Con Roberto in INTERRAIL

Pubblicato su IN PAESE 167 di Aprile 2019 – http://prolocobrendola.it/inpaese/

Stiamo ascoltando il primo singolo, MONACO BUDAPEST, “un mix di ricordi personali e di canzone d’amore” spiega raggiante Roberto. E Beatrice aggiunge, quasi sospira: “Sì, lui ha un debole per i ricordi”. Un debole per i ricordi che diventa anche uno stile narrativo. Perchè, insomma, il presente è vivo, autentico, però scappa subito, mentre il ricordo resta, si fissa e lascia un’impronta. Allora ecco l’idea: prendere il presente, con le sue emozioni e le sue fantasie, e raccontarlo come fosse un ricordo. È un’idea che accompagna non solo il primo singolo ma l’intero nuovo album di Roberto Balbo.

L’album si chiama INTERRAIL e si presenta come un viaggio, “il viaggio della mia vita. Ho voluto prendere la metafora del viaggio perché solitamente il viaggio mi dà adrenalina e mi spaventa allo stesso tempo. Di solito quando faccio un viaggio parto pieno di paure e torno con un bagaglio in più, con la voglia di rimanere il più possibile nel posto che sto lasciando”.

Ne parliamo un tardo pomeriggio di fine marzo, nel suo negozio, tra testi, musiche e… scarpe. Il crepuscolo primaverile asseconda il racconto. Là fuori dalla vetrina le auto si diradano, la luce si affievolisce e i contorni sfumano, insieme ai luoghi e ai tempi della giornata. Là fuori dalla vetrina c’è Brendola, ma nel crepuscolo potremmo immaginare qualsiasi altro luogo e qualsiasi altro tempo, tipo Roma Monaco Budapest Milano Manchester Londra Tripoli oppure il 2006 o gli anni ’70. Un campionario di luoghi e tempi che si incontrano e si ricompongono proprio tra i testi di INTERRAIL. “Nelle mie canzoni non c’è per forza un filo che collega tutti i brani, c’è piuttosto un’espressione di libertà. Questo l’ho imparato da De Andrè: prendere le immagini, le idee e le musiche e mescolarle insieme liberamente.”

L’album arriva tre anni esatti dopo ROTTA IMPREVISTA e l’avventura di Sanremo. “Sono partito da quella rotta imprevista, in cui mi sentivo anche molto inesperto ma che mi ha fatto conoscere e fare le prime vere esperienze professionali nella musica, per arrivare ad un punto di scrittura ben delineato. Ne esce un disco completamente Indie, totalmente diverso da quello precedente.” Timidamente gli chiedo cosa voglia dire Indie. “È un genere nuovo, una cantautorialità originale, con testi freschi e fresche sonorità, anche più del pop, tanto che passa molto in radio e riesce a raggiungere le persone. Perché in fondo la musica la fa la gente che ascolta, ad ognuno possono arrivare sensazioni ed emozioni diverse, l’importante è che arrivino.”

A questo punto la domanda è quasi inopportuna, ma mi scappa lo stesso: a chi si rivolgono le sue canzoni? “Probabilmente la fascia che mi è più vicina si colloca tra i 15-18 anni e i 40 anni, ma ai miei concerti vedo un mash-up di persone. Potremmo dire che il mio destinatario ideale è proprio l’ascoltatore vero, colui che si mette davvero in ascolto e che così può ricevere e trattenere a modo suo.”

