L’inafferrabile questione degli odori

Quando parliamo di odore, bisogna anzitutto metterci d’accordo: di cosa stiamo parlando?

Della percezione sensoriale che il dizionario della lingua italiana (rif. Treccani) definisce come “la sensazione specifica dell’organo dell’olfatto, diversa a seconda delle sostanze da cui è provocata” e che, di per sé, riconduce (insieme agli altri 4 sensi) alla sfera delle peculiari e preziose capacità di esplorazione e conoscenza dell’ambiente circostante?

Oppure parliamo di un fenomeno di contaminazione dell’aria che respiriamo, un fenomeno che provoca fastidio, se non disagio (psicologico e fisico), e che richiama l’esposizione a sostanze indesiderate, forse anche pericolose per la salute? Qui si apre il delicato campo del confronto, e della correlazione, tra i rischi sanitari ed ambientali e le soglie olfattive.

O magari parliamo di una grandezza misurabile, che le moderne metodiche analitiche esprimono in unità odorimetriche (u.o.) e che, per dirla semplicemente, quantifica lo scostamento assoluto rispetto al livello di “odore zero”, non importa se nel bene (buon odore) o nel male (cattivo odore)? Che poi il buono e il cattivo scivolano inevitabilmente nel complesso mondo della soggettività, in cui ognuno può aver ragione e pertanto nessuno ha definitivamente ragione, né torto.

È importante capire anzitutto ci cosa stiamo parlando, perché da lì partono percorsi completamente diversi, che possono fermarsi ad una chiacchierata amichevole ma possono anche varcare le soglie dei tribunali.

Cosa dice la legge? A dire il vero poco o nulla, fino a poco tempo fa almeno. Eppure, come spesso accade, pur in mancanza di regole specifiche e compiute, c’è già giurisprudenza. Come dire: se manca la legge, la fa il giudice, caso per caso.

Dicono gli esperti che un avvocato per collocare penalmente il problema odore sia costretto a risalire fino al 1930, anno in cui compariva il Codice Penale e, all’art. 674, il GETTO PERICOLOSO DI COSE (Chiunque getta o versa, in un luogo di pubblico transito o in un luogo privato ma di comune o di altrui uso, cose atte a offendere o imbrattare o molestare persone, ovvero, nei casi non consentiti dalla legge, provoca emissioni di gas, di vapori o di fumo, atti a cagionare tali effetti, è punito…). In sede penale bisogna quindi accertare che vi sia un getto, e con esso un soggetto “gettatore”, e che nel contempo vi sia un pericolo (per la salute? per l’ambiente? per il comfort psico-fisico del ricettore?). In ambito di Codice Civile invece gli odori finiscono verso l’art. 844, che parla di IMMISSIONI e di NORMALE TOLLERABILITÀ (Il proprietario di un fondo non può impedire le immissioni di fumo o di calore, le esalazioni, i rumori, gli scuotimenti e simili propagazioni derivanti dal fondo del vicino, se non superano la normale tollerabilità, avuto anche riguardo alla condizione dei luoghi).

Ed ecco che, senza tanto clamore, il 19 dicembre 2017 il quadro normativo sembra timidamente iniziare a muoversi. Per la prima volta la questione odori entra nel D.Lgs. 152/06, il cosiddetto Testo Unico Ambientale, trovando una sua collocazione ed una sua prima (blanda) dignità nell’ambito della parte V, che parla di QUALITÀ DELL’ARIA. Il neonato art. 272-bis tratta così le EMISSIONI ODORIGENE: La normativa regionale o le autorizzazioni possono prevedere misure per la prevenzione e la limitazione delle emissioni odorigene degli stabilimenti (…). Tali misure possono anche includere (…): a) valori limite di emissione espressi in concentrazione (mg/Nm³) per le sostanze odorigene; b) prescrizioni impiantistiche e gestionali e criteri localizzativi per impianti e per attività aventi un potenziale impatto odorigeno, incluso l’obbligo di attuazione di piani di contenimento; c) procedure volte a definire (…) criteri localizzativi in funzione della presenza di ricettori sensibili nell’intorno dello stabilimento; d) criteri e procedure volti a definire (…) portate massime o concentrazioni massime di emissione odorigena espresse in unità odorimetriche (ouE/m³ o ouE/s) per le fonti di emissioni odorigene dello stabilimento; e) specifiche portate massime o concentrazioni massime di emissione odorigena espresse in unità odorimetriche (ouE/m³ o ouE/s) per le fonti di emissioni odorigene dello stabilimento.

