nastro colorato che, sullo sfondo di palazzi e fontane, delimita i varchi di accesso pedonale, rigorosamente a senso unico, uno solo per entrare e uno solo per uscire. Egli vigila e ammaestra, con voce perentoria, i flussi pedestri: a dispetto delle apparenze, lui sa che, se qualcuno malauguratamente imboccasse il verso sbagliato, l’intero sistema potrebbe perdere il suo labile stato di equilibrio.
In Campo dei Fiori c’è quello che ti fissa tra le bancarelle, immobile, serio, come se tu avessi oltrepassato il suo recinto invisibile e stessi calpestando il suo orto, e ti aspetti che da un momento all’altro ti venga vicino per farsi giustizia, e invece all’improvviso distoglie lo sguardo e ti chiedi se ti avesse mai guardato davvero.
E poi c’è quello che fa la raccolta differenziata autarchica in via Cavour, tra il Colosseo e la Basilica di Santa Maria Maggiore. Si accomoda a fianco del cassonetto, estrae un sacchetto alla volta, lo apre, seleziona ciò che gli interessa e il resto per terra. Metodico, concentrato, professionale, anche nell’abbigliamento: mica stracciato, piuttosto sportivo-informale. Ci si aspetterebbe che, su richiesta, sia in grado di esibire un tesserino da “selezionatore in conto proprio”, completo di P.IVA. Ora non so dire se la quota di scarto, a fine sessione, venga rimessa nel cassonetto: come gran parte dei professionisti, presumo che non ami essere osservato a lungo mentre lavora.
Al di là di questo e di molto altro, anzi anche per questo e per molto altro, Roma è spietatamente bella.

Chat di gruppo a scuola

Il mondo social è oggi, anche per la scuola, un’enorme opportunità e uno strumento prezioso, ma come tutti gli strumenti va usato bene. Esso offre enormi vantaggi e altrettante insidie, soprattutto perché, non guardandosi negli occhi, si rischia spesso di perdere di vista i modi, i ruoli e le regole di una buona comunicazione.
Al Polo dell’Infanzia di Brendola (www.poloinfanzia.it) abbiamo pensato di proporre, tra il serio e il faceto, alcuni spunti per la “vita di chat”, messi insieme da più fonti ed esperienze. Nessuna velleità di legiferare, imporre o limitare, piuttosto 10 idee da condividere, per riflettere e per convivere meglio.
In fondo la scuola è fatta per educare, non solo i bambini.

Incontri mattutini a Napoli

Incontro mattutino per le strade di paese nella provincia vicentina.
“Ciao, come va’?”
“Bene grazie, e tu?”
“Tutto bene.”
Punto. 10 secondi netti.

Incontro mattutino per le strade di Napoli.
“Buona giornata a te, che piacere vederti stamattina.”
“Il piacere è mio, carissimo. Tutto bene?”
“E come no? Tutto bene, tutto bene! Esco ora da casa per una commissione importante.”
“Sei di fretta allora…”
“Certo, devo correre, ma non preoccuparti, per gli amici non si è mai di fretta. A casa come stanno?”
“A casa tutto apposto. Solo io ho passato qualche giorno di malanno.”
“Oh, sei stato male? Mi dispiace! Che hai?”
“Nulla, malanni di stagione, non c’è di che preuccuparsi. Ma ora sto meglio. Stanotte ho riposato bene.”
“Ah, hai riposato bene stanotte?”
“Sì, proprio bene.”
“Oh, come sono contento per te. È un sollievo sapere che stai meglio.”
Pausa.
“Allora vado, ci vediamo presto”
“Certo, presto presto spero. Stammi bene.”
“Anche tu, e saluta a casa da parte mia.”
“Lo farò certamente, a casa ne saranno felici. Anche tu salutami tutta la tua famiglia.”
“E come no? Tutti te li saluto, ad uno ad uno, lo farò molto volentieri.”
“Tante cose a te.”
“Tantissime a te”
“È stato un piacere vederti stamattina.”
“Piacere mio.”
Punto. Molto più di 10 secondi.

Ecco un caso in cui dalla contaminazione culturale tutti possono trarre benefici.