Se MONACO BUDAPEST è la “canzone più vera” dell’album, arrangiata e prodotta direttamente da Roberto, nelle altre si coniugano i contributi di più autori: “Avere più teste è sempre diverso che fare tutto da solo, bisogna sapersi ascoltare, bisogna considerare e trarre il meglio da più punti di vista. Questo vale certamente nella musica, ma non solo nella musica!” Tra le preferite di Roberto c’è SEVENTIES (70’s), che è essenzialmente la storia di un amore non corrisposto ma che offre l’occasione di miscelare le incertezze del primo appuntamento con un pizzaiolo che non parla bene l’italiano, lo stile anni settanta, i ricordi di Bibione e il rigore sbagliato da un altro Roberto nel ’94. Ancora viaggi, ancora ricordi e ancora mescolanze quindi: “Ho voluto parlare di quelli che sono ormai le abitudini ed i cambiamenti che ci ha portato l’integrazione con le altre culture, per esempio mangiare indiano o il kebab, che anni fa non erano così conosciuti, e di come amiamo sempre i ricordi del passato che ci fanno stare bene quando ci tornano in testa.” Come nel brano MI RICORDI IL MARE: “Ho voluto scrivere una canzone che parla della mia infanzia, con gli amici del mare, quando non avevamo pensieri, e paragonarla alla mia vita di adesso”. Poi ci sono COLLATERALE, IN FONDO A QUESTA NOTTE, IL CIELO DI BERLINO e A METÀ STRADA: sette brani in tutto.

C’è molto Roberto dentro INTERRAIL, al punto che: “Ho finalmente scritto il disco che volevo”. Ma non c’è solo Roberto. “Nel disco ho voluto includere degli autori nuovi, diversi da quelli con cui ho scritto il disco precedente, mentre la produzione l’ho affidata a Protocollo Zero, studio che ormai mi supporta da molti anni, e gli arrangiamenti sono curati da me, Fabio Vaccaro e Eugenio Darie.”

Qualche singolo uscirà in anticipo tra social networks e radio, a partire da MONACO BUDAPEST, ma il primo concerto live sarà venerdì 12 aprile, alle ore 21:00, al Kitchen Teatro Indipendente di Vicenza. Seguiranno altre date live, che saranno pubblicizzate nei canali social. E per chi volesse fisicamente l’album, tipo un CD? Capisco subito, con un certo imbarazzo, di aver fatto una domanda d’altri tempi, ma in fondo s’è parlato tanto di passato e di ricordi. Roberto, condiscendente, mi rassicura: “Terremo qualche CD ai concerti, però l’album si potrà acquistare in rete.

È ora di salutarsi, il crepuscolo volge alla sera e la serranda del negozio è ormai abbassata. Fuori è buio e Brendola, o qualunque posto sia, ci attende. Ciao Roberto, ciao Beatrice, in bocca al lupo per tutto.

Salgo in auto e, fatalmente, le parole, i suoni e le impressioni sedimentano, trovano posto e si riordinano.  Mentre guido, fatalmente, qualche immagine si staglia e si fissa in primo piano. Tra tutte l’immagine di Roberto, seduto vicino a me sulla panca del negozio, mentre col suo pc mi fa ascoltare in anteprima alcune canzoni. La musica và, i testi scorrono e lui guarda un po’ me e un po’ il pc, sorridente come sempre, ma più concentrato, attento, quasi all’erta. Sembra in bilico tra la soddisfazione per il suo lavoro e la curiosità di ascoltarsi ancora per la prima volta. Sembra in bilico tra il piacere della sua musica e l’attesa dell’effetto che fa su chi la ascolta.

Mi viene in mente quanto sia bello scrivere, leggersi e leggere qualcosa insieme a chi l’ha scritto. E mi viene in mente la domanda che non gli ho fatto: cosa c’era dietro quello sguardo, mentre ascoltavamo le sue canzoni? Una risposta, forse, la troverò più tardi, quando, scorrendo i testi di INTERRAIL, mi imbatterò in una frase incastonata sotto il cielo di Berlino: “Quante sale che ho buttato alle spalle / Con mio padre che diceva sei un fallito da grande / Quante volte ho riscattato me stesso / E messo tutto dentro l’ennesimo testo”.