Torniamo alla domanda iniziale e, alla luce di questa new entry normativa, proviamo a tirare le somme, parziali e provvisorie, almeno dal punto di vista di uno STABILIMENTO. Bisogna anzitutto chiedersi se i propri impianti e le proprie attività rilasciano, in qualche circostanza, emissioni odorigene. Non importa se lo fanno da decenni: chiediamocelo ora. Se sì, bisogna verificare che le sorgenti e gli inquinanti caratteristici, compresi quelli odorigeni appunto, siano autorizzati come emissioni in atmosfera e che le prescrizioni autorizzative siano regolarmente monitorate e rispettate (tra cui il rispetto dei valori limite in uscita).

A questo punto, in attesa di sviluppi normativi ed autorizzativi e fatta salva la gestione (forzata) di eventuali casi di lamentele/segnalazioni dal territorio, si possono mettere le mani avanti, cioè:

  • cercare se esistono, per le nostre sostanze odorigene, riferimenti attendibili sulla qualità dell’aria a fini sanitari e confrontarli con le concentrazioni di inquinanti nelle proprie emissioni in atmosfera;
  • individuare ed adottare le migliori tecnologie disponibili per l’abbattimento delle sostanze odorigene, e laddove non sia possibile, documentare le valutazioni e le decisioni del caso;
  • per casi critici completare il quadro conoscitivo con simulazioni di dispersione tramite campionamenti in sito e modelli di ricaduta, che descrivano le concentrazioni di inquinanti a cui sono potenzialmente esposte le zone circostanti.

Non c’è da aspettarsi che sugli odori e sulla loro tollerabilità arriveremo ad essere tutti d’accordo, né che si riusciranno a trattare in modo oggettivamente distinto i rischi effettivi ed i meri fastidi. Però la materia è in movimento e vari strumenti per affrontarla ci sono già. Ognuno può scegliere se aspettare di ritrovarsi con un problema da risolvere, magari urgentemente, oppure se cogliere qualche opportunità di approfondimento e di prevenzione.

E poi, diciamocelo, davvero servono leggi e codici e simulazioni per sapere se abbiamo effettivamente un’inafferrabile questione di odore di cui occuparci? O magari invece, a “ben fiutare”, i protagonisti, sia gli stabilimenti con i loro processi e i loro impianti sia i cittadini con le loro esigenze e sensibilità, sono già in grado di intuirlo da soli, “a naso”?

Children for future – 2

Si possono coltivare, per lo più legittimamente (ma non sempre), le più diverse interpretazioni sulla tutela ambientale, sul riscaldamento globale e sulla qualità della vita, sul consumo e sulla distribuzione delle risorse, sui costi sociali ed economici delle scelte possibili, sull’affidabilità delle fonti e della comunicazione, però…

Però quando ti trovi a parlarne davanti una platea di 150 bambini dai 3 ai 5 anni, che reagiscono (altroché!) ad ogni stimolo, che fanno “OOOHHH” per l’acqua trasparente che esce dal depuratore (anzi “piscina degli scarichi scuri”) e per l’aria pulita che esce dallo scrubber (anzi “doccia del fumo sporco”), che guardano “immagati” un video sulle nuove frontiere dell’ingegneria, che si indignano per una bottiglia di plastica a terra e poi corrono in cortile a fare il gioco della raccolta differenziata, beh, almeno due cose diventano evidenti:

1) si può fare molto per il futuro;

2) i giovani, e i bambini, non bisogna lasciarli fuori, anche perché loro, con o senza i cosiddetti grandi, ci sono già dentro.