Children for future

Mi è capitato oggi di fare un’esperienza speciale: raccontare l’ingegneria chimica e la tutela ambientale ai bambini della scuola dell’infanzia, una platea più esigente dei “grandi”, e di certo moooolto più interattiva.
Colpisce quanto siano autentiche e assolute, tra i 3 e i 6 anni, la meraviglia per la tecnologia (che trasforma i materiali, “mangia lo sporco” delle acque, “fa la doccia” ai fumi e “porta in giostra” i rifiuti) e ancor più l’indignazione per gli abusi, gli sprechi e gli imbrattamenti. Colpisce la coscienza immediata, perentoria che discerne giusto e sbagliato, bene e male.E una domanda mi accompagna fuori dalla scuola: a che punto, esattamente, iniziamo a fare confusione?

Domani sono ancora qui

In mezzo alla pista da sci vedo una figura fuori contesto.
È una vecchietta, indossa un vestito grigio lungo, all’antica, e mocassini neri bassi che si stagliano nella neve, quasi pattinano. Un po’ come si staglia il suo vestito grigio tra le sgargianti tute degli sciatori.
Attraversa la pista di Santa Maddalena, in alta Val Casies, e fa un cenno a mio figlio Enrico di fermarsi, mentre con le mani già rovista in un piccolo fagotto di carta. Tira fuori un pezzo di waffel e gli chiede: “Vuoi?”
La sua voce bisogna immaginarla in un italiano curato ma timbrato da quel fiero accento altoatesino, che scandisce le parole e conferisce loro un’importanza particolare.
Ci racconta che tutti i giorni fa questa passeggiata circolare, dalla chiesa lungo la valle poi fin qui su per poi tornare verso la chiesa. Una volta andava più in alto, ma adesso: “Non sono più tanto giovane, ora sto un po’ più in basso. Eh sì, 89 anni ora. Ma una volta salivo su fino al confine con l’Austria, e oltre, ancora c’erano i finanzieri e controllavano la frontiera. C’era tutto una volta”.
Fa un largo giro con gli occhi seguendo la corona delle montagne, che sono evidentemente le sue montagne, così come questo è il suo cammino e questo il suo tempo. Ci ripenso: lei non è fuori contesto, lei qui è il contesto.
Ci racconta di quando durante la guerra saliva tutti i giorni alla malga alta, verso il confine, per star dietro alle mucche, e tutti i giorni tornava giù con il latte sulla schiena: “Proprio qui sopra lo mettevo” mostrando la spalla. “Ci andavo io perché i miei quattro fratelli erano tutti in guerra. Ma sono tutti tornati”. Sembra una constatazione, ma sta raccontandoci il suo miracolo.
Poi guarda Enrico e dice una cosa che per un attimo zittisce e riempie la valle: “Tu sei piccolo, non hai visto la guerra, e non la vedrai mai. La guerra… solo chi l’ha vissuta sa davvero cos’è. Noi l’abbiamo vissuta, ma tu non la vivrai mai.”
La guardo, attendo, accenno: “Speriamo, sì, ma non si sa mai”. Lei alza lo sguardo: “Sì, non si sa mai, ma speriamo. E preghiamo”.
La ringraziamo per il waffel, e per tutto, e lei si incammina verso la stradina a lato della pista, proprio quella della foto, lungo cui svanirà tra pochi istanti, dietro gli alberi. Ma prima guarda ancora Enrico e gli chiede: “È buono?” Lui con il waffel in mano annuisce e lei, salutandoci, aggiunge: “Domani io sono ancora qui e ne porto ancora, se vuoi”.

O mi OT24 (ossia: l’eterna sfida tra “queo bravo” e “queo mona”)

Una mattina di fine febbraio arriva la disdetta di un cliente. Una PEC di disdetta muta, senza motivazioni.

A parlare, fin troppo, sono le mail e le telefonate dei giorni prima, in cui il cliente chiede firme, documenti, rapporti di sopralluoghi e verbali di corsi. E che sarà mai? Richieste normali per chi di lavoro “fa carte”. Richieste normali, se non riguardassero “carte false”: firme e documenti con data di mesi prima, sopralluoghi e corsi mai avvenuti. Fin qui nulla di straordinario. Capita! I clienti chiedono un sacco di cose, non sempre fattibili. Poiché chiedere è lecito e rispondere è cortesia, cortesemente si risponde: “No, mi spiace, queste cose non le facciamo”.