Riporto da un post del Polo dell’Infanzia di Brendola (www.poloinfanzia.it) del 27/09/19:

Visto che non abbiamo un Pianeta B, continua il lavoro del Polo dell’Infanzia per prendersi cura del Pianeta A.
Oggi abbiamo viaggiato con i bambini nel mondo dell’ingegneria e della tecnologia, per arrivare alla tutela ambientale e in particolare al riciclo dei rifiuti ♻️
Dove va a finire una bottiglia usata se la getto per terra al parco giochi?
E dove va a finire la stessa bottiglia se la metto nel cestino giusto?
Nel primo caso la perdiamo nell’erba, poi nei fiumi e infine in mare, dove forma isole di plastica e magari viene mangiata da una sfortunata tartaruga.
Nel secondo caso fa un lungo, avvincente percorso, attraverso camion, piazzali, presse compattatrici, impianti di macinazione e lavaggio, macchine per stampaggio per tornare da noi, come nuova e ancora utile.

Per accompagnarci in questo viaggio è tornato oggi un personaggio ormai noto ai nostri bambini, l’ingegnere  abbigliato da impianto chimico (Alberto).
E, alla fine, tutti fuori ad esercitarsi: oggi i bambini hanno trovato il cortile pieno di cartacce, pezzi di plastica e altri rifiuti e, con calma, consultandosi tra loro e con le insegnanti, hanno ripulito tutto, mettendo ogni materiale nel contenitore giusto.
C’è sempre una risposta, a volerla vedere, quando ci chiediamo “Possiamo fare qualcosa anche noi?”

Il fascino decadente del Lido

Il fascino decadente del Lido, unito all’aria di sbaraccamento che si respira nell’ultimo giorno di Mostra del Cinema, produce un effetto di malinconia così trasparente e schietta da sconfinare verso un sentimento opposto, di vitalità e di allegrezza.
Come quando ti ritrovi ad immaginare quanti e quali disegni, colori e parole potranno ancora animare il retro anonimo di un foglio usato.
Come quando nelle pieghe di una realtà scomoda e indolente cominci ad intuire le traiettorie guizzanti di nuove idee e di instancabili opportunità.

Brendola – 1° luglio 2019

Occupandoci da oltre 20 anni di ambiente, sicurezza e gestione dell’emergenza, l’evento di lunedì 1° luglio 2019 non può che costituire per noi un’esperienza di forte impatto e di grande significato.

Siamo abituati a valutare rischi, organizzare esercitazioni, stendere procedure e tenere corsi, poi un giorno dalla finestra dello Studio la realtà, attuale e densa, incalzante e prepotente, ti coglie sempre e comunque impreparato.
Almeno un po’…

Ecco, è su quel “ALMENO UN PO'” che possiamo e dobbiamo lavorare, per sforzarci di vedere l’incidente prima che accada, sentire la pressione prima che arrivi, immaginare il danno prima che avvenga, e chiederci, con quel punto di vista (il punto di vista del DOPO), cosa sarebbe stato bello fare PRIMA.

Un ringraziamento a tutti coloro che, nella lotta impari per controllare un evento fuori controllo, hanno contribuito a limitarlo, evitando (con il favore delle fortunate condizioni meteo) conseguenze peggiori.
È successo, ormai l’evento è successo: la cosa più sensata è farlo diventare utile per il futuro.