E il cliente. “Ma come no? Ci serve per lo sconto dell’INAIL. Il consulente, quell’altro, ha detto che si può fare. Ha già preparato tutto. Dice che dovete solo farci un po’ di firme e darci un po’ di carte”. Lo sconto INAIL è quello che l’Azienda può chiedere ogni anno, entro fine febbraio, tramite il solito modello OT24, in cui si dichiara di essere perfettamente in regola su tutti i fronti possibili immaginabili e soprattutto di aver fatto nell’anno precedente alcuni interventi di sicurezza e salute non obbligatori, e pertanto virtuosi e meritevoli di essere premiati. Solito modulo, solito interessamento tardivo, solite imperscrutabili dinamiche sospese tra carte e realtà.

Non fosse che qui entra in scena un nuovo personaggio, “il Consulente, quell’altro”. Chiedo. “Quale altro consulente, scusi?” Risponde: “Tizio, uno che ci segue da poco, uno bravo e veloce, ci fa anche risparmiare”. Chiudo: “Senta, le attività per chiedere la riduzione del tasso INAIL con il modello OT24 bisognava farle entro la fine dell’anno scorso, non si possono inventare adesso. Sarebbe irregolare, e sarebbe anche rischioso”. Ci salutiamo, passa qualche ora e il cliente richiama: “Senta, niente, ho parlato con l’altro consulente. Dice che ci pensa lui, e dice che dobbiamo darvi disdetta.

La mattina dopo arriva la disdetta muta, ma le motivazioni le sappiamo già. A prima vista il consulente bravo ha vinto e il consulente “mona” ha perso. Tuttavia la sottile, mutevole distinzione tra “queo bravo” e “queo mona” si confonde nei chiaroscuri delle vicende quotidiane, professionali e non: se arriverà liscio lo sconto INAIL, il cliente non avrà dubbi di aver seguito il consiglio giusto; se invece domani capiterà un incidente ed il lavoratore infortunato, interrogato dallo SPISAL, cascherà dalle nuvole di fronte al registro presenze di un corso mai svolto, il cliente e il suo consigliere bravo avranno da gestire qualcosa in più dei dubbi. Sono solo esempi, giusto per dire che l’eterna sfida resta aperta, in balia degli eventi e delle statistiche, delle scienze e delle coscienze.Fortunatamente la lingua veneta ci viene in aiuto, condensando in un’unica, densa espressione millenari percorsi di saggezza popolare, e ci offre, davanti al protagonista di un comportamento eccepibile, l’esaustiva qualifica di “bravo mona”. E qui non c’è sfida.

Cervelli a senso unico

È un sabato pomeriggio di gennaio.

Potremmo trovarci in mille altri posti simili, ma prendiamo Brendola, precisamente l’incrocio tra via De Gasperi e via Pacinotti, dove si apre l’accesso a senso unico di Piazzetta delle Risorgive.

Arrivo in auto dalla via principale, svolto a destra verso la zona industriale e subito rallento per svoltare di nuovo, stavolta a sinistra, ed entrare nel parcheggio. Sono ormai di traverso sulla corsia opposta quando il varco di accesso viene occupato, contromano, da un’auto in uscita.

Date le scomode circostanze, d’istinto suono il clacson e faccio segno di arretrare. L’altra auto si ferma, attende e dopo qualche interminabile secondo arretra di un metro, lasciandomi giusto lo spazio per togliermi dalla corsia.