Parola di sentiero

“I sentieri parlano” rispose piano il signore della montagna, benché la domanda fosse, a prima vista, un’altra. “È il sentiero giusto per il Lago di Calaita?” avevamo chiesto incrociandolo nel bosco.
Perché in effetti non era mica facile orientarsi lungo il fianco orientale della montagna, risalendo da Prati Dismoni verso il lago, nella primavera dopo la tempesta vaia. Almeno per chi quei posti non li aveva mai visti prima.
Nei chiaroscuri degli alberi rimasti in piedi si intricavano a terra composizioni di tronchi e rami caduti. Da imponenti grovigli di radici sradicate, impastate di terra e sassi, spuntavano folte chiome a rovescio. Frane intermittenti e pietre smosse ridisegnavano le forme della montagna.
E i sentieri, pur segnati da tenaci cartelli, svanivano a tratti per riaffiorare laggiù, forse, non sempre. Sentieri che, pur marcati in bianco e rosso su salde rocce e alberi superstiti, incrociavano improvvisi sbarramenti, da scavalcare o eludere, per riprendere il solco laggiù, forse, non sempre.
Il signore della montagna apparve inaspettato, discendeva il bosco con passo morbido e silenzioso, un’età difficile da indovinare, uno sguardo che coglie ogni cosa senza fermarsi su alcuna, una voce grave, allenata ai silenzi del bosco e animata da quell’accento trentino che rassicura e rimprovera insieme.
“I sentieri parlano” disse “sì, loro parlano la lingua dell’inverno, e poi quella della primavera, mentre d’estate cantano e d’autunno suonano. Se ascoltate bene, raccontano di quando non c’erano e di quando sono stati creati, passo a passo, curva a curva, e qualche volta raccontano di quando non ci saranno più. Come adesso, guardatevi intorno, stanno parlando della tempesta e di tutto ciò che può cambiare.”
Fece una pausa, gettando uno sguardo di lato: “Ma le cose più belle le raccontano proprio quando non c’è nessuno ad ascoltarli, di notte, all’alba, sotto la pioggia fitta e magari durante la tempesta. È un peccato non poterli ascoltare allora”
Si interruppe e sembrava non aver altro da aggiungere. Così, timidamente, ritentammo: “Quindi, per il Lago di Calaita è il sentiero giusto…”
Stavolta rispose, sorridendo quasi: “Certo, è giusto, continuate a salire fino alla forcella” e con un cenno di saluto ripartì per la sua discesa.
Mentre si allontanava ci sembrò di sentire ancora la sua voce grave: “I sentieri sono sempre giusti”.
Se fu lui a dirlo, lo disse piano, quando era già sparito dietro gli alberi, a passi silenziosi e morbidi, per non disturbare i racconti.

Ultimo giorno di “Scuola Media”