I finestrini si abbassano, appare un signore sui 60 anni, padovano secondo la targa. Dico: “Non si può uscire da qui”. Dice: “Cosa vuoi da me?” Dico: “È un senso unico, si può solo entrare”. Dice: “Fatti i fatti tuoi.” Razionalmente non mi sembra una conversazione logica, emotivamente i toni di voce si alzano. Dico: “Guardi il cartello lì davanti, c’è il divieto”. Lui non guarda il cartello e dice: “Cossa te interesa ti? Fora dai piè, dai!” Dico: “Ma caspita, è un senso unico e lei è contromano”. Dice: “Lassame stare, va vanti movate, te gò anca lassà el posto par parcheggiare. Te dovarisi dirme grasie!” Dico, o forse un po’ grido: “Deve tornare indietro, non si esce di qui!” Dice, e chiaramente è il suo asso nella manica: “Ma chi sito ti, un carabiniere? Se non te sì un carabiniere, no sta romparme el c***o”. Conversazione finita, avanzo con l’auto per liberare l’accesso carraio e mi giro per prendere la targa, che però è già svicolata insieme all’auto e al sessantenne padovano.

Parcheggio con addosso un appiccicoso senso di disagio, che attribuisco almeno a due fattori: il primo è chiaramente il fallimento della mia iniziativa civica; il secondo, forse più profondo, è la siderale, incolmabile distanza di punti di vista tra due persone ai finestrini delle reciproche auto accostate.

Allora ci provo. So che è un esperimento complesso e insolito, ma ci provo.

Mi concentro e…

Ora sono io il 60enne padovano, sono capitato di passaggio in questo piccolo paese dal nome strano, disperso nella provincia vicentina, e ho approfittato per fermarmi in un negozio adocchiato per caso lungo la strada. Ora devo andarmene da questo parcheggio sconosciuto, tra auto in manovra e carrelli della spesa. Si può uscire da là in fondo, vicino alla rotatoria, oppure anche dal passaggio qui vicino, da cui ho appena visto passare un paio di auto.

Faccio manovra, mi affaccio al varco e lì davanti, in mezzo alla corsia della strada in cui devo immettermi, si piazza un tizio che mi blocca l’uscita e pure mi strombazza col clacson. Cosa vuole questo qua? Vedo che non si toglie dai piedi e allora arretro un po’ per farlo passare, ma questo tizio di mezza età deve proprio essere un attaccabrighe perché mi si ferma di fianco e abbassa il finestrino. Abbasso anch’io, e comincio a innervosirmi.

La conversazione che segue è già nota. Cambia solo il finale: dopo aver zittito il tizio con la geniale stoccata sul carabiniere, me ne vado tanto stizzito quanto soddisfatto e vittorioso e penso che non ci metterò più piede in questo paese dal nome strano, dimenticato da Dio e popolato da gente rognosa e invadente.

Torno in me, e mi chiedo: al suo posto l’avrei vissuta così? Lo ammetto, forse un po’ sì, forse in un tranquillo sabato pomeriggio mi avrebbe infastidito quel tizio di mezza età e quel suo puntarmi così insistentemente e forse me ne sarei andato con la sensazione di un posto sgradevole, in cui non tornare.

Credo però che, al suo posto, una cosa in più l’avrei fatta. Tra una battuta e l’altra, magari di sfuggita e senza farmi troppo notare, avrei alzato gli occhi per vedere se c’era davvero il cartello di divieto.

E credo che, come spesso accade, una volta alzati gli occhi il cervello sarebbe uscito dal senso unico.

Parole e immagini per il 2019

Decidi tu se il confine è un ostacolo o un obiettivo. E poi ricorda di averlo deciso tu.

“Viva la posta! Per brevi attimi puoi aspettarti qualunque cosa!” (Pippo, quello di Walt Disney)

“Ogni pensiero emette un colpo di dadi” (Ogni rivoluzione è un colpo di dadi, Jean-Marie Straub e Danièle Huillet)

Prima di rispondere, ascolta la domanda.

“È buffo come l’infinito degli esseri stia facile sulla punta delle dita… un gesto… tra cielo e terra…” (Nord, Louis-Ferdinand Céline)

“Quando ti aspetti il peggio dalla gente di solito è proprio ciò che ottieni” (Sirene, Richard Benjamin)

La vita, se corri, si accorcia.

Confine. Linea immaginaria tra due nazioni, che separa i diritti immaginari dell’una dai diritti immaginari dell’altra. (Ambrose Bierce)

“E mi chiesi se un ricordo è qualcosa che hai o qualcosa che hai perduto” (Un’altra donna, Woody Allen)

“Più si ha intelletto, più si scoprono uomini originali. La gente comune non trova nessuna differenza tra un uomo e l’altro” (Pensieri, Blaise Pascal)

“Ci sono pensieri che basta pensare una volta, e uno non se ne libera più” (Il ponte, Vitaliano Trevisan)

“Non ci sono altezze troppo alte, ma soltanto ali troppo corte” (Giovanni Papini)

“Per quanto tempo continuare a fingere di guardare una tela prima di passare a fingere di guardarne un’altra?” (Pastorale Americana, Philip Roth)

Parole che piacciono a tutti

Ci sono parole che, a prima vista, mettono tutti d’accordo. Parole come solidarietà, giustizia, rispetto, accoglienza, comunità, volontariato. Si và sul sicuro, sono di uso comune, richiamano valori universali e ricorrono nei contesti più eterogenei, dalle scuole alle chiese, dalle associazioni alle piazze alle conversazioni in casa, dalla politica internazionale alle amministrazioni locali. Si potrebbe dire che riuniscono gli estremi opposti.
Parole che ricorrono e si rincorrono sempre, ancor più nel periodo natalizio, in cui, tradizionalmente, “siamo tutti più buoni”.
La forza di queste parole è che, appunto, piacciono a tutti.
La debolezza di queste parole è che, appunto, piacciono a tutti.
Ma proprio a tutti.
Persone che, nei pensieri e nelle azioni, sembrerebbero agli antipodi, persone che un attimo dopo litigheranno su cosa sia giusto e solidale e rispettoso, persone che sopra quei valori universali costruiscono le più variegate, e spesso contrapposte, interpretazioni.
Allora un dubbio si fa strada: certo, sono parole buone che a prima vista mettono tutti d’accordo, ma siamo proprio sicuri che abbiano per tutti lo stesso significato?
Siamo sicuri che abbiano per tutti la stessa dimensione?

Qualche grado di inclinazione

Stazione dei treni di Vicenza, un sabato pomeriggio d’autunno, binario deserto.
Due sguardi, due immagini.
Il luogo è lo stesso, l’orario è lo stesso e anche il punto di osservazione è esattamente lo stesso.
Solo lo sguardo cambia leggermente, eppure…
Lo spazio non sembra più lo stesso e neanche il tempo, il binario non è più deserto, prende vita, e soprattutto cambia la prospettiva, che non è solo questione di geometria.
Forte quel che può accadere liberando appena lo sguardo, concedendo qualche grado di inclinazione alla testa.

Quella vocale tra corretto e corrotto

Il colloquio è in Inglese e l’intervistatore è Spagnolo, anzi Catalano: forse per questo le sue frasi partono in ordine per poi accelerare e venirmi addosso in un groviglio sonoro da cui, dosando concentrazione e fantasia, estraggo faticosamente il senso delle domande. Magari è solo un mio problema di familiarità con le conversazioni cosmopolite, e penso che, chissà, se lui parlasse in Catalano ed io in Veneto…

Comunque il colloquio si snoda, cortese e serrato, malgrado il tema scottante: sono io un soggetto a rischio corruzione? Non è che ce l’abbiano proprio con me, ma si dà il caso che la Multinazionale stia conducendo una campagna, virtuosa e ineccepibile, contro la corruzione e che io sia stato selezionato, tra i fornitori della filiale italiana, come caso interessante per un’intervista (nella mia agenda ho segnato scaramanticamente “Interrogatorio”).