Pubblicata su IN PAESE 170 di giugno 2019 – http://prolocobrendola.it/inpaese/

Cara ragazza, in questo giorno speciale, in cui concludi il percorso scolastico di paese e ti affacci al mondo, vogliamo lasciarti in dono un punto di vista, diverso dal tuo. Che razza di regalo è un punto di vista? Quanto vale? A cosa serve? Lo scoprirai lungo la tua strada, ti accorgerai di quanto le cose possano cambiare cambiando punti di vista, proverai quanto sia difficile, e necessario, e sorprendente, cercare prospettive diverse dalla tua e come le prospettive diverse rendano la tua più ricca, solida e autentica.
Ti lasciamo allora il nostro punto di vista di adulti e soprattutto di genitori, maturato lungo percorsi che ci hanno consentito di fare e sbagliare più di quanto finora abbia potuto fare e sbagliare tu. Confidiamo che tu possa prenderlo con te e conservarlo, magari chiuso in fondo ad un cassetto, e si sa mai che al momento giusto scivoli fuori e ti torni utile.
Perché la tua vita è tua, e tocca a te viverla. Da oggi anche un po’ di più.
Non ci sono esempi né raccomandazioni che possano sostituire la tua esperienza, che possano risparmiarti errori o garantirti successi. Costruirai la tua storia con le tue mani, la costruirai giorno per giorno, scelta per scelta, errore per errore, successo per successo, incontro per incontro. E sarà per te, naturalmente, la storia più importante.
Affronterai tanti esami, alcuni a scuola, come quello che ti aspetta tra pochi giorni, altri nelle relazioni, nel lavoro, nella salute, anche allo specchio. Ogni esame avrà un risultato, che vorresti eccellente ma non sempre lo sarà, e non sempre dipenderà solo da te. Ma ogni esame sarà anche una prova di impegno, serietà e correttezza: questa sì dipenderà solo da te e solo tu saprai se l’avrai superata, indipendentemente dal risultato.
Qualcuno ti dirà che non sei all’altezza, e sarà giusto che tu ci stia male, pensando che magari è vero, ma allo stesso tempo dovrai un po’ arrabbiarti e reagire, pensando che magari non è proprio vero, o che non lo sarà domani.
E qualcuno ti dirà che sei fantastica, e sarà giusto che tu ne sia felice, pensando che magari è vero, ma allo stesso tempo dovrai chiederti perché te lo stia dicendo e se sia del tutto sincero.
Farai scelte lungo la strada, molte scelte, alcune grandi e ingombranti e altre piccole e sfuggenti. Ma non farti ingannare, tutte le scelte sono importanti e, soprattutto, tutte le scelte producono effetti. Ci sono quelle ufficiali e annunciate, che sembrano enormi incroci stradali pieni di cartelli ed indicazioni, come la decisione su cosa fare dopo le “Medie” e su cosa diventare “da grande”. E ci sono scelte istantanee, inaspettate, senza cartelli né indicazioni, come accettare o non accettare un passaggio, provare o non provare una sostanza, concludere una discussione con uno schiaffo o un abbraccio. Non potrai indovinarle tutte, ma ogni volta, lì di fronte al bivio, potrai fare un esercizio: potrai alzare lo sguardo e provare ad osservarti con gli occhi del giorno dopo, del mese dopo, di un anno dopo.
Non dare mai per scontato quello che hai, e non pensare che ci sarà per sempre. Qualsiasi cosa tu abbia oggi, la scuola e i divertimenti, le persone e gli affetti, la libertà di scegliere e il diritto di dire la tua, il tempo e la vita stessa, apprezzali e rispettali, ma fallo adesso, perché troppo spesso arriviamo a capire il valore delle cose quando non le abbiamo più.
Ci saranno molte parole nella tua storia. Usale bene, cercale, sceglile e tienile con cura. Pensa non solo a quello che vuoi dire ma anche a quello che gli altri possono ascoltare, e da parte tua ascolta più che puoi. Ricorda che la parola è uno strumento tanto potente e prezioso quanto fragile e volubile. E ricorda che ogni tua parola è un pezzo originale della tua storia, è il tuo modo di raccontare chi sei.
Avrai amici e compagni, avrai maestri e allievi, avrai avversari e sostenitori, avrai magari figli e nipoti, incontrerai molta gente, ma nella tua vita solo una persona ti accompagnerà sempre, tutti i giorni, istante per istante, fino alla fine. È una persona unica, insostituibile, con cui farai sempre, inesorabilmente i conti, con cui riderai e litigherai, gioirai e soffrirai.
Quella persona sei tu.
Ecco, è questa la cosa più importante di tutte: cerca di andare d’accordo con te stessa, fa in modo di poterti sempre guardare in faccia, e guardare dentro, e capirti, riconoscerti, volerti bene.
Sii la tua migliore amica. Tutto il resto, in fondo, sarà una conseguenza.

L’Oasi di Paolino

Pubblicata su IN PAESE 169 di maggio 2019 – http://prolocobrendola.it/inpaese/

Bisogna tornare indietro nel tempo, fino al 1994, prima che tutto inizi, e bisogna mettersi sotto il noce che oggi, come allora, sta nel cuore della fattoria. Bisogna immaginarsi Paolino Massignan che guarda la sua casa, la campagna e forse l’intera sua vita e spiega agli ospiti cosa vede davvero in quel luogo: “L’oasi dei problemi sociali”.

Proprio qui pochi anni dopo, nel 1997, nasce la Fondazione Famiglia “Paolino Massignan – Dopo di noi” onlus, promossa da due cooperative sociali (Cooperativa 81 e Piano Infinito), proprio qui nel gennaio 2018 apre la Fattoria Massignan Società Agricola Impresa Sociale e proprio qui dal 30 maggio prossimo si scatena la 7.a edizione dell’ABILITANTE SOCIAL FEST, con un programma culturale, ricreativo e soprattutto sociale di 11 giorni da far invidia ad una grande città. Eppure siamo a Brendola, zona Pedocchio, “al di là della Statale” (che nel frattempo, ad essere pignoli, è diventata Provinciale). Che sia per ragioni geografiche che in paese, “al di qua della Statale”, la manifestazione non ha la risonanza che meriterebbe?

Lo chiedo ad Orfeo Rigon e ad Andrea Michelin, appena arrivo nel loro ufficio una sera di maggio, una delle poche senza pioggia. Orfeo è oggi il Presidente della Fondazione e 25 anni fa era sotto il noce con Paolino. Andrea è Vicepresidente della Fondazione e si occupa della comunicazione. Probabilmente la geografia, fisica e culturale, di Brendola ha una responsabilità, ma secondo loro “non è solo colpa della Statale, un po’ è anche colpa nostra. Per ragioni storiche la Fondazione ha più contatti con le due Cooperative che l’hanno promossa, le quali hanno sede a Montecchio Maggiore e coinvolgono persone da molti paesi circostanti. Inoltre qui facciamo molte cose ma forse non siamo abbastanza bravi a presentarci e farci conoscere nel territorio, a fare marketing.” D’altra parte, come ricorda Orfeo sorridendo, lo stesso Paolino sostiene che “qua de Brendolani no se ghin vede granchè”.

Eppure sembra che le cose stiano cambiando. Il punto vendita della fattoria sta prendendo piede, soprattutto al sabato, e sono sempre di più i Brendolani che frequentano non solo il negozio ma anche il resto delle attività che vengono proposte qui, nell’oasi di Paolino, compresa la grande festa di fine primavera, organizzata da Piano Infinito con molti sostegni, collaborazioni e patrocini.

Il nostro è un luogo accogliente, caldo, empatico, non solo durante la festa ma 365 giorni all’anno. Lavoriamo costantemente per attirare e per avvicinare il più possibile alla nostra realtà: una volta che la gente entra si sente a suo agio, e anche le diversità, quando le incontri e le conosci, non spaventano più. Anzi venire a contatto con il diverso è un’occasione preziosa per conoscere meglio se stessi e per crescere.

ABILITANTE SOCIAL FEST è un nome che parla da solo. “SOCIAL perché è un momento di incontro. ABILITANTE non è solo la festa, ma proprio il posto. Qui si danno abilità, si fanno crescere competenze, si facilitano esperienze non solo per chi lo frequenta tutti i giorni ma anche per chi ci capita una volta ogni tanto. La festa vuole far scoprire a tutti ciò che qui accade tutto l’anno. Quello che proponiamo è certamente un ricco programma di eventi, molti dedicati ai bambini, ma l’evento più grande è partecipare a qualcosa che accomuna, integra, include. Vogliamo essere sempre più proattivi nel contesto, vogliamo riversare nel territorio, in forma di cultura, un po’ di quello che riceviamo noi e che costruiamo giorno per giorno.

Si parte quindi giovedì 30 maggio per arrivare a domenica 9 giugno, con uno stand gastronomico aperto tutti i giorni dalle 19.30 e con la promessa che gli appuntamenti si svolgeranno anche in caso di pioggia. In cartellone troviamo il concerto di Nada venerdì 7 giugno (ore 21.30), lo spettacolo di Marta e Diego Dalla Via mercoledì 5 giugno (ore 21.30) e i Kalàscima sabato 8 giugno (pre 22.00), solo per citarne alcuni. Informazioni e prenotazioni al 0444-492415 oppure pianoinfinito.coop@gmail.com e www.pianoinfinito.wordpress.com.

Nel sito web della Cooperativa è disponibile il volantino completo, scorrendo il quale, tra disegni raffinati e dettagli organizzativi, si incontra ad un certo punto una didascalia, poche righe rigogliose: “È tempo di incontri. Senza titubanze. Dare il benvenuto a tutti diventa sostanza. In questa nuova edizione (…) ci focalizziamo sui disastri della natura prodotti dall’autoreferenza dell’uomo. Cambiare punti di vista. Mettersi nei panni. Condividere le sorti sono azioni potenti di umanità, solidarietà e cooperazione… tutto torna! (…) tutti sono benvenuti in un ambiente che accoglie. Tutto ciò che accade in questi 11 giorni rimanda alla coralità, all’inclusione, alla resilienza. Guardate e partecipate per credere!