Inizia più o meno così: “Per noi è una procedura normale, non c’è nulla di personale. Questo è un progetto della casa madre e lo stiamo mettendo in pratica in tutto il mondo.” Io, sollevato, ammicco: “Non solo qui in Italia, dunque”. Lui: “No, non solo in Italia, però l’Italia è segnata in rosso nella nostra mappa europea, insieme al Portogallo, quindi qui poniamo più attenzione.” Ah, ecco.

Prima dell’intervista mi avevano sottoposto un questionario online, e lì avevo dato una risposta pericolosa, di quelle che il software trasforma in pallini rossi lampeggianti. Ebbene sì, ho risposto che nel mio lavoro di consulente ambientale e di RSPP ho regolarmente a che fare con gli enti pubblici: per il software anticorruzione avere a che fare con gli enti pubblici rappresenta automaticamente una criticità. Non fa una piega. Ma al colloquio mi rassicurano: “Capiamo bene che è normale nel tuo lavoro, quindi non preoccuparti.” Io non mi preoccupo e procediamo secondo protocollo.

Le domande sono semplici e nascondono insidie, come tutte le domande semplici. Mi scappano verità scomode: “In vent’anni ho conosciuto molti funzionari e ho costruito buoni rapporti di stima e collaborazione. Sempre rapporti corretti, ognuno nel suo ruolo e con qualche soddisfazione, come quando un Cliente mi dice che gli ispettori parlano bene del mio studio.” Pallini rossi che lampeggiano! “Sono componente del comitato valutazione impatto ambientale della Provincia di Vicenza, esperienza molto utile per vedere il mio lavoro da un altro punto di vista, quello di chi lo giudica. E poi c’è modo di confrontarsi apertamente con colleghi e ispettori.” Altri pallini rossi che vorticano, e una domanda: “Non è che qualche cliente venga da te proprio per avere rapporti di favore con gli enti?” Rispondo circospetto: “Se i miei rapporti e le mie esperienze servono a risolvere i problemi del cliente, ben venga, ma sempre in modo onesto e professionale.” L’intervistatore catalano scrive qualcosa nel taccuino e mi chiede se ho famigliari o parenti nella pubblica amministrazione, o magari con incarichi politici. Questa è una domanda facile, sorrido e rispondo: “No, nessuno. Bè, non so se conta, ma tempo fa mio padre è stato Sindaco del paese”. Qui i pallini rossi lampeggianti sembrano roteare e sibilare come una sirena d’allarme: “Di recente?” Fortunatamente sono passati quasi trent’anni e la faccenda può ritenersi prescritta.

Il colloquio è oggettivamente impegnativo, divertente a momenti e disagevole in altri. Mi chiedo che senso abbia, come quando per entrate in uno Stato ti chiedono di scrivere se hai intenzione di compiere atti terroristici, e verrebbe voglia di mettere SÌ solo per vedere cosa succede. Poi mi vengono in mente altre cose, un po’ alla rinfusa. Un cliente che affida la formazione ad un concorrente, perché “viene da noi un paio d’ore e mi dà un attestato da 16 ore.” Leggende su certificati d’analisi rilasciati senza bisogno di fare campionamenti. Professionisti apprezzati perché nei loro documenti non emergono mai problemi né adeguamenti da realizzare. Dicerie di autorizzazioni che si ottengono solo rivolgendosi a certe persone.

Mi vengono in mente alla rinfusa, ma mettono un po’ d’ordine sul nostro colloquio anticorruzione. Ha senso, sì, e non è finita. Arriva una domanda secca: “Ti è mai capitato che un Cliente ti chieda di dare soldi ad un funzionario pubblico per avere vantaggi?” Lo guardo, ci penso un po’ su: “No, in vent’anni non mi è mai capitato. Sa, forse sono stato fortunato, o forse non sono il tipo di persona a cui chiedere una cosa così. Non si sa mai, ma il modo con cui ti presenti, lo stile con cui lavori qualcosa contano.” Sorride anche lui stavolta, e scrive qualcosa nel taccuino.