Una fioritura di principi, visioni e provocazioni che ci fa tornare, fatalmente, a 25 anni fa, sotto al noce, insieme a Paolino e alla sua oasi dei problemi sociali. Oggi, forse, non c’è il deserto intorno, forse le oasi si sono moltiplicate e sono cresciute, o magari oggi il deserto è ancora lì ma ha preso forme nuove e magari tra le tante oasi sparse scarseggiano le piste sicure.

Comunque sia a Brendola, zona Pedocchio, “al di là della Statale” un’opportunità, anzi un’oasi, c’è.

Limite

Maestro, c’è un limite oltre il quale, di fronte ad un ingiustizia, non si può più lasciar correre, bisogna agire, perché restare indifferenti e passivi equivale ad essere complici?”
“Quel limite c’è, ragazzo mio, ed è dentro di te.”
“E come faccio a riconoscerlo, maestro, come faccio a capire che l’ho raggiunto?”
“È tutto dentro di te, solo tu puoi sentirlo, ma posso dirti che, se te lo stai chiedendo, vuol dire che quel limite l’hai già superato”

Uno, nessuno, diecimila

Pubblicato su IN PAESE 168 di maggio 2019 – http://prolocobrendola.it/inpaese/

Uno è Lodovico, quello che organizza La Brendolana.

Nessuno è più o meno chi si trova intorno l’organizzatore, prima e dopo l’evento, quando c’è da lavorare lontano dai riflettori.

Diecimila partecipanti è il suo sogno, da raggiungere gradualmente, pazientemente, anno per anno. L’edizione del 2019 ci si è avvicinata più che mai: domenica 24 febbraio erano in 7.400 a camminare per Brendola, che per un giorno contava più marciatori che abitanti.

Ma andiamo con ordine: per chi non lo sapesse, La Brendolana è una manifestazione podistica non competitiva, nata a Brendola nel lontano 1997 e arrivata, pur con traslochi e intermittenze, alla sua 19a edizione. L’organizzazione oggi è della Polisportiva Brendola, con il contributo di vari enti, associazioni e persone del paese, ma alla fine serve qualcuno che “tiri la carretta”, e dal 1997 questo qualcuno è Lodovico Lazzari.

L’idea di intervistarlo è venuta proprio il 24 febbraio, all’arrivo della marcia, per provare a raccontare cosa si nasconde dietro le quinte di un tale successo di partecipazione e di gradimento. Ma per farlo bisogna aspettare che si plachino umori e voci, che passi l’onda di visibilità e clamore. Il momento arriva pochi giorni fa, a metà aprile, quando per i 7.400 partecipanti l’evento di febbraio è ormai sfuocato nei ricordi mentre la prossima edizione, quella del 2020, semplicemente non esiste. Eppure per chi “tira la carretta” la carretta è sempre lì e non può mai fermarsi: per Lodovico l’organizzazione della prossima marcia inizia il giorno dopo la conclusione della marcia precedente.

Anni fa quando puntavo a questi numeri la gente non mi credeva, dicevano di spostare la data, che a febbraio è troppo freddo. Ma io ero convinto che sarebbe bastata una bella giornata per sfondare, e così è stato. A Brendola abbiamo dei posti fantastici e lavorando bene, con un buon passaparola, con ristori più ricchi, con qualche aiuto in più, si può crescere ancora”. D’altra parte la prima edizione vide appena 300 partecipanti, poi gradualmente si è cresciuti fino ad una media di 4.000-5000 presenze. “Nel 2017 eravamo in 7.000, nel 2018 eravamo in 3.000 tra vento e neve del buriàn. Ho fatto i conti e in tutto fino ad oggi abbiamo portato 50.000 persone a camminare per Brendola.” Ma com’è partita questa avventura? “Nel 1997 lo spunto della marcia venne da Silvana Riccobene, allora assessore, e in Pro Loco decidemmo di provarci, con l’aiuto di Elena Tecchio e Claudio Bernabè. Poi nel tempo la manifestazione cambiò stagione e anche sede, tanto che per problemi organizzativi alcune edizioni le portammo a Sarego, fino a sospendere per qualche anno. Nel 2008 l’invito a riprendere venne da Bruno Beltrame, allora candidato alle elezioni comunali. Quest’anno hanno aderito alla nostra marcia ben 100 gruppi, solo a Illasi e a Monteforte d’Alpone riescono a fare di meglio. Sono venuti in pullman da Bergamo, Parma, Piacenza, Macerata. Ma non è che vengano per caso: bisogna andare a trovarli quando fanno le loro marce, bisogna farsi conoscere e andare a casa loro ad invitarli”. Anche per questo ci vuole un anno per organizzare l’evento di un giorno.