Me ne vado, con un’esperienza in più e con un ultimo pensiero, che lampeggia come un pallino rosso. In fondo tra corretto e corrotto ci passa solo una vocale, magari può bastare una grafia imprecisa o una lettura frettolosa per far confusione. Chissà se questo problema esiste solo con l’Italiano.

Il ragazzo del ’99 e la ragazza del ’30

Pubblicato su IN PAESE 161 di ottobre 2018 – http://prolocobrendola.it/inpaese/

Pretto Eugenio, nato a Brendola nel 1899, fu un ragazzo del ‘99. Partecipò alla battaglia del Piave nel 1918, a Nervesa della Battaglia.

Pluridecorato per il valore militare, per molti anni è stato Presidente della locale Associazione Combattenti e Reduci, che il 4 novembre di ogni anno celebra la propria giornata di festa e memoria.

Nel centenario di quella battaglia e della fine della Grande Guerra, la figlia Margherita Pretto lo ricorda con affetto e con stima. Margherita oggi ha 88 anni e vive nella sua casa di Vo’ di Brendola, che per tanto tempo ha condiviso con il marito Aurelio Dal Prà, storico veterinario del paese. Margherita racconta il suo affetto e la sua stima per il padre Eugenio attraverso alcune foto di mezzo secolo fa, che conserva in una busta dell’epoca e che mi mostra un sabato pomeriggio di settembre. “Le ho trovate qui a casa” dice “e mi è venuto in mente che, forse, potrebbero interessarti per il giornale”. Sono foto del 4 novembre 1967, scattate a Brendola durante la cerimonia commemorativa sul monumento ai caduti, di fronte al Municipio. I luoghi erano un po’ diversi rispetto ad oggi, ma si riconoscono. Così come si possono riconoscere le persone, almeno alcune. Tra queste c’è Eugenio, che fa il suo discorso da presidente e da ragazzo del ‘99. E da quelle foto Margherita ripesca ricordi e sensazioni, mentre meticolosamente prepara un caffè: moca, vassoio, tazzine, cucchiaini, zucchero e… “Corretto cognac?” Non lo bevo mai corretto, ma stavolta bisogna andare fino in fondo: come si fa a ostacolare un tal rituale?

C’erano figli che incontravano i loro padri al fronte, nel 1917. Avevano appena 18 anni, qualcuno arrivava in guerra e proprio lì trovava il papà che era partito anni prima.” Un episodio su Eugenio in quel finale della Grande Guerra? “Una volta era su una barca lungo il Piave, su una sponda c’erano gli Italiani e sull’altra gli Austriaci, e si sparavano contro. La barca si rovesciò e andarono tutti in acqua. Mio papà fu fortunato e, malgrado la corrente, riuscì ad afferrare un cespuglio che affiorava. Rimase lì, aggrappato e nascosto, per ore, ma verso sera l’acqua cominciò ad alzarsi, sempre di più. Non sapeva che fare, poi passò un’altra barca, erano Italiani, e lo raccolsero. Così si salvò”. Un episodio, tra mille episodi. Margherita sorride, ma ammette: “C’è una cosa che mi dispiace. Non essermi fatta raccontare di più quando mio padre era vivo. Non aver ascoltato di più quelle storie. Ma allora ero giovane, avevo altre cose in mente”. Mille storie, la stessa storia. E mentre io finisco il caffè, a prendere gli appunti ci pensa Enrico, mio figlio di 8 anni.

Un bambino del ’09, che prende appunti mentre Margherita, una ragazza del ’30, racconta di suo padre, un ragazzo del ’99. Questi numeri sfiorano, con la delicatezza e la forza della vita vera, tre secoli di Storia, e la Storia, così lunga e complessa, preziosa e insidiosa, diventa piccola, vicina, lineare, maneggevole. Come il cucchiaino d’argento nella tazzina in ceramica del caffè al cognac. La Storia è tutta qui, ora, a volerla afferrare.