Non è facile raccontare con ordine: dietro le quinte si nasconde e si mescola di tutto, dai ricordi di 19 edizioni alle impressioni del momento, dalle informazioni ufficiali alle vicende personali, dai numeri agli umori. Dietro le quinte ci sono le emozioni, gli oggetti e gli episodi di un’esperienza che è anzitutto personale, con i suoi alti e bassi. Nella chiacchierata con Lodovico si susseguono tratti semplici e lineari, tratti faticosi e apparentemente insormontabili come le dure salite sterrate, e tratti agili, veloci ma insidiosi come le discese tra i boschi. Ci sono i momenti di sofferenza e i momenti di ristoro, i passaggi angusti e i panorami sconfinati, e ci sono i traguardi, che coronano lo sforzo e rilanciano subito nuovi traguardi. Doveva essere un’intervista, ma mentre parliamo mi rendo conto che assomiglia sempre più ad una marcia.

Se fosse solo per la bellezza del territorio qualsiasi marcia in zona avrebbe in nostri numeri. Invece non è così. La nostra vuole essere una festa, vuole divertire la gente, anche grazie ad animazioni come quelle dei Nogarini. Però è difficile gestire migliaia di persone in mezzo alle giostre. E non possiamo presentare solo fette biscottate ai ristori, bisogna offrire di più, e per questo servono fondi. In altri posti, come Lonigo, Altavilla, Alonte, Longare, Noventa, Pojana, hanno meno partecipanti, eppure i Comuni danno contributi economici. Noi dobbiamo sostenerci da soli. Però devo ringraziare davvero chi ci aiuta il giorno della manifestazione, la Pro Loco per la cassa, gli amici di Marco e Riccardo, la Protezione Civile e i gruppi di Longare e Pojana per i ristori. Solo per citarne alcuni.” Ma ci sarà pure una squadra su cui fare affidamento per l’organizzazione. “Certo, nelle settimane precedenti mi aiutano i miei famigliari, mia moglie Luisa e i miei figli Jessika con Zoran e Stefano con Federica, che ricompenso con qualche caffè e qualche birra… a mie spese. E ci sono gli amici fidati con cui segniamo i percorsi, Claudio Bernabè, Aldo Rossi e Giulio Cicolin”.

Adesso, a due mesi dal successo del 24 febbraio, tiriamo le somme. Il momento più bello? La voce rallenta, si fa commossa: “Quando mia figlia Jessika ha detto di essere felice perché ha visto suo papà veramente felice”. E il momento più brutto? “Quando sento dire che con la marcia si fanno i soldi e che qualcuno se ne mette via. Chi organizza non si mette via un soldo, anzi deve mettercene di suoi.”

Insomma Lodovico, dopo tutto questo tempo, tra qualche soddisfazione, molto impegno, varie difficoltà e pochi riconoscimenti, chi te lo fa fare? Abbassa gli occhi, ci pensa, poi mi guarda serio: “E tu perché da 15 anni fai IN PAESE?”. Distoglie lo sguardo, poi torna a guardarmi con un mezzo sorriso, e a me scappa l’altro mezzo: “Perché 25 anni fa eravamo già insieme in Pro Loco e ora siamo ancora qua?” Sembrano domande, ma sono le risposte.

Risposta a domanda

Disse il nonno al nipote, passeggiando lungo la stradina di campagna: “Ricorda: prima di dare una risposta, bisogna ascoltare bene la domanda”.
Camminarono per un tratto in silenzio.
Disse poi il nipote, guardando un po’ il nonno e un po’ la foschia bassa sui campi: “Prima di fare una domanda, bisogna chiedersi se si ha voglia di ascoltare la risposta”.